Politica Esteri

Stati Uniti: la crisi delle sigarette elettroniche e gli effetti sul consumo di cannabis Rassegna stampa della canapa nelle testate estere, dal 16 al 20 settembre 2019

La crisi delle sigarette elettroniche, i casi di decessi dovuti a cause tuttora al vaglio della scienza, stanno determinando una fase di riflessione e contrazione anche nel settore della marijuana fumata attraverso questi dispositivi. Gli Stati Uniti non sono esenti da questo processo, anzi, ne sono gli attuali interpreti principali. Ed il ‘caso’ USA è ora una piattaforma di sperimentazione anche per il resto del Mondo. Sempre negli USA, regna grande la confusione tra le varie Agenzie preposte all’Ordine e la Sicurezza e le Forze di Polizia in merito alla applicazione di leggi nebulose e in forte divenire, soprattutto in termini di distinzione tra ciò che è canapa industriale e ciò che è cannabis da marijuana.

 

Stati Uniti

La crisi delle sigarette elettroniche aumenta le paure sulla marijuana sintetica contenuta nei prodotti per svapare

Dopo i recenti fatti di cronaca, l’indotto delle sigarette elettroniche riceve un altro duro colpo attraverso i prodotti da contrasto ai CBD che spesso contengono la cosiddetta ‘marijuana sintetica’ i cui elementi correlati spesso contengono sostanze killer.

Lo scorso 16 settembre, la Associated Press ha reso nota la storia di Jay Jenkis, un uomo della South Carolina che ha dato un paio di svapate a quello che credeva fosse una sigaretta elettronica con CBD prima di finire al Lexington Medical Center. Ha accusato una crisi respiratoria acuta ed è entrato in coma. Grazie al cielo, è stato dimesso il giorno dopo ed i dottori hanno messo la sua cartuccia da sigaretta elettronica in un sacchetto. La testata AP ha poi inviato quel sacchetto con la sigaretta elettronica di Jay Jenkis in laboratorio con altri prodotti. Il risultato: la cartuccia da sigaretta elettronica comprendeva «un tipo di marijuana sintetica che si ritiene abbia già ucciso 11 persone in Europa». Ovviamente quello del signor Jenkins è solo un esempio della storia più ampia che la testata AP ha dettagliato nel proprio lavoro di reportagistica. L’aspetto più interessante è altro: il fatto che la loro indagine abbia scoperto che alcune delle persone che cercano di fare soldi facili nell’industria in piena espansione del CBD stanno effettivamente usando sostanze proibite mascherate da cannabinoidi e non il CBD naturale dichiarato sulla confezione.

Il tema è stato analizzato e studiato in varie sedi, la testata ‘Cannabis Now’, ad esempio, ricorda di aver annotato numerosi episodi al mondo circa l’impiego di sostanze non ben chiare o dichiaratamente dannose in questo settore e nell’indotto delle sigarette elettroniche a fini di fumo per cannabis, così come si è anzitempo segnalata la questione relativa al fatto che nell’egida della dizione ‘marijuana sintetica’, in verità, vengono inserite numerose sostanze che vengono propagandate e/o utilizzate per rievocare stessi effetti della cannabis ma che, in realtà, sono di ben altra natura ed origine. Più correttamente, col linguaggio di strada e con il linguaggio slang, si potrebbe più chiaramente chiamare le sostanze col loro nome popolare, tipo ‘Spice’ oppure ‘K2’. Da tutto questo deriva la altrettanto importante questione dell’apporre etichette con chiare indicazioni di contenuto ed origine e della correlativa legislazione lacunosa in tal merito. Lo scorso mese, infatti, proprio un caso di cronaca segnalato anticipatamente da ‘Cannabis Now’ ha puntato la luce dei riflettori mediatrici internazionali sulle cartucce di CBD contaminate da altre sostanze, anche come quelle citate in precedenza.

Due anni fa la DEA ha inserito sei cannabinoidi sintetici simili al genere di quelli rintracciati tra quelli della sigaretta elettronica di Jenkin e che sono già parte della lista di narcotici della Scheda I, definita come sostanze che sono altamente pericolose a con alcuna nozione sul loro reale valore medico. Ma pare sia scopo della Scienza proprio quel che fanno alcuni per i quali, non appena si stabilisce una legge in merito, trovano tutti i cavilli per arginarla o aggirarla del tutto.

