Politica Esteri

Stati Uniti: pionieri nella regolamentazione della cannabis Rassegna stampa della canapa nelle testate estere, dal 2 al 6 dicembre 2019

Il mondo della produzione, coltivazione, trattamento e commercializzazione della cannabis negli Stati Uniti preme perché l’ambito parlamentare riveda i livelli di THC sulla base del calcolo effettuato sul prodotto secco e chiede soprattutto un quadro normativo più chiaro e definitivo lungo la strada della piena liberalizzazione, il che potrebbe costituire un passo importante per le sue evidenti ricadute a livello internazionale, superando le incertezze giuridiche che allo stato attuale, rendono lento il processo di sviluppo del settore all’interno del territorio americano. Una recente ricerca mostra un quadro riguardante gli investimenti di tipo finanziario e industriale dove il 51% dei potenziali investitori risulterebbe propenso a investire nel settore della cannabis. Dopo recenti casi numerosi di decessi causati dal fumo di sigaretta elettronica, anche di cannabis, che dopo gli Stati Uniti oggi hanno toccato anche l’Europa, la Eurpean Industrial Hemp Association hanno chiesto specifiche leggi che regolamentino questo settore e più ricerche scientifiche che appurino una volta per tutto che tali morti non sono dipese dalla cannabis quanto piuttosto da una combinazione di fattori, in primis i materiali poveri utilizzati nella confezione di cartucce per sigarette elettroniche.

 

Stati Uniti

Negli USA si polemizza fortemente sui livelli di THC consentiti nella canapa

Tutte le parti coinvolte nel settore della coltivazione e lavorazione della canapa, così come i politici che sostengono il settore specifico negli Stati Uniti hanno etichettato le proposte di legge definite dallo United States Department of Agricolture USDA come eccessivamente restrittive ed hanno invocato un maggior grado di tolleranza superiore all’1% di THC.

La Legge Agricola Farm Bill degli USA che lo scorso primo dicembre ha iniziato a stabilire il livello di THC consentito per la canapa fissandolo a non più dello 0.3 per cento per il THC sulla base del prodotto secco ma le leggi dell’USDA consentono una tolleranza fino a livelli fino allo 0.5 per cento di THC. Qualsiasi raccolto di canapa con un ammontare di THC che superi tali limiti potrebbe risultare in una violazione delle leggi. I proponenti affermano che il livello dovrebbe essere accresciuto fino all’1%.

In una recente lettera inviata all’USDA, i senatori dell’Oregon Ron Wyden e Jeff Merkley suggeriscono numerose variazioni da apportare alle leggi dell’USDA, sottolineando il livello problematico di THC e suggerendo le variazioni da apportare ad altre specifiche regolamentazioni di legge.

I senatori hanno chiesto anche metodi alternativi di effettuazione dei test attualmente concentrati solo sul THC Delta-9 piuttosto che sull’intero spettro di THC ed hanno argomentato che i laboratori privati ma anche di altra tipologia dovrebbero essere appositamente autorizzati e certificati per applicare gli opportuni test di settore. All’interno della proposta di legge USDA solo i laboratori registrati presso la Drug Enforcement Administration possono condurre tali test.

I senatori inoltre, hanno anche sostenuto l’argomento relativo al fatto che molti agricoltori hanno fatto notare che la proposta dell’USDA per la quale la canapa deve essere testata entro 15 giorni prima della raccolta, diventa un vero e proprio ostacolo “impossibile da superare”, sollecitando affinché quel periodo sia portato a 28 giorni.

Un altro politico, il senatore di New York Chuck Schumer, capo dei democratici al Senato USA, la scorsa settimana ha affermato alla testata The New York Daily News: «Alcune persone credono che il livello di THC che essi hanno fissato sia troppo basso, perché si pone sotto il livello di pericolo»

«E’ necessario esaminare queste regole e riconsiderarle, ha dichiarato Schumer nel chiedere una proroga del periodo di 60 giorni per un dibattito pubblico sulle norme per la proposta per la canapa disegnate dall’USDA e che sono state rese pubbliche alla fine di ottobre. Ciò significa che il periodo di osservazione terminerebbe poco prima del nuovo anno»

«Questa canapa ha un enorme, davvero enorme potenziale e tutto l’entusiasmo per la coltivazione e la lavorazione della canapa, così come la creazione di un sacco di posti di lavoro, potrebbero disperdersi se queste regole siano legiferate in modo troppo stretto e restrittivo», ha affermato Schumer.

