Politica Esteri

Thailandia, prima Nazione nel Sudest asiatico a legalizzare la cannabis Rassegna Stampa della canapa nelle testate estere, dal 24 al 28 dicembre

La Thailandia è la prima Nazione nel Sud Est Asia ad aver legalizzato la cannabis ad uso terapeutico battendo tutte le altre Nazioni dell’arco dei Paesi Membri ASEAN ma anche dando esempio e impulso al processo di legalizzazione in tutto il Continente asiatico. La tradizione nazionale è inveterata e la Giunta militare che detiene il potere dal colpo di stato del 2014, in vicinanza delle prossime elezioni, vuole darsi una immagine più liberale. In Gran Bretagna, stante la limitazione degli accessi della Sanità Pubblica alla cannabis ad uso terapeutico, potrebbe scatenarsi a breve una guerra tra ricchi e poveri nell’ottenere la marijuana ad uso terapeutico per curare alcune patologie, in primis nel trattare il dolore. Negli USA la FDA raffredda gli spiriti ottimisti dopo la legalizzazione chiarendo che il CBD resta comunque illegale e l’OMS slitta la sua raccomandazione sull’uso della cannabis medicale a data da destinarsi.

 

Thailandia

Legalizzata la marijuana a scopo terapeutico, prima Nazione nel Sud Est Asia

Il Parlamento thailandese, nella giornata di Martedì 25 Dicembre, ha votato all’unanimità a favore della legalizzazione della marijuana a scopo terapeutico. Una notizia che ha arrecato uno spirito natalizio lieve e ottimista soprattutto per i pazienti thailandesi che la aspettavano da tempo sebbene ci si trovi in un arco di Nazioni, nel Sud-Est Asia, dove vigono le legislazioni tra le più restrittive a livello mondiale in tema di droghe e sostanze stupefacenti in genere, marijuana compresa. In questo modo, la Thailandia è la prima Nazione in Sud-Est Asia a liberalizzare l’uso della marijuana a scopo medicale e terapeutico. Il Parlamento procede così alla revisione delle politiche di settore attraverso una riforma dellaTax Act del 1979, un voto che ha visto 166 parlamentari a favore e 0 contro. Questo atto consente la produzione, importazione, esportazione, il possesso e l’uso di cannabis previa supervisione medica. Ora si attende l’approvazione, per la decisione finale, da parte del Sovrano in carica, Re Maha Vajiralongkorn. Nel frattempo, permane la legislazione corrente circa l’uso ricreativo che è soggetto ancor oggi ai criteri di illegalità, per i quali il possesso fino a 10 kg è soggetto a pena fino a cinque anni di carcere. E’ un regalo per il Nuovo Anno dell’Assemblea Legislativa Nazionale al Governo ed al popolo thailandese, ha affermato Somchai Sawangkarn, capo della Commissione di Revisione legislativa, durante la sessione parlamentare ripresa in diretta televisiva.

La nuova legislazione di settore si ritiene possa entrare in piena operatività nel prossimo anno, quando il nuovo testo sarà pubblicato nella Gazzetta Governativa, il quotidiano ufficiale nazionale che riporta gli adeguamenti di legge man mano che sono emanati dal Parlamento thailandese. Per quel che riguarda la tradizione tutta thailandese circa l’utilizzo della marijuana a scopo medicale, essa risale fino agli Anni ‘30 del secolo scorso. Prima di quella vera e propria legislazione, il rapporto confidenziale della Thailandia con la cannabis risale agli antichi tempi della tradizione curativa popolare quando essa era adottata contro dolori e stati di sofferenza in genere. Ma come accaduto un po’ in tutto il Pianeta, successivamente anche la Thailandia ha criminalizzato l’uso della cannabis, un vero trend che non ha riguardato solo le Nazioni vicine in Asia ma anche nel resto del Pianeta.

