Politica Esteri

Thailandia: la più grande piantagione di cannabis medica di tutta l’ASEAN Rassegna stampa della canapa nelle testate estere, dal 14 ottobre al 18 ottobre 2019

Una Thailandia sorprendente: non solo Paese capofila nella legalizzazione della cannabis medicale nell’arco del Sud Est Asia, oggi apre la più grande piantagione di tutta l’area della Associazione degli Stati del Sud Est Asia ASEAN. La Thailandia ospiterà, poi, agli inizi del prossimo anno il ‘Festival Mondiale Inaugurale della Marijuana’, nello specifico dal 29 gennaio al 2 febbraio. Negli Stati Uniti potrebbe essere introdotta una obbligatorietà degli esami antidroga, compresa la cannabis, per verificare se permangono i criteri per mantenere un regime di copertura per l’indennità di disoccupazione. In Canada una ricerca dimostra che il consumo della cannabis anche durante l’esecuzione del proprio tempo lavorativo non esplica alcun effetto peggiorativo. Negli Stati Uniti si valuta la possibilità di far decadere i criteri di cittadinanza nel caso in cui si risulti di origine straniera e si infrangano le leggi che regolamentano l’uso personale di cannabis ed altre droghe, tutti motivi per i quali potrebbe essere applicato il rimpatrio forzoso.

 

Thailandia

Impiantata la più grande piantagione di cannabis dell’intero Sud Est Asia

Pochi posti al mondo stanno assistendo ad una conversione sotto forma di conversione allo stesso livello della Thailandia, dove gli alti esponenti ufficiali attualmente al Governo hanno annunciato di aver impiantato la più grande coltura dell’intero Sud Est Asia. La piantagione di cannabis ad uso medicale più estesa dell’intera area Sud Est asiatica è stata creata nel settembre di quest’anno presso la Maejo University, nella sua serra a grado medico. La coltivazione si compone di 12.000 germogli di cannabis che saranno coltivati e poi trasformati in olii estratti.

La testata Bangkok Post segnala il fatto che la coltivazione è la prima realizzata su scala industriale nell’arco delle Nazioni che compongono la Associazione degli Stati del Sud Est Asia ASEAN. In teoria, la coltivazione sarà capace di produrre un milione di bottiglie di olii estratti da cannabis, contenenti cinque millilitri di olii da canapa ognuna entro il prossimo mese di febbraio. Quegli olii saranno estratti da 2.4 tonnellate di infiorescenze di marijuana secca coltivati in circa 37,722 metri quadri di estensione.

Storicamente, la Thailandia ha avuto una vasta cultura della coltivazione di cannabis ma il governo ha pesantemente criminalizzato quella specifica pianta in specie durante il periodo dell’alleanza con l’America durante la Guerra contro le Droghe. In ogni caso, nel mese di dicembre 2018, il governo conservatore della Thailandia ha fatto il salto passando dall’altra parte della barricata, scegliendo di sposare il movimento internazionale favorevole alla legalizzazione della cannabis per stretto uso medico e alla sua industria correlata

Nel mese di agosto dell’anno corrente il Governo thailandese ha svelato il proprio primo laboratorio presso la Rangsit University, dove i professori hanno lanciato un programma di ‘studi sulla cannabis’. L’Università era inizialmente dipendente dalla cannabis sequestrata dalla Polizia nel mercato nero ma ora la cannabis coltivata presso la Maejo University cambierà completamente la dinamica della materia.

La attuale piantagione di cannabis e dei relativi germogli presso la Maejo University è una vera e propria avventura, dove hanno partecipato anche il Vice Primo Ministro ed il Ministro della Sanità Anutin Charnvirakul che s’è sporcato le mani in prima persona in quella piantagione. Mentre il raccolto è settato ormai su scala industriale, Charnvirakul ha affermato che si tratta di un primo passo per aprire il processo della coltivazione della cannabis medica a favore di entità che non sono ancora autorizzate dal Governo. «Questi sono i primi passi storici sul cammino verso l’accesso alla cannabis per le persone che vogliano coltivare sei alberi di cannabis ciascuno nelle loro case», ha affermato lo stesso Charnvirakul. «L’università sarà un centro dove la gente comune può imparare a piantare e coltivare cannabis di buona qualità. La cannabis non è un problema di politica, è un prodotto che può andare tutto a beneficio della salute delle persone. Nel prossimo futuro, le famiglie potranno piantare la cannabis nei propri giardini come qualsiasi altra erba»