 

Stati Uniti

Gli investitori si dividono sugli acquisti di titoli della cannabis

Secondo una recente ricerca, i dati suggeriscono che gli investitori sono profondamente divisi sull’investire o meno nel settore della cannabisUna recente ricerca condotta da Go Banking Rates ha trovato che i finanzieri sono molto divisi al proprio interno sull’investire oppure no nel settore della cannabis, con un 51 per cento che afferma che non investirebbe mai in questo campo mentre il 49 per cento ha confermato di averlo già fatto oppure sono disponibili a farlo.

Sui circa 800 investitori sottoposti al questionario, il 9 per cento è risultato già attivamente impegnato nella fase degli investimenti nell’industria di settore ma solo il 10 per cento lo considera come un investimento sicuro. Il sondaggio ha trovato che -se la cannabis dovesse essere legalizzata a livello federale- un terzo degli investitori prenderebbe in considerazione l’investimento, mentre un altro terzo ha detto che non avrebbe mai sostenuto l’industria indipendentemente dallo status legale.

Gli investitori con età tra i 25 ed i 34 anni si sono detia alquanto (13.48 per cento) disponibili ad investire nel settore della cannabis per quel che deriva dagli esiti della ricerca, seguiti da investitori con età tra i 55 e i 64 (10.49 per cento); quelli con età collocata tra 45 e 54 che attualmente non stanno investendo dove lo fanno già quelli con maggior disponibilità a farlo. Quasi 2 investitori su 10 si dichiarano disponibili a valutare l’idea di fare ingresso sulla scena degli investimenti nel settore della cannabis se consigliati da esperti nel settore finanziario.

Jon Vlachogiannis, il fondatore del prodotto di gestione patrimoniale AgentRisk, ha descritto gli investimenti nel settore come «molto volatili» e ha confrontato gli investimenti in un singolo stock di cannabis «Come giocare alla roulette russa».

Nel sondaggio, solo il 15 per cento ha detto che le scorte di cannabis aiutano a diversificare i portafogli ma il 42 per cento ha descritto il settore come «in rapida crescita». Di quelli che avrebbero investito, la maggior parte (20,5 per cento) si sono dichiarati a proprio agio con l’investimento inferiore a 100 dollari, mentre il 15.7 per cento ha riferito che avrebbe investito tra 100 e 500 dollari, con il 13 per cento degli intervistati che ha confermato che avrebbe investito da 1.000 a 4.999 dollari e l’8.3 per cento che avrebbe investito 5.000 dollari ed oltre. Il sondaggio ha anche trovato che due terzi del campione sono coloro che sostengono la legalizzazione della cannabis a livello federale, dato coerente con gli ultimi due sondaggi Gallup che aveva posto la domanda.

Unione Europea

Il pioniere della canapa Daniel Kruse è stato eletto alla guida della European Association

Il pioniere europeo della canapa, Daniel Kruse, è stato eletto Presidente della European Industrial Hemp Association EIHA. Veterano con 26 anni di esperienza nel settore, è fondatore ed Amministratore Delegato di Hempro International GmbH & Co. e di Hempconsult GmbH due delle compagnie leader di settore in Europa .

Kruse, eletto durante il 27esimo General Meeting dell’EIHA, il 22 novembre scorso, rimpiazza Mark Reinders, Amministratore Delegato della società con sede in Olanda, HempFlax che ha operato come Presidente per cinque anni. Reinders continuerà a lavorare per EIHA come membro del board societario.

In occasione di altre modifiche al segretariato dell’EIHA, sono stati eletti due nuovi membri del consiglio. Si tratta di Jacek Kramarz, direttore dello sviluppo del produttore polacco di CBD HemPoland, e Christophe Fevrier, direttore generale della Hemp-It, ditta francese che produce sementi. Essi sostituiscono Boris Banas della società con sede nella Repubblica Ceka, CBDepot e Philippe Heusele, Inter-Chanvre, Francia, entrambi i quali hanno abbandonato il board. Sette persone costituiscono il board EIHA e sono Catherine Wilson, CannaWell, Gran Bretagna  la quale ha svolto il lavoro di Vice Presidente EIHA; Bernd Frank, BaFa Neu GmbH, Germania , Tesoriere EIHA e Rachele Invernizzi, presidente di SouthHemp, Italia.

