Politica Esteri

Stati Uniti: legalizzazione cannabis, il North Dakota fa dietrofront Rassegna stampa della canapa nelle testate estere, dal 22 al 26 luglio 2019

Gli Stati Uniti ed il loro eterno andirivieni in materia di cannabis. La scorsa settimana il North Dakota si era aggiunto agli altri Stati USA che hanno legalizzato la cannabis sul proprio territorio. Questa settimana, le Autorità di quello Stato hanno chiarito che si tratta solo di una parziale revisione della depenalizzazione ma che le normative attualmente vigenti restano in essere. Grande preoccupazione negli USA a proposito di certe forme di cannabis sintetica, soprattutto la Spice. Particolarmente dannosa per la salute dei giovani e giovanissimi che ne fanno sempre più uso. Insomma un dietrofront di proporzioni colossali. In Israele ci sarà un primato: sarà venduta la cannabis più costosa al mondo.

Stati Uniti

Dopo il netto cambio di passo normativo, gli attivisti del North Dakota rilanciano la Legge sulla legalizzazione

Gli attivisti del Nord Dakota, incoraggiati dalla recente riduzione (non dissoluzione) delle pene per la cannabis, stanno preparando un nuovo sforzo per ottenere un’iniziativa di legalizzazione approvata per le elezioni del prossimo annoLa decisione del North Dakota di far cadere le sanzioni per il possesso di quantità personali di cannabis portandole al livello di un’infrazione, ha attirato poca attenzione dei media, quando questo si è svolto a maggio. E gli attivisti dello Stato, coloro che maggiormente hanno spinto l’anno scorso per combattere nell’iniziativa di legalizzazione, oggi si esprimono sulla maggior parte di quello che nella copertura c’era di sbagliato.

I pochi titoli giornalistici apparsi -per esempio, in Vox, US News & World Report, il sito web governativo di politica pubblica, e anche il solitamente autorevole Marijuana Moment- hanno riferito che il Nord Dakota aveva ‘decriminalizzato’ la cannabis. Ma David Stewart Owen, responsabile della legalizzazione della ND, riferisce a Cannabis Now che non è del tutto esatto. Attribuisce questa inesattezza ad una idiosincrasia della Legge dello Stato. «Non è vera depenalizzazione» -afferma Owen- «In quanto a depenalizzazione potremmo piuttosto affermare che non si subisce più l’onere di iscrizione di un precedente penale per attività illecite. L’abbiamo semplicemente e più realisticamente preso da un reato minore iniziale di classe B per il quale è  prevista una multa di 1.000 dollari e 30 giorni di carcere per trasformarlo oggi in un’infrazione per la quale viene comminata una multa di 1.000 dollari al massimo (ma più realisticamente si riceve una multa di 500 dollari). Ma rimane ancor oggi comunque inscritto nella fedina penale. Ecco perché secondo la legge del Nord Dakota, un’infrazione è considerata reato penale, anche se non comporta una pena detentiva».

Owen riconduce la confusione a una diffusa ignoranza sulla insolita legge del North Dakota e a un malinteso sull’annuncio della nuova misura da parte dell’Organizzazione Nazionale per la Riforma delle Leggi sulla Marijuana. «La National Organization for the Reform of Marijuana Laws NORML ha taggato usando il termine ‘depenalizzazione’ e tutti sono andati dietro questo tag ma nessuno ha seguito e capito il testo inerente», ha affermato Owen.  «Lo hanno poi pubblicato inserendolo nella categoria ‘depenalizzazione’ perché non hanno un tag più adatto per infrazioni di legge in questo ambito specifico”.