Come s’è potuto constatare dai risultati sulle 30 cartucce testate e dai dati raccolti dalla AP, il divieto non significa che la sostanza smetta di apparire nei prodotti. In un pezzo separato, la testata AP ha poi spiegato come hanno condotto l’inchiesta. In primo luogo, hanno contattato le forze dell’ordine per vedere se un qualche test CBD avesse segnalato un esito positivo circa la presenza di ‘marijuana sintetica’. I funzionari di nove Stati hanno riferito alla testata AP di aver analizzato olii estratti CBD con risultati positivi per i cannabinoidi sintetici. Nessuno degli Stati che ha riportato un esito positivo -la maggior parte di essi è nella cosiddetta Bible Belthanno un mercato legale della cannabis per uso adulto con salvaguardie specifiche per i consumatori. Ventidue Stati hanno detto di non aver trovato prove di cannabinoidi sintetici.

«Le informazioni fornite dalle autorità e dai laboratori incaricati dell’applicazione della legge hanno mostrato 128 campioni positivi su oltre 350 esaminati», si legge nella dichiarazione sulla metodologia applicata da AP nella propria relazione. «La maggior parte dei picchi negativi per la marijuana sintetica erano ravvisabili in prodotti per sigarette elettroniche. Ma anche in prodotti commestibili come gli orsetti gommosi che hanno mostrato 36 casi positivi. Tre campioni contenevano il potente oppiaceo Fentanil». L’idea che quasi il tre per cento dei flaconi testati dalle forze dell’ordine contenesse Fentanil è abbastanza traumatica. Poi, nei test dell’AP, sono stati acquistati 29 carrelli in quattro differenti Stati, oltre alla cartuccia Yolo CBD Oil che ha mandato Jenkins all’ospedale. Inoltre, un reporter AP è andato a verificare se il marchio Yolo CBD Oil che ha procurato danni al signor Jenkins fosse ancora disponibile presso il negozio dove era stato comprato. Non lo era ma quando il reporter ha chiesto qualcos’altro, il commesso ha raccomandato il loro ‘top-seller’ di casa realizzato dal proprietario del negozio. Tutti i prodotti proposti sono risultati positivi alla marijuana sintetica e il proprietario del negozio non ha risposto alle richieste di ulteriore commento alle questioni poste da AP. «Dei 30 prodotti per sigarette elettroniche che AP chiesto di sottoporre a test, 10 son risultati contenenti marijuana sintetica», riporta il testo del rapporto. Il laboratorio ha analizzato 28 prodotti per svapare finalizzati al CBD ed ha scoperto che otto di essi non avevano un livello rilevabile, mentre 14 erano meno dello 0,3% di CBD in peso. Gli altri sei variavano tra 1,07% e 8,87% CBD in peso.

Alla fine, la crisi dello svapare attraverso sigaretta elettronica, che essa sia causata da additivi e agenti di taglio oppure per i blocchi posti alla ‘marijuana sintetica’ e prodotti composti, probabilmente spinge i legislatori a trovare una soluzione di compromesso accettabile. Troppe normative e persone si rivolgeranno al mercato illecito per risparmiare denaro. Troppa regolamentazione e troppi cattivi attori si avvantaggeranno del mercato legale.

 

Stati Uniti

La canapa rende difficili da perseguire i reati connessi alla marijuana

La distinzione arbitraria che rende la canapa attualmente indistinguibile rispetto alla marijuana sta causando varie sfide giuridico-legali per il chiarimento del quadro normativo. Mentre il leader maggioritario del Senato Mitch McConnel gradirebbe pensare che, oltre ad essere il ‘Triste Mietitore’ di Capitol Hill, egli si crede il moralizzatore dell’intera America, molto probabilmente non è così gradevole e appetibile per tutti come vorrebbe credere. Perché -mentre l’anno scorso cercava di diventare il padrino della legalizzazione industriale della canapa nella versione 2.0- né lui, né i suoi tirapiedi, hanno smesso di considerare che legittimare una pianta negli Stati Uniti che è ritenuta una cugina di primo grado della marijuana sarebbe in qualche modo come tornare e morderlo nel suo Kentucky.

