Politica Esteri

THC negli alimenti: una questione di elasticità È fondamentale che le Istituzioni europee e nazionali dialoghino con gli operatori del settore, rappresentati da EIHA in Europa e Federcanapa in Italia, in modo da sviluppare un apparato legislativo in materia

Negli ultimi 20 anni i derivati dalla canapa si sono gradualmente inseriti nel mercato dei prodotti naturali, espandendosi velocemente date le innumerevoli applicazioni e proprietà benefiche del seme. Il primo prodotto ad essere entrato nel mercato alimentare è stato l’olio di semi nel 1995, mentre oggigiorno la gamma di prodotti si è ampliata notevolmenteincludendo farina, pasta, pane, biscotti, grissini, taralli, cracker, foglie per tisana, semi interi, semi decorticati, olio di semi, bevande energetiche, barrette proteiche, formaggi, birra, latte, prodotti cosmetici e altro ancora.

Attualmente sono pochi gli Stati europei che hanno stabilito dei limiti o linee guida per i valori di THC negli alimenticapaci di stare al passo con la ricerca scientifica e l’industria alimentare.

Data la mancanza di una normativa comunitariaalcuni Paesi hanno preso l’iniziativa di regolare questo settore in forte crescita, solo l’alimentare ha raggiunto infatti un volume di 40 milioni di euro in Europa e un volume globale di 200M di euro (EIHA 2017).

La Svizzera rappresenta il caso più tollerante in Europacon i limiti più alti di THC registrati e mirati esclusivamente ad evitare effetti psicotropi. Per semi e farina 10 mg/kg; olio di semi 20 mg/kg; bevande non alcoliche 0,2 mg/kg; bevande alcoliche 5 μg/kg; pane e dolci 2 mg/kg; cibi vegetali 1 mg/kg. Questi limiti sono considerati dagli industriali come la proposta governativa più indicata al settore alimentare della canapa, capace di tutelare i consumatori e garantire l’elasticità necessarie alle aziende produttrici.

I Paesi Bassisi distinguono per la mancanza di regolamentazione, il loro approccio liberale riguardo ai prodotti contenenti THC è una conseguenza del suo mercato di uso ricreativo, un esempio unico in Europa.

Altro esempio interessante è la Germania, dopo la liberalizzazione della coltivazione della canapa nel 1996 l’istituto federale per la tutela della salute dei consumatori e della medicina veterinaria (BgVV) ha stimato che l’assunzione giornaliera accettabile di THC dovrebbe essere di 1-2 μg/kg/giorno(BgVV, 1997). Da queste stime sono stati ricavati i limiti di THC per vari prodotti. Olio commestibile 5 mg/kg; bevande alcoliche e non alcoliche 5 μg/kg;  altri alimenti 0,15 mg/kg (BgVV, 2000).

Secondo la relazione consegnata da EIHAsull’argomento, la dose minima di THC somministrata ripetutamente per via orale capace di causare effetti psicoattivi negli adulti è di 2,5 mg/giorno.(EIHA 2015) Questo equivale alla somministrazione di circa 40 μg/kg di peso corporeo al giorno se si assume un peso corporeo di 60 kg. Come detto precedentemente, per eliminare ogni incertezza il Governo Tedescoha indicato una dose giornaliera massima di 1-2 μg/kg di peso corporeo, circa 20-40 volte inferiore alla dose efficace nota più bassa(BgVV, 1997), valori che offrono un ulteriore margine di incremento rimanendo sotto la soglia di rischio del consumatore.

Generalmente tutte le parti della pianta di cannabis possono contenere cannabinoidied in particolare THC. I gambi e i semi presentano livelli molto bassi, le foglie possono avere concentrazioni di THC dieci volte inferiori ai fiori e i gambi fino a cento volte. Concentrazioni più elevate possono derivare da eventuali contaminazioni con le inflorescenze, la parte vegetale dove si concentra il THC. l’inadeguata separazione dei semi dalla brattea può originare prodotti non conformi con gli standard (ancora da definire). La raccolta e la pulizia dei semi giocano quindi un ruolo decisivo nella concentrazione di THC e quindi nella conformità del prodotto.

Un interessante appunto è stato fatto dal CVUA Karlsruhe(Chemical and Veterinary Investigation Office tedesco) che suggerisce come prodotti etichettati come “privi di THC” sono da considerarsi ingannevoli per il consumatore, poiché possono essere riscontrate concentrazione di THC. Stesso discorso per i prodotti con un basso contenuto di canapa ma etichettati enfaticamente sul valore nutrizionale della pianta.

In Italiapersiste il vuoto normativo in materia, creando continui problemi ed ambiguità agli agricoltori e aziende alimentari. La legge 242/2016 denominata ‘Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa’assegna “entro  sei mesi dalla data di entrata  in vigore della presente legge”  al Ministero della Salute l’incarico di definire “i livelli massimi di residui di THC ammessi negli alimenti”, norma non ancora entrata in vigore. Nel 2017 è stata presentata una bozza a riguardo, che peròha suscitato non poche critiche visti i valori piuttosto bassi e incompleti: semi di canapa e farina di semi 2 mg/kg; olio di semi 5 mg/kg; integratori contenenti alimenti derivati dalla canapa 2 mg/kg.

È fondamentale che le Istituzioni europee e nazionali dialoghino con gli operatori del settore, rappresentati da EIHAin Europa e Federcanapa in Italia, in modo da sviluppare un apparato legislativo in materia di THC negli alimenti capace di garantire la salute dei consumatori e l’elasticità necessaria alle aziende per poter lavorare, mettendo da parte i tabù proibizionistici, pregiudizi e conflitti di interesse.

 

Proposta finale nova-Istituto/EIHA per il regolamento THC in prodotti alimentari intermedi e finali per categoria e valori equivalenti per i paesi elencati (valori in mg / kg).

 

Impatto dei valori guida proposti sui prodotti intermedi e finiti della canapa.

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