La reale (ed accurata) linea guida NORML recitava: «Il Governatore del Nord Dakota firma la Legge che riduce le pene per possesso di marijuana». «Lo chiamiamo una riduzione di penalità, o depenalizzazione baby» Owen dice con fare ironico. «Lo chiamiamo anche un passo nella giusta direzione». Owen, un laureato in scienze politiche e biologia molecolare dell’Università del Nord Dakota, dice che ha fatto grandi sforzi per chiarire la confusione. «Ho fatto un vero e proprio tour mediatico attraverso lo Stato per fornire le informazioni corrette. Ho trascorso 16 ore sulla strada, facendo apparizioni TV e radio a Fargo, Bismarck, Minot e Grand Forks in un periodo di 24 ore». Ma pochi canali tv hanno seguito l’intera vicenda, «I media nazionali non si interessano del Nord Dakota», ha chiosato Owen in modo alquanto netto. La limitata vittoria legislativa è venuta dopo che il capo di GOP House Majority Caucus Shannon Roers Jones di Fargo è emerso come un’alleata nello stato di Bismarck. Questo è accaduto quando il fronte dei sostenitori della legge sulla legalizzazione stava rimuginando la sua prossima mossa dopo la sconfitta della misura 3, l’iniziativa di legalizzazione che era sulla scheda elettorale nel mese di novembre.

Australia 

I pazienti che soffrono di dolore cronico chiedono l’accesso alla cannabis medicale

Nella giornata di ieri ha preso avvio la Settimana della Sofferenza Cronica in Australia e vengono resi pubblici i dati della Ricerca Nazionale sulla Sofferenza 2019, dove la cannabis conquista definitivamente le luci della scena.

In tutta la Nazione sono stati contattati e sottoposti a questionario almeno 1.300 malati di sofferenza cronica nell’ambito della ricerca condotta da Chronic Pain Australia e sembrerebbe che la cannabis abbia preso il centro delle attenzioni di molti partecipanti, acquisendo la posizione di opzione ufficiale per il mantenimento/trattamento della Sofferenza cronica; nella ricerca, infatti, il 35,75% ha indicato di aver fatto riferimento alla cannabis e di aver chiesto accesso alle cure mediche nazionali pubbliche che ne fanno uso.

In base alle proprie nozioni sulla Scienza del settore della cannabis medicale, coloro che hanno risposto al questionario hanno mostrato: buona conoscenza senza aver bisogno di ulteriori informazioni al 32,21%; conoscenza positiva, con la necessità di qualche ulteriore miglioramento al 44,94% e una conoscenza non notevole, dove c’è bisogno di ulteriori informazioni al 22.85%.

«I risultati di quest’anno si concentrano in gran parte su ciò che farmacisti e medici della sanità pubblica. Tra di essi alleati, possono fare per aiutare meglio i consumatori, in particolare nel ridurre lo stigma oltre a credere ed ascoltare l’esperienza vissuta del consumatore», ha detto Chronic Pain AustraliaL’indagine mostra anche che le persone che subiscono condizioni di Sofferenza cronica vogliono l’accesso alla cannabis medicinale e che siano ridotte le barriere di accesso al farmaco, comprese le riduzioni dei prezzi».

Il Presidente Nazionale di Chronic Pain AustraliaJarrod McMaughha dichiarato in precedenza  ogni volta che il gruppo chiede alle persone con dolore cronico cosa si potrebbe fare per sostenere la loro causa, la maggior parte delle risposte riguardano l’accesso e le informazioni sulla cannabis medicinale. Il sondaggio dell’anno scorso che ha coinvolto 1.200 persone ha trovato che il 75% degli intervistati vorrebbe che il loro medico prescrivesse cannabis per curare il loro dolore.

Per quanto riguarda la propria posizione sulla cannabis, Chronic Pain Australia dichiara: «Chronic Pain Australia riconosce che l’accesso a un’efficace gestione del dolore è un diritto umano e che le barriere all’accesso dovrebbero essere rimosse laddove sia pratico e sicuro farlo. L’accesso alla Cannabis Medicinale dove è un’opzione di trattamento legale dovrebbe essere soggetto agli stessi standard normativi e sostenuti da elementi probatori di tutti gli altri farmaci utilizzati nel trattamento del dolore»Chronic Pain Australia nasce proprio per ridurre le barriere sociali e di altro tipo per meglio convivere con il dolore cronico. Si stima che un australiano su cinque viva con dolore cronico, cioé, dolore che dura per più di tre mesi; o in molti casi, oltre il tempo normalmente previsto dalle cure.