Il direttore del centro universitario ‘Maejo Natural Farming Research and Development Centre’, Arnat Tancho, guiderà personalmente la coltivazione in qualità di project manager. Egli crede che la sua preparazione e quella del suo team di sperimentazione potranno consentir loro di produrre una qualità di cannabis di alto grado medicale completamente organica. Ciò significa nessun utilizzo di fertilizzanti o adottando programmi che prevedano l’uso di metalli o anche peggio.

Secondo Tancho, anche la selezione di semi adottata rende il progetto del tutto speciale. La specie genetica è denominata Issara 01 ed è stata sviluppata da una infiorescenza di geni nazionali. Tancho afferma che una delle ragioni per le quali hanno adottato una specie genetica proveniente dalla parte settentrionale della Thailandia per la loro coltivazione è stata la volontà di ispirare le persone sulla qualità e sulle possibilità offerte dai geni scelti su sede nazionale. Tancho ha anche aggiunto che la selezione genetica sarà con una ratio one-to-one CBD verso THC. E’ -nelle sue parole- ciò che il settore medico chiede al momento. La specie scelta potrebbe condurre ad una coltivazione totalmente in esterni in un futuro non troppo lontano nel caso in cui una apposita “licenza di coltivazione” sia rilasciata ed ammessa in sede istituzionale. Ritiene che lo stile di coltivazione attraverso un ceppo genetico nazionale da applicarsi in ogni regione potrebbe condurre alla fine ad una vera e propria coltivazione coordinata su scala nazionale, cioè su tutto il territorio della Thailandia.

Con l’enfasi data a questo progetto, configurandolo come il primo di molti, sembrerebbe che una fetta di popolazione più ampia della Thailandia avrà presto la propria opportunità di crescere sei piante a casa. Le persone avranno anche la possibilità di vendere il prodotto finale realizzato nel proprio giardino di casa direttamente al Governo. Ogni pianta potrebbe dare una resa pari a 2.225 Thai Baht, cioè l’equivalente di 73.21 Dollari USA così da avere la possibilità di guadagnare fino a 439,26  Dollari USA. La media di introito in Thailandia è di appena 3.322,81 Dollari USA secondo i dati CEIC così questa potrebbe essere una ragionevole fonte di reddito aggiuntiva per molte persone che intendano associarsi a tale progettualità di investimento.

 

Thailandia

Si terrà in Thailandia nel 2020 il ‘Festival Inaugurale Mondiale della Marijuana’

Il Festival Mondiale Inaugurale della Marijuana si terrà in Thailandia tra il 29 gennaio ed il 2 febbraio del prossimo anno. Nella direzione di dar luce al progresso nazionale thailandese lungo la strada della legalizzazione della marijuana a scopo medicale, sarà proprio la Thailandia ad ospitare l’Inaugural World Ganja Festival agli inizi del prossimo anno. L’evento è allestito ed organizzato dalla ‘Association of Researches of Thailand’ con la cooperazione dei Governi nazionale e locali. «Siamo la sede principale. La Thailandia è l’ospitante principale. Striamo decidendo chi invitare al Ganja Festival», ha affermato il Consigliere Onorario del ‘World Ganjia Festival’, il generale Charan Kullawanit. «Ci saranno ospiti ufficiali cinesi, giapponesi ed americani. Una volta erano tutti Paesi che si opponevano», ha poi aggiunto. «Li inviteremo così potremo ascoltare le loro idee in ambito accademico, ascoltare le loro presentazioni e i contenuti delle loro dichiarazioni ufficiali. Potremo anche constatare e verificare quali tipi di benefici questo importante evento potrà arrecare alla comunità internazionale».

La ‘Association of Researches of Thailand’ ha annunciato che il gruppo ha siglato accordi per tenere il primo World Ganja Festival il 29 gennaio del prossimo anno fino al 2 febbraio con la ‘Thai Nationalism Foundation’, la ‘Journalist and Media Association of Thailand’ e le organizzazioni amministrative provinciali di Nakhon Phanom, Sakon Nakhon e Murdahan. L’evento si terrà in una zona ampia 40 acri nei pressi del Nong Yat Reservoir nella Provincia di Nakhon Phanom.