Visto che la marijuana e la canapa sono della classificazione della cannabis sativa, le forze dell’ordine stanno avendo più di qualche problema per distinguere le due piante. È una situazione che ha costretto i pubblici ministeri di tutto il Paese a respingere i casi legati alla marijuana. Semplicemente non possono determinare senza test di laboratorio se una persona è collegata a farmaci illeciti o se sono parte del nuovo commercio di canapa della Nazione. In realtà, è possibile che questo piccolo intoppo nel sistema potrebbe alla fine costringere il Governo degli Stati Uniti. a sospendere il proprio giudizio del tutto e, infine, procedere a legalizzare la pianta una volta per tutte. In effetti, la proibizione della marijuana sta diventando più difficile da applicare a livello nazionale. È un po’ un enigma che sta cominciando a manifestarsi nei 47 Stati che hanno messo le leggi sulla canapa in agenda. L’approvazione della Farm Bill del 2018, che ha legalizzato la canapa industriale negli Stati Uniti. per la prima volta dal 1937, sta davvero causando qualche problema per quei funzionari responsabili di perseguire le persone per l’erba.

L’unica differenza è che una fa sballare le persone e l’altra, con solo il 3% di THC, non certo non lo può fare. Ma scientificamente parlando, le due piante sono la stessa cosa, sono simili in apparenza e hanno lo stesso odore, il che sta mettendo fuori strada le unità K-9 e sta facendo sballare i test antidroga applicati sul campo durante quelle sempre così poco popolari somministrazioni dei test da parte delle Forze di Polizia. Infatti, l’unico modo in cui le forze dell’ordine possono distinguere tra canapa e marijuana è inviare prodotti sospetti al laboratorio per analisi. Tuttavia, nemmeno questo processo è una soluzione ragionevole per questa debacle. Questi test sono costosi e, soprattutto, creano un ulteriore lavoro arretrato per i laboratori. Dato che nessuno ha tempo per tutto questo, alcune giurisdizioni, comprese parti dell’Ohio e del Texas, stanno cercando di trovare misure alternative per i test di laboratorio (forse delegando questi casi a imprese private) o sono semplicemente sul punto di staccare la spina -dal punto di vista processuale- sui casi minori che riguardano possesso di modiche quantità personali. Perché se procedessero con l’accusa, i presunti colpevoli andrebbero liberi.

«L’accusa di possesso di marijuana richiederebbe test antidroga capaci di distinguere la canapa dalla marijuana», ha affermato l’avvocato della Columbus City Zach Klein contattato dal Columbus Dispatch. Ma si cominciano a vedere sempre più giurisdizioni, comprese parti della Florida e della Georgia, dove questo tipo di ritirata sulle eccessive limitazioni di legge stanno svolgendosi sempre più spesso a livello locale.

Si sospetta che la tendenza continuerà a crescere, costringendo alla fine i legislatori statali a prendere in considerazione la depenalizzazione della marijuana o la completa legalizzazione. Nel frattempo, non ci vorrà molto prima che la confusione tra canapa e marijuana finirà per sbarcare nel bel mezzo di Washington D.C.

 

Stati Uniti

Secondo una ricerca il mercato CBD avrà un valore di 20 miliardi di dollari entro il 2024

Una ricerca dimostra che nel 2018 il mercato CBD raccoglie un ammontare di vendite pari a 1.8 miliardi di Dollari USA con due terzi dei consumatori che acquistano i loro prodotti attraverso i punti vendita specifici per la cannabis. Gli Autori della ricerca stimano che quel trend potrebbe a breve cambiare. Il report sulle vendite di prodotti CBD e sui trend del mercato specifico è stato realizzato da BDS Analytics e Arcview Market Research dove si analizzano i valori predittivi dell’industria CBD, attraverso questa disamina si rileva che la crescita annuale in termini di vendite salirà fino a cinque volte i valori attuali, raggiungendo la ragguardevole cifra di 20 miliardi di Dollari USA entro il 2024.

Questa proiezione, in ogni caso, si basa sull’assunto per il quale la Food and Drug Administration USA consentirà che il CBD sia utilizzato come ingrediente in cibi e supplementi nutrizionali. Ma, a causa delle asserzioni FDA in termini di autorità nel regolamentare il CBD e la attuale visione per la quale tali usi non sono legali, potrebbe essere abbastanza presto per poter effettuare un qualsiasi tipo di proiezione dotata di alcun criterio di certezza sui livelli di crescita del mercato. Il report, intitolato ‘CBD: i Cannabinoidi lasciano il dispensario’, offre una visione d’insieme su quali prodotti i consumatori acquistano e dove e con quali modalità lo fanno. I dati sulle attuali vendite gettano luce sulla forza del mercato CBD ancorato a più di 1.8 miliardi di dollari nel 2018. Alimentato da una maggiore consapevolezza dei consumatori circa i potenziali benefici dei cannabinoidi, dettaglianti generali (non dispensari) hanno mostrato vendite di prodotti CBD per un totale di 624 milioni di dollari. Il rapporto indica, tuttavia, che la maggior parte delle vendite di CBD vengono effettuate presso i dispensari legali di cannabis, dove le attività già avviate fin dall’inizio sul mercato del settore e la gestione dei negozi danno ai titolari di queste attività un netto vantaggio nel guidare la propensione dei consumatori.