Secondo gli osservatori locali, più che una ventata di liberalizzazione sul tema altrove contrastato, soprattutto in Sud-Est Asia, quando si parla di cannabis, poiché si è in una Nazione che è persino sotto il giogo della dittatura militare, il fattore che ha scatenato la decisione ultima del Parlamento thailandese a favore della legalizzazione ad uso terapeutico e medicale è stato quello connesso con il potenziale ruolo economico e produttivo che avrebbero potuto avere le più grandi multinazionali del farmaco a livello mondiale che peraltro da lungo tempo hanno presentato al Governo thailandese richieste di poter entrare nel mercato locale. Questo avrebbe inevitabilmente esposto la Thailandia al rischio di vedere le multinazionali farmaceutiche operare sul territorio thailandese traendone tutti i vantaggi in termini di esclusività mantenendo l’accesso ai brevetti ai soli possessori transnazionali e alle grandi corazzate del farmaco a livello internazionale. Non a caso, a margine del dibattito parlamentare nel corso del quale si è votato a favore della legalizzazione, i legislatori hanno recepito anche le istanze presentate da parti terze thailandesi che hanno chiesto e ottenuto la revoca delle licenze previamente concesse a entità straniere nell’ambito della lavorazione, estrazione, trattamento e commercializzazione della cannabis in Thailandia. La Rangsit University ha affermato in un proprio post ufficiale pubblicato su Facebook scritto in thailandese che una delle parti più confuse della nuova legge sulla marijuana è se entità esterne avranno la licenza specifica connessa ai Cannabinoidi e soprattutto sulla regolamentazione dei propri patrimoni genetici frutto della ricerca condotta nei laboratori thailandesi.

 

USA

La grande guerra delle multinazionali farmaceutiche per accaparrarsi anche il settore della Cannabis

Nella guerra a tutto campo ed ormai a livello planetario nel mercato della cannabis, allo stato attuale Big Pharma sembra prevalere nel grande gioco dell’espansione globale della marijuana. Inizialmente Tilray and Sandoz, una società sussidiaria di Novartis, svolgerà attività commerciale, sviluppo e vendita di medicine correlate alla lavorazione della cannabis in tutto il mondo. Il che rappresenta una notizia davvero brutta per Big Tobacco e Big Alcohol. Per gli osservatori del settore, se si è una società grande già per conquiste rilevate in altri campi, la prospettiva di accedere al successo pure nel campo della marijuana è destinata prevedibilmente a maggior livello di realizzazione. Tutto ciò è ancor più vero per Big Pharma così come per Big Alcohol e Big Tobacco. L’unico dubbio è quanto grande ed in che modo – diretto o indiretto, lavorando la cannabis – otterranno i prodotti base oppure servendo un mercato floreale mondiale. Ciò che relega da parte la Sandoz, una società sussidiaria di Novartis (casa farmaceutica di scala multinazionale), che ha recentemente annunciato di aver stabilito una partnership diretta con Tilray, una società canadese che opera nel settore della canapa che esporta infiorescenze di cannabis ad uso medicale in 35 differenti Nazioni. E’ per la prima volta che una grande compagnia manifatturiera viene direttamente coinvolta nel flusso globale delle infiorescenze di marijuana. Da questo punto di vista è una brutta notizia per grandi società quali Big Alcohol e Big Tobacco che si ritroverebbero entrambe in posizione svantaggiata nonostante grandi investimenti effettuati nel settore nelle società della cannabis legale in Canada. Poiché allo stato attuale la cannabis a scopo terapeutico riceve maggior plauso e popolarità rispetto a quella ricreativa, Big Pharma è in una posizione migliore nel mercato della marijuana rispetto alle società ‘vice’.

Fino ad oggi Big Pharma si è limitata a vendere prodotti analoghi alla marijuana come le pillole di THC sintetico e miscele derivate dalla marijuana come la linea di prodotti base-cannabinoidi della GW Pharmaceutical compresi Sativex e Epidiolex. Secondo gli esperti di STAT, MarketWatch ed altri enti, questa azione consente a Tilray di entrare nel mercato della cannabis con l’imprimatur di società farmaceutica previamente esistente. Questo passo inoltre conferisce credibilità al prodotto che non avrebbe potuto ricevere altrimenti. E maggior credibilità significa maggior numero di clienti e più espansione che è ciò che l’industria della marijuana oggi cerca fortemente. Tilray continuerà a commerciare e vendere Cannabis ad uso ricreativo e prodotti derivati nella propria Nazione di origine, il Canada, dove la legalizzazione è entrata in piena effettività già da Ottobre 17 scorso.