Stati Uniti

Ancora un altro studio: la ‘marijuana sintetica’ è un enorme rischio per gli adolescenti

La domanda è ancor oggi parecchio diffusa: se la Spice è così pericolosa e ne conosciamo il livello di rischio, perché la si continua a vendere?È letteralmente letale, letteralmente anestetizzante della mente e così pericolosa da rendere le persone dei veri e propri zombie, quando poi non sia contaminata con abbastanza veleno per topi da uccidere le persone. E’ difficile riuscire a dare corpo alle preoccupazioni che derivano dalla definizione di pericolosità di Spice, ‘K2’ ed altri intrugli chimici fai-da-te spruzzati su piante vendute come ‘marijuana sintetica’.

I giovani e giovanissimi non hanno generalmente un gran viaggio mentale ma quando essi usano la Spice lo raggiungono eccome. La vera cannabis non porta a sanguinare dal naso né tantomeno alla morte ma la Spice sì. Nel caso in cui qualcuno non ne sia ancora convinto, ecco giunge un ulteriore studio scientifico che conferma ulteriormente questi fatti e con una angolatura che potrebbe far risuonare un particolare allarme su cui potrebbero trovare argomenti a proprio vantaggio i sostenitori per i quali l’attuale legalizzazione della marijuana sia solo un fattore negativo per i giovani. E passare alla Spice solo perché la marijuana vera non c’è è un fattore considerabile ancor più negativo del tutto.

Si scopre che gli adolescenti sono gli utilizzatori più frequenti dei servizi di pronto soccorso dopo aver usato Spice, un fatto raccolto dai ricercatori del Columbia University Medical Center di New York City. Hanno analizzato i dati del pronto soccorso, datati dal 2018 al 2018, e prelevati da 65 ospedali in 23 Stati. Hanno scoperto che gli adolescenti che provano la Spice -piuttosto che, per esempio, la cannabis reale- sono a rischio di «danno medico, tra cui coma e convulsioni». I ricercatori hanno trovato che gli adolescenti che hanno usato solo cannabis sintetica mostravano tre volte più probabilità di cadere in coma o soffrire di disturbi del sistema nervoso centrale come crisi epilettiche. E se un adolescente ha mescolato la Spice con un altro farmaco, erano si è ritrovato avere quattro volte più probabilità di sperimentare ‘agitazione’ e forse un bell’arresto di consumatori di cannabis, secondo lo studio, che è stato pubblicato sulla rivista Pediatrics all’inizio di luglio. «Questo studio dà peso all’idea che non si dovrebbe usare marijuana sintetica, perché è più rischioso della marijuana»,  ha riferito via web intervista Scott Krakower, uno psichiatra presso lo Zucker Hillside Hospital. Forse come questo studio recente, o uno qualsiasi degli studi che lo ha preceduto affermando più o meno la stessa cosa, potrebbe costringere varie parti coinvolte nel dibattito sulla legalizzazione per formare alla fin fine una peculiare alleanza. Città tra cui New York, dove un lotto particolarmente aggressivo e cattivo di POT sintetico in breve tempo ha trasformato molti utenti in ‘zombie’ poche estati fa, hanno lanciato campagne di interdizione limitate per costringere i commercianti a smettere di vendere questo veleno.

Una delle soluzioni più semplici ai problemi creati dalla Spice e da altri ritrovati chimici dannosi per la salute umana, soprattutto dei giovani, è apparentemente tra le più semplici: legalizzare la marijuana. E’ difficile immaginare un mondo dove l’accesso alla cannabis legale sia garantito dal fatto che la Spice ha un suo proprio mercato ed una sua relativa domanda. Un altro metodo sarebbe quello di dedicare molte risorse alla applicazione della legge per punire gli importatori e commercianti di Spice et similia e lasciare stare i soli consumatori di cannabis.

Stati Uniti

La FDA e la paura dei danni al fegato da CBD sebbene gli stessi sostenitori di questo punto di vista restino scettici