Il ‘World Ganja Festival 2020′ servirà come piattaforma per la condivisione delle conoscenze circa gli usi medicali della cannabis, secondo quanto confermato dallo stesso generale Kullawanit. L’evento includerà seminari educativi, informazioni sulle innovazioni tecnologiche e sulle opportunità per le negoziazioni nel business di settore.

Gli organizzatori del festival sperano che l’evento aiuterà a creare nuove opportunità per la Thailandia, la prima Nazione della Regione che ha legalizzato la marijuana. Essi sperano anche di poter fornire una migliore comprensione della cannabis e delle tematiche giuridico-legali relative alla coltivazione ed all’uso.

La Thailandia ha legalizzato la cannabis per uso medicale e a fini di ricerca scientifica lo scorso anno, una decisione che è stata confermata con un apposito decreto reale nel mese di febbraio. Il Governo sta immaginando la legalizzazione come un ulteriore modo per conferire benefici alla popolazione thailandese sia in ambito medico sia attraverso l’apporto economico che ne potrebbe derivare, oltre che in termini di opportunità economiche e lavorative in ambito agricolo.

La Thailandia ha una antica tradizione circa l’uso della cannabis per rilassare muscoli e per il trattamento del senso di fatica o dolore derivante da lavoro che rimanda indietro notevolmente nel Tempo. In agosto, il Governo thailandese ha cominciato la distribuzione di 10.000 dosi di olii estratti da cannabis destinandoli ad ospedali affinché siano usati per la cura dei pazienti.

 

Stati Uniti

L’Amministrazione Trump vuole i test antidroga per accedere ai benefici della disoccupazione

L’Amministrazione Trump ha fissato nuove regole che prevedano test antidroga (compresi quelli sulla cannabis) per coloro che ricevono benefici nei periodi di disoccupazione. Ma -mentre aumentano gli Stati che approvano la legalizzazione, correlativamente aumenta la pressione affinché i test antidroga sui lavoratori siano eliminati del tutto.

Dover fare pipì in un bicchierino come condizione di lavoro è abbastanza umiliante ma è stata la norma in molte industrie dai tempi della ortodossia della guerra alla droga di Reagan degli Anni ’80. Ora, per giunta, si può anche dover passare un esame delle urine per ottenere l’indennità di disoccupazione se si viene licenziati.

L’Amministrazione Trump attraverso il Dipartimento del Lavoro, lo scorso 3 ottobre ha promulgato una nuova regola che consente «maggiore chiarezza e flessibilità» agli Stati nell’identificazione di professioni in cui test di droga saranno utilizzati nei loro programmi di assicurazione contro la disoccupazione.

«La flessibilità offerta nella nuova regola rispetta le differenze tra i vari Stati per quanto riguarda i test antidroga nelle procedure sull’occupazione in tutto il nostro Paese» ha affermato John Pallasch, il Segretario aggiunto per l’Occupazione e la Formazione. «Questa regola stabilisce uno standard che gli Stati possono soddisfare individualmente in base ai dati delle loro economie e pratiche specifiche».

La regola, pubblicata nel Registro federale, consente agli Stati di testare i candidati per la richiesta d’accesso all’indennità di disoccupazione, nel caso in cui abbiano lavorato in una professione in cui test di droga sono regolarmente condotti. Oltre alle professioni specifiche menzionate nella regola, gli Stati possono inoltre identificare altre professioni in cui i datori di lavoro effettuano test antidroga come requisito standard di ammissibilità ai fini dell’impiego.

La nuova norma abroga un regolamento del 2016 in base al quale gli Stati erano limitati nel somministrare test ai candidati alla indennità di disoccupazione in alcune professioni elencate nelle quali i lavoratori sono sottoposti a test regolarmente. All’epoca, il Congresso aveva promulgato una risoluzione di ‘disapprovazione’ circa la regola più lassista, che è stata poi firmata da Trump.

Il Dipartimento del Lavoro ha detto che l’autorità per la nuova regola è concesso ai sensi della ‘Middle Class Tax Relief & Job Creation Act’ del 2012, che consente agli Stati di negare l’indennità di disoccupazione a un candidato che risulta positivo e che ha lavorato in una professione che conduce regolarmente test antidroga.