Il vertice societario ritiene importanti sia la cannabis ad uso medicale sia quella ad uso ricreativo ma dopo la recente notizia della liberalizzazione in Thailandia, una Nazione che ha sempre avuto una legislazione fortemente restrittiva sul tema, si rileva sempre più che il mercato sta fortemente espandendosi e sta offrendo sempre più grandi opportunità di crescita nel breve e nel medio periodo. Secondo un comunicato stampa congiunto le due società pianificano di commerciare ed esportare la linea già esistente di prodotti derivanti dalla lavorazione della cannabis, come olii essenziali ed altri prodotti ‘non-da fumo’, creare una tendenza all’ ‘istruzione’ dei farmacisti e dei medici a proposito di questi prodotti, nello sforzo congiunto di spingerli ad una maggiore prescrizione di questi prodotti e possibilmente sviluppare nuovi prodotti proprio attraverso un dialogo continuo e scambio di esperienze o opinioni con farmacisti e medici. Secondo gli analisti di settore, questo tipo di azione consentirà alle due società di catturare nuovi mercati fin dall’inizio così come essi si mostrano in un crescente sviluppo pure online.

 

Gran Bretagna

Preoccupazione per l’accesso alla cannabis terapeutica: a breve, potrebbe diventare la più costosa in tutto il Vecchio Continente

Quando il Regno Unito ha annunciato il passo storico della derubricazione della cannabis consentendo ai medici di prescriverla due mesi fa, i pazienti ed i sostenitori della causa erano preoccupati del fatto se sarebbero state consentite le infiorescenze erbacee oppure solo gli estratti. Ora una prima paziente, una donna di Brighton che soffre di fibromialgia, è stata ammessa a riceve trattamento a base di cannabis ed ha ottenuto anche l’approvazione alla richiesta d’uso di infiorescenze secche. Vi è anche una notizia cattiva: con un Servizio Sanitario Nazionale bloccato dalle procedure burocratiche farraginose nel consentire le licenze agli accessi per usi medicali, i pazienti oggi rischiano di ricorrere tutti al libero mercato, il che rappresenta il serio pericolo di ritrovarsi esposti a costi estremamente proibitivi nelle cure.

Carly Barton, di 32 anni, è da lungo tempo affetta da dolore cronico associato con fibromialgia, dopo essere sopravvissuta ad un infarto 10 anni fa. L’ex docente universitaria è stata ammessa inizialmente alle cure con potenti oppiacei, compresa la morfina e il fentanyl ma la paziente ha ammesso di sentirsi semplicemente una specie di ‘zombie’ e senza nemmeno esser riuscita a risolvere la difficile situazione del dolore. Così ha cominciato a curarsi illegalmente con la cannabis due anni fa conseguendo risultati nettamente migliori. Lo scorso mese è stata ammessa all’uso consentito di cannabis da un medico privato specializzato nelle terapie antidolore. La variazione nel progetto di legge inglese però ha contestualmente aperto il panorama delle discussioni in merito alle diverse modalità di accesso alle terapie con cannabis ad uso terapeutico. Ed è questa la vera preoccupazione che oggi caratterizza il settore specifico in ambito politico, sociale e legiferante.

«C’è un sistema non paritario dove i ricchi hanno accesso ma i poveri no e si trovano ancor oggi davanti ad una porta chiusa dalla Polizia», ha affermato il Daily Mail . Anche il Daily Star rincara la dose: «Al momento, i pazienti sono convocati a turno, vi sono folle nelle sale d’attesa e nemmeno si chiede se sia stato fissato un appuntamento o se siano stati convocati via telefono», il che spiega perché alcuni adottino vie illegali di accesso alla terapia antidolore a base di cannabis ma finendo poi nelle mani di richieste di mercato esose. Un fatto che -appunto- dimostra che hanno accesso alle terapie medicali a base di cannabis coloro il cui censo glielo consente.