Kruse è stato direttore EIHA fin dal 2013 ed ha a lungo operato per tutte le parti interessate all’industria della canapa. Kruse è direttore dell’EIHA dal 2013 ed è da tempo ha lavorato al servizio delle parti interessate all’industria della canapa per l’Unione europea e i governi tedeschi, dove il suo lavoro ha contribuito a far progredire il quadro giuridico e normativo per l’industria di settore.

Nel 2014, Kruse ha fondato HempConsult per rispondere al crescente bisogno di consulenza specifica per l’industria della canapa. HempConsult segue le tendenze del settore e gli sviluppi nei mercati globali della canapa, svolge ricerche di mercato e funge da consulente per gli imprenditori, per le start-up, gli investitori e le altre parti interessate del settore nello sviluppo di obiettivi strategici e nella loro attuazione efficace e sostenibile. Kruse è anche azionista e consulente di HANF FARM, MH Medical Hemp e Hemp Factory, tutte società che sono state fondate nel 2014. HANF FARM è attiva nel settore della coltivazione, lo sviluppo delle sementi, la propagazione dei semi e in fase di consulting. MH Medical Hemp è specializzata in estrazione di CBD, nonché lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione globale di cannabinoidi a base di canapa e prodotti contenenti cannabidiolo, ed è in fase di approvazione per raggiungere la distribuzione di cannabis medica.

Kruse ha sostenuto HempFactory nella espansione nel 2017 e la ricollocazione dei suoi prodotti con le connesse strutture dispositive. Lo stato dell’arte, il sito ad energia solare con sede a Borken, Germania, ha avviato la produzione agli inizi del 2018.

 

Belgio

Per l’EIHA le morti per la sigaretta elettronica sottolineano la necessità di leggi specifiche

La European Industrial Hemp Association EIHA ha nuovamente invocato specifiche leggi che regolamentino i liquidi per le sigarette elettroniche all’interno dell’Unione Europea, specialmente alla luce della morte occorsa la scorsa settimana e che ha colpito un 18enne di Bruxelles, Belgio, il quale stava svapando proprio liquidi per sigaretta elettronica a base di CBD .

I Centers for Disease Control and Prevention CDC degli USA hanno preliminarmente determinato che un certo numero di problemi di salute e certe morti negli USA sono state causate da acetato di Vitamina E, un olio estratto dalla Vitamina E che viene utilizzato nella preparazione di olii e prodotti a basso costo ed a bassa qualità.

Sottolineando che «Il CBD è una sostanza sicura, come dimostrato da molti studi e che non è pericolosa per i consumatori», l’EIHA ha aggiunto in un comunicato ufficiale: «Il problema che è costato molte vite umane negli Stati Uniti e che ora colpisce l’Europa non ha nulla a che fare con le sigarette elettroniche né con l’abitudine di svapare».

L’uomo di Brussells è deceduto lo scorso 14 novembre, nel referto medico si parla di complicanze polmonari causate dall’uso regolare di una sigaretta elettronica contenente un liquido per svapare contenente CBD ed altre sostanze.

I CDC hanno collegato le patologie collegate allo svapare a 39 casi di decessi e 2.000 casi di danni polmonari negli Stati Uniti. Quattro grandi entità del mercato della cannabis del Canada hanno subito una contrazione di 10 milioni di dollari sin termini di valore sul mercato interno sin da quando la crisi delle sigarette elettroniche ha preso avvio negli Stati Uniti nel mese di agosto scorso.

L’EIHA ha a lungo fatto pressione sulla Commissione Europea affinché definisca una chiara cornice legislativa coerente e degli standard qualitativi per tutti i liquidi da svapare e per i componenti liquidi per sigarette elettroniche realizzati nell’Unione Europea, così come per quelli importati.