La Food and Drug Administration degli USA è sotto crescente pressione affinché regoli in via definitiva i prodotti che contengono cannabidiolo CBD, il cannabinoide che ha visto una crescita esponenziale in quanto fattore benefico in special modo perché elemento non-intossicante. Il CBD derivante dalla canapa è stato legalizzato nell’ambito della riforma della Legge Agricola del 2018 ma i prodotti alimentari e le droghe preparate con tali ingredienti rimane tecnicamente illegale fino a quando -appunto- l’FDA regoli l’intera materiaLa legislazione che spingerebbe ulteriormente l’FDA a muoversi sulla questione CBD è anche attualmente in attesa del parere Congresso. Ma c’è ancora speranza in una qualche azione imminente. Come Marijuana Moment ha sottolineato, il 12 luglio scorso, l’agente della FDA Amy Abernethy ha rilasciato un tweet nel quale scriveva che «la FDA sta accelerando il suo lavoro per affrontare le molte questioni inerenti il cannabidiolo (CBD)» descrivendolo come «una importante materia di carattere nazionale con un grande impatto sulla salute pubblica ed un argomento importante anche per la classe degli agricoltori americani impegnati nella coltivazione della canapa e per molte altre parti connesse col tema».

«Siamo entusiasti sugli esiti delle ricerche relative ai benefici terapeutici dei prodotti CBD ma abbiamo anche bisogno di bilanciare il tutto con la protezione massima della salute», ha continuato Abernethy. Che poi ha aggiunto: «Per comprendere l’ampiezza delle questioni ancora aperte e raccogliere dati sulla sicurezza, abbiamo condotto un’audizione pubblica, esaminato la letteratura medica del settore e disposto l’apertura di un registro pubblico di settore».

Market Watch riferisce che le scorte di cannabis sono aumentate in risposta a quei tweet. Ma sono venuti sulla scia di una dichiarazione più formale FDA nella quale si spiega il ritardo dell’agenzia nel promulgare il registro e citando alcune affermazioni inquietanti circa i potenziali impatti sulla salute del CBD.

La dichiarazione pubblicata sul sito della FDA il 19 giugno è intitolata: «Che cosa dovete sapere (e su che cosa stiamo lavorando per scoprire) circa i prodotti che contengono cannabis o composti derivati dalla cannabis, tra cui CBD». La dichiarazione dell’FDA «riconosce il ruolo significativo per il pubblico interesse» verso il CBD. Si annota anche la seduta di audizione pubblica tenutasi il 31 maggio scorso e la approvazione FDA dello scorso anno circa «una prescrizione di prodotto connesso a droghe» contenente CBD, Epidiolex. Ma lungo la via delle spiegazioni sui ritardi della regolazione del linguaggio giuridico sulla materia specifica aggiunge: «In ogni caso, vi sono ancor oggi molte questioni irrisolte e senza risposta sulla scienza, la sicurezza e la qualità dei prodotti contenenti CBD».

Dopo aver menzionato le questioni circa ‘l’eccessiva esposizione’ (ad esempio usando multipli prodotti CBD nella stessa giornata) e gli effetti del CBD su popolazioni specifiche (ad esempio bambini ed anziani), la dichiarazione cita recenti ricerche dove si ricerca a proposito di connessioni tra CBD e su potenziali danni derivanti al fegato. La formulazione verbale appare accrescere i dubbi sul rendere il CBD ed i prodotti derivati disponibili su una base di estensione molto maggiore.

Secondo la dichiarazione, durante la sua ricerca sugli impieghi di mercato dell’Epidiolex, la FDA «Identifica alcuni specifici rischi circa la difesa della salute, compresi potenziali danni al fegato. Si tratta di reali rischi che possono essere ben gestiti quando la FDA approvasse i prodotti derivati da CBD per poi condurli sotto supervisione medica ma resta ancora poco chiaro come questi rischi possano essere trattati quando il CBD sia usato più a lungo e più estesamente senza supervisione medica e non secondo le marche approvate espressamente dall’FDA».

L’esperimento è stato pubblicato sulla testata Molecules ed ha esaminato gli effetti del CBD sui fegati dei gatti. I gatti hanno ricevuto una dose che corrispondeva ad equivalente per gli umani nella sua formulazione massima nell’Epidiolex secondo quanto riportato dal testo pubblicato sullo studio scientifico. I ricercatori hanno trovato che il CBD ha esplicato rapidamente un effetto deprimente. «Il CBD ha esibito chiari segni di epatotossicità», scrivono gli Autori nel testo scientifico accompagnatorio ed hanno anche sottolineato «serie preoccupazioni circa le potenziali interazioni tra droghe, così come a proposito della sicurezza del CBD».