USA

Slittata la raccomandazione sulla revisione della cannabis della Organizzazione Mondiale della Sanità 

Lo slittamento all’ultimo momento della ri-schedatura della Cannabis da parte dell’OMS ha creato molta delusione in tutti i supporter di tale espressione da parte di una assise rilevante in questo campo a livello mondiale. Ora si affollano richieste e domande, peraltro senza alcuna risposta almeno al momento. Quando la Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato, agli inizi dell’anno ancora in corso, che avrebbe attuato una revisione delle prove scientifiche a proposito della cannabis da cui sarebbe derivata una raccomandazione sul suo status legale, l’annuncio fu caldamente recepito dalla comunità della cannabis e dai suoi supporter a vario titolo. In tutto il Mondo si era in attesa da mesi col fiato sospeso circa la revisione della Scheda I all’interno dei confini stabiliti dalla legge sulle droghe. L’Agenzia ONU rilasciò tali affermazioni nel corso dell’International Cannabis Policy Conference tenutasi a Vienna. Ma sfortunatamente, l’OMS ha tolto il tema dal calendario delle discussioni all’ultimo momento ed ha rivelato che lo slittamento su tali argomenti è da ritenersi destinata ad essere sottoposta a discussioni in data da determinare.

Sebbene le teorie cospirazioniste ora si facciano forti e si ventili una certa manipolazione per evitare che la questione cannabis veda la luce a livello mondiale, è importante sottolineare che l’OMS ha effettivamente rilasciato recenti raccomandazioni positive riguardo alla marijuana. Proprio lo scorso anno l’Agenzia ha pubblicato un report favorevole sul Cannabidiolo (CBD) dove si suggerisce che questo componente non meriterebbe di essere ancora trovarsi inserito nella Scheda I delle droghe poiché non crea dipendenza né vi si può prefigurare tecnicamente un potenziale rischio di abuso per altri cannabinoidi come il Tetraidrocannabinolo (THC). L’Agenzia inoltre ha affermato ufficialmente di aver riscontrato prove preliminari che CBD possa avere effetti benefici nel trattare l’Alzheimer, il cancro, forme psicotiche comportamentali ed il Parkinson. Più recentemente, l’Agenzia, attraverso la sua Commissione di Esperti sulle Dipendenze da Droghe (ECDD), ha scoperto che la marijuana -in generale- è una droga relativamente sicura e che dopo le prime ricerche condotte già negli Anni ’60, la WHO ha pubblicato un report dove si affermava di aver verificato effetti benefici e terapeutici nel trattamento di alcune forme patologiche.

 

USA

La FDA chiarisce che il CBD resta illegale anche se ottenuto dalla pianta della canapa

A seguito dell’approvazione della legge riguardante la canapa che è diventata operativa negli Stati Uniti, la FDA ha chiarito in un documento ufficiale e pubblico che il CBD resta comunque illegale. Tutti gli elementi della cannabis sono illegali senza tener conto di quali possano essere le origini attraverso le quali possa essere ottenuto. All’interno della nuova legislazione il possesso di quote inferiori a 0.3% di THC è considerato un catalizzatore e quindi non è importante la parte della pianta o il processo di estrazione o l’ammontare di cannabinoidi compreso il CBD. Questo ha condotto a delle specifiche linee guida che sono state pubblicizzate con grande enfasi un po’ su tutti i media nazionali dove si mostra il CBD come legale. Alla luce di tutto questo, la FDA ha ritenuto opportuno pubblicare il più presto possibile il suo responso sul tema. Secondo un accordo federale, così come accade in una legge vigente in Israele, ogni parte della cannabis è considerata una sostanza pericolosa e viene quindi equiparata a sostanza proibita, compresi tutti gli ingredienti che la Food and Drug Administration ha pubblicato sul sito governativo dove appunto si scrive che CDB non è consentito, anche se ottenuto interamente dalla pianta. Tecnicamente e dal punto di vista giuridico, quindi, il CBD è legalizzato negli Stati Uniti fino a quando ottenuto da pianta HMP ma – una volta che diventa un componente completo in sé – è nuovamente considerato parte della Cannabis e quindi, ritorna illegale.

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