La nuova regola sembra riassumere la strana schizofrenia politica che sta colpendo gli Stati Uniti in questo momento, con uno spazio legale e culturale che si apre rapidamente per la cannabis anche in mezzo alla dura reazione ai più alti livelli di potere. La regola arriva appena una settimana dopo che un nuovo Segretario del Lavoro ha preso possesso dell’ufficio, Eugene Scalia, un avvocato aziendale veterano e figlio dell’ultimo ultra-conservatore membro della Corte Suprema di Giustizia Antonin Scalia. Sostituisce Alexander Acosta, che si è dimesso nel bel mezzo della protesta pubblica dove si chiedeva la clemenza in merito ad un accordo di patteggiamento nel 2008 che ha colpito il finanziere Jeffrey Epstein quando Acosta era avvocato rappresentante degli USA nel Sud della Florida. E Acosta, qualsiasi siano i suoi misfatti, sembra aver avuto opinioni più progressiste su questa particolare questione. L’anno scorso, ha chiesto ai datori di lavoro di ripensare la pratica relativa ai test antidroga per ogni candidato all’impiego, fatto che creato un certo ostacolo per le persone qualificate che entrano a far parte della forza lavoro.

Un sondaggio del Consiglio dei Datori di Lavoro nel 2018 ha indicato che il 13% dei datori di lavoro non regolati dal Dipartimento dei Trasporti aveva allentato le proprie politiche sui test per cannabis nei due anni precedenti e il 7% aveva abbandonato del tutto l’applicazione dei test sulla cannabis a fini di valutazione per l’occupazione. Uno scandalo a New Orleans sui falsi positivi nel programma di test antidroga della città ha focalizzato l’attenzione sulle ingiustizie dell’ortodossia degli esami delle urine. E due anni dopo la legalizzazione, il Nevada -nel mese di giugno scorso- è diventato il primo Stato ad impedire ai datori di lavoro di discriminare i candidati all’assunzione per il lavoro sulla base di un test positivo per la cannabis.

 

Canada

La legalizzazione della marijuana non ha arrecato alcun danno alla produttività del Paese

La cannabis è legale in Canada ma questo non vuol dire che i lavoratori siano meno produttivi. V’è questa idea per la quale la legalizzazione della marijuana a livello nazionale avrebbe effetti sulla forza lavoro del Paese e che essa tenderebbe a far slittare sempre più verso una lentezza complessiva fino ad implodere, conducendo così ad una vera e propria rovina finanziaria, in realtà, non solo in Canada ma in qualsiasi Paese dove la legalizzazione sia stata o sia sul punto di essere, prima o poi, introdotta. E’ una specie di oleografia vecchia scuola portata ad un massimo livello di follia per la quale coltivare una certa pianta costituisca l’oltrepassare i confini della legalità e induce al proibizionismo esteso e spicciolo al fine di difendere la società e la classe operaia, lavoratrice in generale. Per proteggere anche l’integrità del tessuto sociale e delle famiglie che altrimenti vivrebbero condizioni di abbandono, ottundimento e confusione e nessuna regola morale, lasciandosi andare -invece- a tutte le tentazioni della vita quotidiana. In realtà, come ben sappiamo tutti -dati della Storia alla mano e ricerche scientifiche condotte ed in atto sul tema- la marijuana non ha mai condotto ad alcun disfacimento sociale né tantomeno al lassismo o alla caduta degli indici di produzione, oltre quelli di tipo etico e morale.

Alcuni ricercatori, unitamente con la società di risorse umane Ipsos, in associazione con ADP Canada, recentemente hanno condotto un sondaggio online nella speranza di saperne di più su come la legalizzazione della marijuana ricreativa in Canada abbia influenzato la forza lavoro.