Parlando con NUTRA, un sito web su salute e nutrizione, l’autore principale dello studio, Igor Koturbash dell’Università di Arkansas a Little Rock, ha detto: «Non voglio dire che il CBD è cattivo e dovremmo vietarlo. Ma a mio parere, non c’è chiaramente una sufficiente ricerca sul tema».

Il Progetto CBD, organizzazione no-profit con sede in California dedicata alla promozione ed al monitoraggio della ricerca sul CBD, ha recentemente scritto un accanito rigetto delle richieste di danni al fegatoEssa afferma che questa sensazionale affermazione si basava solo su di uno studio alquanto pieno di dubbi. Per cominciare, lo studio di Little Rock non ha fatto nessun test reale sugli esseri umani, fattore che il Progetto CBD chiama «una distinzione estremamente importante»

La parte critica mette anche in dubbio l’affermazione per la quale i topi sono stati testati con dosi proporzionali a quelle usate dagli esseri umani, asserendo che «nel mondo reale i consumatori di CBD non ingeriscono lo 0,25% del loro peso corporeo», la dose massima utilizzata nello studio. Il progetto CBD mette anche in dubbio la saggezza esperienziale che dovrebbe indurre a trarre conclusioni sul consumo umano attraverso analogie sui topi ma sui quali vengono adottati mega dosaggi. La dose massima raccomandata per l’Epidiolex CBD-isolato è di 20 mg/kg, che è di oltre 100x inferiore a quella che i ricercatori di Little Rock hanno somministrato forzosamente ai topi sperimentaliHanno anche provato dosi più piccole (comprese tra 61,5 e 615 mg/kg) di CBDche è stato somministrato giornalmente per 10 giorni consecutivi.

Il Progetto CBD definisce questi dosaggi «ridicoli» anche quando la ‘scala allometrica’ è inclusa, cioè stimando una dose equivalente per un organismo più grande. (la definizione ‘mg/ kg’ si riferisce a milligrammi di farmaci per chilogrammi di peso corporeo).

Il progetto CBD critica anche il fatto che lo studio Little Rock è pieno di «dichiarazioni strane, è una pubblicazione problematica e la progettazione sperimentale è irragionevole». Per esempio, i ricercatori dicono che il «75% dei topi ai quali è stato somministrato un dosaggio con 615 mg/kg ha sviluppato una condizione praticamente moribonda» ma solo sei topi hanno ricevuto quella dose, e il  75% di 6 è 4,5. Ciò significa che i ricercatori di Little Rock sostenevano che quattro topi e mezzo sono morti di CBD, ma un topo e mezzo è sopravvissuto. Il che è ovviamente impossibile. Poi, ci sono stati due standard nella ricerca, Progetto CBD continua: «Gli autori denigrano il significato di risultati medici positivi sul CBD (come ad esempio le proprietà anti-infiammatorie e antiossidanti del CBD) citando solo la ricerca in vitro. Una frase successiva, poi, conteggia una ventina di danni presumibilmente attribuibili al CBD basato tutti però, su lavoro condotto in vitro e in fase pre-clinica». In vitro si riferisce alla ricerca effettuata in una provetta o in una capsula di Petri piuttosto che in un organismo reale. 

«Solo una delle citazioni è basata sulla ricerca umana, e non ha mostrato tossicità», scrive Progetto CBD. Quello studio sull’uomo del 2017, condotto da Saoirse O’Sullivan e pubblicato nel Journal of Clinical Investigation, ha effettivamente mostrato una diminuzione della pressione arteriosa dopo aver consumato CBD (600 mg o circa 10 mg/kg). O’Sullivan e i suoi colleghi dell’Università di Nottingham hanno concluso che il CBD potrebbe avere un ruolo nel trattamento dei disturbi cardiovascolari. Il progetto CBD sostiene che «il team dell’Arkansas travisa il lavoro di O’Sullivan adducendo come prova che il CBD è cardiotossico». Progetto CBD conclude che lo studio di Little Rock è: «Un pezzo di successo nel lavoro contro il CBD ma non è un lavoro scientifico legittimo».