«La causa di questa evitabile tragedia è la relativa assenza di leggi e di controlli di qualità sul mercato odierno di settore», ha affermato EIHA in un comunicato ufficiale. «L’unica soluzione per superare queste minacce sono le leggi concernenti i componenti e la etichettatura». La associazione ha affermato che il rimedio legislativo potrebbe definire meglio il quadro normativo europeo e come regolamentare nello specifico, i prodotti all’interno dell’Unione Europea e allo stesso tempo, difendere meglio i consumatori europei dai prodotti importati e a bassa qualità.

I Centers for Disease Control hanno affermato questo mese che l’acetato di Vitamina E è probabilmente la causa di problemi di salute intorno all’intera area del fumo da sigaretta elettronica. La sostanza la si ritrova spesso in cartucce per svapare taroccate o di basso livello qualitativo ed i ricercatori che operano nel settore CBD affermano che -in goccioline- praticamente si conficca nei polmoni.

Secondo le attuali leggi vigenti nella Comunità Europea, i liquidi per sigarette elettroniche non sono considerati “cibo” o “derivati da alimenti” e quindi non vi sono leggi specifiche che mettano chiarezza in questo settore stabilendo dei paletti legislativi ad hoc. Tutto ciò porta ad una legislazione carente su prodotti che così non sono ben regolamentati sull’intero mercato continentale, come EIHA ha fatto chiaramente notare. Nella maggioranza delle evenienze questi prodotti si sono rivelati meno costosi in comparazione coi prezzi applicati nell’Unione Europea per i prodotti CBD realizzati all’interno del territorio comunitario ed hanno anche una etichettatura molto povera o carente con descrizioni molto vaghe, come peraltro la stessa Associazione ha sottolineato nel suo testo ufficiale.

I problemi segnalati da EIHA nello specifico sono: i liquidi per le sigarette elettroniche contengono Propilene PG e Glicerina Vegetale VG in differenti proporzioni o percentuali e aromatizzazioni. Possono anche contenere piccole quantità di acqua distillata ma non dovrebbe contenere alcun’altra sostanza o additivo. 

I problemi alla salute crescenti a causa dell’uso di sigarette elettroniche sono anche direttamente correlati alla percentuale di Glicolo Propilene PG e Glicerina Vegetale, più sono presenti queste sostanze, più si evidenziano problemi ai polmoni. 

Vi sono liquidi per sigarette elettroniche sul mercato con CBD e terpeni in differenti percentuali di CBD e profili di terpeni. In questo caso i terpeni sono classificati come aromatizzazioni.

 

Stati Uniti

La cannabis sembra faccia bene per curare il mal di testa. Ma perché?

Come la cannabis opera sul senso di sofferenza e sul dolore è quantificato quanto la ‘natura’ del dolore stesso, cioè non tanto bene iI mal di testa sono molto comuni, circa la metà della popolazione in modo alquanto routinario soffre per il dolore che giunge dall’interno del cranio e cerca sollievo nell’utilizzo della cannabis. Ma così come accade anche con altre fonti del dolore cronico, così come per la natura stessa del dolore,  nella sua esattezza ancor oggi non si conosce bene come tutto ciò accada, forse perché si tratta di materia non ben studiata.

Secondo lo studio medico che si esamina, tra il 25 ed il 33 per cento degli utilizzatori di cannabis afferma di trattare in proprio le emicranie o mal di testa di entità più lieve son la marijuana.

Come esattamente la cannabis operi sul dolore è il soggetto di una ricerca scientifica in atto e condotta presso il Cannabis Research Initiative presso l’UCLA. Allo stesso tempo, come ha recentemente osservato New Atlas, la gran parte della ricerca si basa su dati riportati in proprio dai ricercatori e l’unico studio clinico sul legame tra il mal di testa e la capacità della cannabis nel procurare sollievo fa riferimento alla cannabis sintetica.

Quindi cosa si conosce finora? In primo luogo, le donne potrebbero trarre il massimo beneficio da qualsiasi progresso riguardante la cannabis e il mal di testa: le donne hanno da 2 a 3 volte più probabilità di soffrire di emicrania, secondo i risultati delle ricerche condotte finora, anche negli studi condotti sugli animali, esistono dati per i quali le femmine sembrano essere più sensibili agli effetti della cannabis. In secondo luogo, in qualsiasi genere di umani che usano cannabis, il mal di testa è una causa comune e la cannabis è anche una soluzione comune.