Mentre le prime previsioni mostravano che la marijuana legale avrebbe potuto causare una ondata di richieste in entrata, con notevoli ritardi e la produttività generale in picchiata, i risultati mostrano che nulla di tutto ciò è accaduto. Un impressionante 74% degli intervistati, tutti canadesi dai 18 anni in su, ha affermato che la marijuana legale non ha esplicato alcun effetto o impatto sulla produttività, mentre il 71% ha segnalato che non vi è stato alcun aumento di assenteismo. In altre parole, si tratta di affari che si svolgono nella parte settentrionale della Nazione, dove anche gli adulti hanno la possibilità di fumare marijuana nel proprio tempo libero. «L’aspettativa era che ci sarebbe stato un enorme impatto sul posto di lavoro, eppure i dati mostrano questa volta che su questo tema è molto, molto più piccolo di quanto ci aspettavamo», ha affermato alla CBC Hendrik Steenkamp, HR advisory director per ADP Canada. Ha poi aggiunto: «Penso che i canadesi siano cittadini molto buoni e rispettosi della legge, e penso che abbiano rispetto per il posto di lavoro».

Ma questo non significa che i datori di lavoro non fossero finiti preda del panico prima del lancio delle vendite al dettaglio di marijuana. Si temeva che un maggior numero di lavoratori avrebbe iniziato a presentarsi al lavoro semi addormentati, provocando una serie di problemi di sicurezza che la maggior parte delle aziende erano incapaci di affrontare. In alcuni casi, gli opinion leader del settore hanno spinto affinché il Governo attuasse una politica di tolleranza zero a proposito dell’uso di marijuana sul posto di lavoro. Proprio come era stato fatto a proposito di alcool quando si è proibito di uscire dalla sede del proprio posto di lavoro durante la pausa per andarlo a consumare fuori. Ecco, quegli opinion leader premendo sul Governo avevano equiparato anche l’uso della marijuana a quello dell’alcool, quando fosse stato utilizzato al di fuori del controllo dei manager del posto di lavoro. Questo è, in sintesi quello che ha affermato John White, Presidente della Canadian Automobile Dealer Association. Senza dubbio, i datori di lavoro si aspettavano il peggio dalla marijuana legale, ma nessuno di questi timori si è mai concretizzato, spiega l’avvocato Nadia Halum Arauz dello studio legale MacLeod di Toronto. Lei sostiene che i lavoratori canadesi stavano già usando cannabis prima della legalizzazione, quindi non molto è cambiato da quando la nuova legge è entrata in effetto. «La realtà è che, penso, molta gente ha consumato cannabis regolarmente già da molto tempo prima», ha detto, «e così la legalizzazione probabilmente non ha avuto un eccessivo impatto sulle loro pratiche attuali. Ha senso per me che l’impatto non è stato alto come la gente temeva di essere»

Tuttavia, questo non significa che i datori di lavoro siano improvvisamente OK sull’uso di cannabis al lavoro. Diciamo, anzi, che non è proprio questo il caso. In effetti, l’86% degli intervistati rappresentati nello studio, ha affermato che la assunzione di droghe è qualcosa di non consentito sul posto di lavoro. Dando uno sguardo a quanto riportato da un testo che non è un vero e proprio libro sul tema, intitolato The Guide to Drinking Booze and Keeping a Job’: l’idea che se ne trae è che il consumo di marijuana è immaginato piuttosto come qualcosa che può essere consumato con maggiore libertà di azione dopo il lavoro, cioè al di fuori degli orari e dei compiti connessi con il lavoro e la sua tempistica. Ma molti credono che l’erba non dovrebbe avere assolutamente nessun posto prima di timbrare il cartellino o sul lavoro. E questo vale per alcune professioni più di altre. Ad esempio, alcune compagnie aeree hanno imposto chiari divieti agli utenti di cannabis quando si tratta dei propri piloti, assistenti di volo e meccanici. La maggior parte delle aziende, però, si accontentano del solo fatto che i lavoratori non si presentino sotto evidente stato di alterazione sul posto di lavoro. Ma la maggior parte dei datori di lavoro stanno ancora lottando per trasmettere le politiche sulla cannabis ai loro lavoratori.

Il sondaggio rileva che le politiche aziendali sull’uso di cannabis non sono esattamente chiare. Nemmeno il management è fiducioso sulle regole associate all’erba legale sul posto di lavoro. Questa, secondo Steenkamp, è una delle sfide più pressanti che le aziende devono affrontare quando si arriva a patti con la marijuana legale. «Le organizzazioni devono essere molto chiare su quali sono le aspettative sia per i team di leadership e dipendenti quando si tratta di abuso di sostanze sul posto di lavoro», ha detto alla fonte di notizie. «Se non hanno messo in atto tali politiche o modificato le loro politiche esistenti, non è troppo tardi per farlo ora».