La critica rileva che «ci sono stati grandi sforzi prima di adottare una dose letale di cannabinoidi»Uno dei primi tentativi di uccidere un animale con una gigantesca dose di THC è stato descritto in un articolo del 1972 dagli scienziati del Mason Research Institute di Worcester, Mass. Nella loro ricerca nel testare i pericoli del THC, hanno tentato di uccidere quasi 400 ratti, una dozzina di cani Beagle e alcune scimmie Rhesus. I dosaggi nei ratti variavano da 225 a 3600 mg/kg di THC somministrati per via orale, una quantità superiore al dosaggio di CBD usato nell’esperimento di Little Rock. I ricercatori sono rimasti presumibilmente delusi quando le scimmie non sono riuscite a morire, anche quando sono stati trattate con quasi l’1% del loro peso corporeo. Venne fuori che i ratti potevano essere uccisi dal THC, ma ci vollero circa 1.000 mg/kg. Estrapolando con scala allometrica, questo si traduce in circa 10 grammi di THC puro per un umano, molto più di quanto chiunque potrebbe mai consumare.

Accogliamo con favore ulteriori esami dello studio Little Rock. Ma la decostruzione più approfondita offerta finora è quella del Progetto CBD. E le sue conclusioni si possono riassumere nel pietoso motto della saggezza popolare: «Non credere a tutte le dicerie».

Israele

Neopram venderà la cannabis più costosa al mondo in Israele

La nuova cannabis della GW è in realtà puro olio estratto da CBD ma è l’unico al mondo che è stato ufficialmente riconosciuto dalla FDA come una panacea. La società farmaceutica israeliana Neophram intende venderla ai pazienti in Israele. Il suo prezzo negli Stati Uniti: 32 mila dollari all’anno.

La società farmaceutica israeliana Neopharm ha annunciato che intende commercializzare il farmaco Epidiolax in Israeleche è in realtà solo puro olio da CBD. Il farmaco, dalla società farmaceutica britannica GW Pharmaceuticals, è il primo prodotto derivato dalla cannabis al mondo ed è stato ufficialmente riconosciuto come farmaco dalla FDA. Il farmaco è stato recentemente presentato dalla Neophram Company al Registro della Sanità (2020). Le discussioni sull’introduzione di nuovi farmaci nel paniere economico nazionale si terranno nel novembre 2019. È ancora da conoscersi se il Ministero della Salute approverà la sua commercializzazione qui in parallelo con gli oli CBD ‘ordinari’ commercializzati nelle farmacie da aziende di cannabis medica o in qualche altro modo.

In ogni caso, l’Epidiolax (Epidiolex), S. ha ricevuto il primo permesso di fare marketing negli Stati Uniti l’anno scorso (2018) è offerto in vendita ad un prezzo piuttosto alto cioè 32mila Dollari USA all’anno. Non è ancora noto quanto costerà il prodotto per i pazienti in Israele. Questo costo elevato è stato impostato anche perché il farmaco contiene puro cannabidiolo, proprio come altri oli estratti CBD i quali sono comuni nel mercato a prezzi molto più bassi. Epidiolax è stato progettato per trattare i rari tipi di epilessia che attaccano principalmente i bambini dall’età di due anni come la Sindrome di Dravet e la Sindrome di Lennox-Gastaut.

Negli studi clinici condotti negli ultimi anni sulla strada per l’approvazione FDA, è stato trovato che il farmaco è riuscito a ridurre il numero di crisi epilettiche nel 40% tra i pazienti con queste malattieTuttavia gli studi hanno trovato che è un olio a polispettro di tipo CBD, cioè che contiene più cannabinoidi eccetto CBD (Nessun THC); diversamente l’efedriolo, è più efficace nel trattamento rispetto alla sola molecola pura. Epidiolax è il secondo prodotto tratto dalla lavorazione della cannabis della GW, che è anche responsabile della produzione di Citibox (Sativex): Cannabis nel formato oil spray contenente il 50% di THC e il 50% di CBD, commercializzato anche in Israele.

Neophram ha resistito per anni per consentire l’uso di cannabis medicale per inalazione ed ha lavorato dietro le quinte per tagliare l’attività delle aziende del settore. Ha anche lavorato come catalizzatore per convincere i medici dei reparti di oncologia a vendere il farmaco ai pazienti ma senza successo. 

Stati Uniti: legalizzazione cannabis, il North Dakota fa dietrofront Rassegna stampa della canapa nelle testate estere, dal 22 al 26 luglio 2019">