In una recente ricerca condotta alla Washington State University e pubblicata sul Journal of Pain, circa 2.000 pazienti con cannabis medica hanno monitorato il loro uso di cannabis, i ceppi utilizzati, lo scopo e il risultato tramite una app chiamata Strainprint. I consumatori hanno riferito circa 20.000 sessioni di «uso di cannabis» in cui il sollievo da mal di testa o emicrania è stato il risultato desiderato. E questi sono stati quasi sempre sulla strada del successo nel conseguire tale scopo: nel 90% del tempo, l’utente ha riportato una riduzione della durata o della gravità della cefalea e la media «percepita riduzione era del 50%», come riferisce New Atlas

Successo significativo, riduzione significativa. Ma come funziona e come potrebbe il risultato essere attendibilmente ripetuto? Questo studio non può ancora dirlo. Come ha osservato New Atlas, questo particolare studio non ha chiesto ai pazienti di provare ceppi specifici o rapporti specifici di THC-CBD. Il fatto che i pazienti sembrassero ancora provare un notevole sollievo nonostante l’uso di ceppi di cannabis molto diversi è incoraggiante e allo stesso tempo fonte di confusione: incoraggiante perché sembra altamente probabile che ci sia qualcosa nella pianta di cannabis che lenisce il dolore; disorientante perché non è chiaro quale cannabinoide, terpene, o combinazione di essi sta facendo il lavoro. 

Questo è anche un po’ incoerente con i risultati precedenti. Contrariamente a ciò che il complesso industriale CBD potrebbe far credere, elevati ceppi di THC ad alto contenuto di terpeni mirrcene e cariofillene sembravano funzionare meglio sul mal di testa, come ha rilevato uno studio del 2018 pubblicato sul Journal of Headache and Pain. E lo studio condotto dallo Stato di Washington ha anche un altro difetto. Come New Atlas ha notato, tutti i partecipanti allo studio erano già consumatori di cannabis medica. Così, essi possono essere prevenuti verso over-reporting circa l’efficacia del farmaco, come ha fatto notare l’autore principale Carrie Cuttler al sito web. Una delle ragioni per cui questo accade potrebbe essere la natura stessa della cannabis. A meno che la cannabis stia riducendo l’infiammazione nei tendini o nei nervi che poi non vengono impegnati durante il movimento, la cannabis non “riduce il dolore” nel modo in cui lo fanno le pillole anti-dolorifiche. Secondo uno studio di imaging cerebrale condotto presso l’Università di Oxford nel 2012, le persone che provano dolore dopo aver preso una compressa orale di THC hanno influenzato la loro “risposta emotiva” al dolore. Continuavano, cioè, ad avvertire dolore ma ne avvertivano meno il peso quando sotto effetto di cannabis. In ogni caso, fatto alquanto frustrante per i sostenitori della cannabis, i risultati sono stati incerti attraverso i vari gruppi rappresentativi della popolazione. «Alcune persone rispondono davvero bene, altri non del tutto, o anche male,” come ha riferito lo scienziato Michael Lee, uno dei ricercatori del 2012. Questa natura incerta e irregolare è la ragione principale per cui i medici ordinari non raccomandano la cannabis come strumento di gestione del dolore. La stessa questione della gestione del dolore è in se stessa una ampia rubrica tutta da affrontare. E’ il dolore che si cerca di trattare derivante da una lesione tissutale, dolore “nocicettivo”? Oppure è il sistema nervoso stesso che è la causa del “dolore neuropatico”? Sia l’uno sia l’altro dei due tipo possono coesistere con il dolore causato da una infiammazione.

Questa natura incipiente, più il profilo di sicurezza della droga alquanto incerto, la mancanza di un forte supporto empirico per la sua efficacia così come le barriere comuni poste alla ricerca e la casualità generale relativa a ciò per cui la cannabis è disponibile, sono tutte le ragioni per cui «La cannabis non dovrebbe essere necessariamente considerata una scelta ottimale come farmaco per la gestione del dolore» come hanno scritto i medici Daniel Carr e Michael Schatman nel Journal of Public Health all’inizio di quest’anno.

Il meglio che si possa dire è che la cannabis sembra funzionare molto bene su alcuni pazienti che soffrono di dolore, ma non su altri. Ma per quelli che trovano sollievo, questo è più che sufficiente.

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