 

Stati Uniti

Una legge per rimuovere l’espatrio in caso di possesso di cannabis

La Legge per la Rimozione della Marijuana dai Reati Passibili di Espatrio potrebbe introdurre una profonda revisione dell’Atto sull’Immigrazione e la Nazionalità così che il possesso di cannabis potrebbe non essere più elemento che conduca al rimpatrio in caso di eventuale immigrazione priva di documenti atti al caso.

Una apposita legge introdotta dai parlamentari dello Stato di Washington D.C. potrebbe rimuovere la cannabis come terreno di espatrio a seguito della applicazione del contenuto delle leggi vigenti in materia in ambito federale circa l’espatrio.

Secondo quanto previsto dalla legge, la Legge sulla Rimozione della Marijuana per Lesioni all’Espatrio (S.2021), le lesioni di legge per le quali un immigrato privo di documenti può essere espatriato, potrebbe essere sottoposta a revisione. La legge fu introdotta dal Democratico Senatore Cory Booker del New Jersey nel mese di giugno scorso e poi passata in approvazione alla Camera lo scorso mese con una legge accompagnatoria dell’Assistente Democratico e Speaker Ray Ben Lujàn del New Mexico. «Gli sforzi di questa Amministrazione per utilizzare il possesso di marijuana come strumento per l’espatrio è fuorviante e non aggiunge nulla in termini di sicurezza per la nostra comunità», ha affermato Booker in una conferenza stampa. «Le limitate risorse delle forze dell’ordine non dovrebbero essere sprecate per espatriare persone per qualcosa che due degli ultimi tre presidenti hanno ammesso di fare. Questa legislazione eliminerà un’altra delle armi dell’ICE che sono state impiegate per eseguire la politica di immigrazione di questa amministrazione».

Con questa legge, l’Atto sull’Immigrazione e la Nazionalità sarebbe revisionato, aggiungendo la frase «diverso dalla distribuzione di marijuana» alla sezione che definisce «traffico illecito in sostanze controllate» come una lesione delle normative e delle avvertenze connesse al rimpatrio in caso di immigrati senza documenti. La misura aggiunge anche che «eventuali reati che coinvolgono l’uso, il possesso, o la distribuzione di marijuana non sono considerati motivi di inammissibilità». Il disegno di legge consentirebbe inoltre agli immigrati che sono stati espulsi o cui è stato negato il visto di chiedere nuovamente l’ingresso nel Paese o di ottenere il rilascio del visto.

«La decisione dell’amministrazione Trump di usare la marijuana come arma contro le nostre comunità di immigrati è spregevole», ha detto Luján. «Il governo federale non dovrebbe sprecare risorse per devastare le famiglie di immigrati quando ci sono bambini detenuti nei campi di frontiera che sono alla disperata ricerca di servizi legali, prodotti per l’igiene e l’assistenza umanitaria di base. Fornire assistenza per questi bambini e le famiglie dovrebbero essere invece il focus dove l’amministrazione Trump dovrebbe dedicare il suo finanziamento». Ha poi aggiunto «Sono orgoglioso di essere in lottan per questa legislazione al fine di ritenere Presidente Trump responsabile e per difendere le nostre comunità di immigrati da politiche insensate e odiose».

Più di 34.000 immigrati sono stati espulsi tra il 2007 e il 2012 per possesso di marijuana, secondo un rapporto di Human Rights Watch. Da quando il Presidente Trump ha revocato le linee guida che elencavano i reati minori e le condanne connesse alla cannabis come una questione di priorità bassa, la crisi è peggiorata, secondo l’ufficio di Luján. Infine, ha aggiunto Luján, che «Questo programma anti-immigrati dall’amministrazione Trump è in aperto in contrasto con le politiche di decine di Stati che hanno legalizzato o depenalizzato l’uso di marijuana e il suo possesso».

Thailandia: la più grande piantagione di cannabis medica di tutta l’ASEAN Rassegna stampa della canapa nelle testate estere, dal 14 ottobre al 18 ottobre 2019">