«La Legge Agricola del 2014 ha avviato programmi pilota per coltivatori di canapa ed ha guidato alla proliferazione della canapa ed ai prodotti derivati in tutta la Nazione», si può leggere nel sommario introduttivo del report. «Allo stesso tempo, i luoghi di vendita della cannabis legale hanno sperimentato una crescita di domanda per prodotti con livelli più alti di CBD. Quella domanda ha fissato il canale di vendita attraverso punti vendita autorizzati per la cannabis legale nella forma di generatore tra i più grandi di prodotti CBD». Ma con un aumento della consapevolezza e della domanda dei consumatori, i dettaglianti generali sono ora alla ricerca ognuno di un proprio pezzo di torta del mercato CBD, ponendo così le basi per una battaglia per la conquista di quella quota di mercato. «Questa è essenzialmente la vera e propria battaglia dei punti vendita CBD per perdere ed essi hanno vantaggi sostanziali contro la concorrenza dei grandi venditori, quella che ha decimato molti settori dei negozi specializzati nel passato», scrivono gli autori del rapporto.

La relazione rileva che i punti di vendita al dettaglio non tradizionali, in particolare i punti vendita di sigarette elettroniche e i negozi di prodotti da fumo, sono il luogo più popolare in cui i consumatori acquistano prodotti CBD al di fuori dei dispensari. «Molto dipende dal mix di prodotti che attira maggiormente l’interesse dei consumatori», aggiunge la relazione. «Gli inalabili [come i vapori] regolano il rotolamento della sfera CBD tramite i dispensari ma non saranno ampiamente disponibili altrove». Anche altri tipi di vendita si sono recentemente avvantaggiate nei loro mercati specifici, come il ramo dei negozi d’animali che si sono via via specializzati per venire incontro alle esigenze diversificate della propria clientela. Jeremy Feldman, co-fondatore e direttore del marchio della ‘Pet-Ness società specializzata nel ramo pet e delle tinture, ha affermato alla testata HEMP che, mentre i grandi rivenditori sono stati esitanti a entrare nel mercato domestico del CBD, i negozi di animali indipendenti e le catene più piccole sono stati attori più entusiasti di questa opportunità del mercato.

«Le vendite sono più forti on-line presso i siti aziendali specifici e nei negozi di animali domestici più piccoli cioè quelli indipendenti». Catene, con prodotti specifici nel settore pet, con un numero che va da uno a 12 negozi, stanno anch’essi vedendo innalzarsi forti vendite. Grazie alle zone grigie della legge e la confusione sulle normative bancarie, le aziende di proprietà pubblica, tra di loro i più grandi negozi di Marchi come ‘Petco’ e ‘PetSmart’ e siti web come ‘Chewy’ e ‘Amazon’ non hanno ancora completamente abbracciato il settore domestico del pet. La relazione rileva che gli articoli ingeribili sono la categoria più consumata di prodotti derivati dalla canapa CBD, seguita dai prodotti topici e quindi vi è una percentuale relativamente piccola di prodotti da inalare.

Anche altri prodotti di specialistica stanno trovando un mercato tra i consumatori. I proprietari di animali domestici che stanno comprando prodotti derivati da CBD, come afferma Feldman, sono alla ricerca di alcuni degli stessi benefici dei consumatori che stanno acquistando prodotti a base di cannabidiolo per se stessi.

«Meno della metà dei clienti che hanno acquistato da dispensari esterni negli ultimi sei mesi sono fiduciosi che i prodotti CBD che hanno acquistato esplicano effetti benefici sulla salute e o benefici medicinali rivendicati dal produttore», confermano le note del rapporto. Qualsiasi decisione la FDA decida di intraprendere per regolamentare il CBD, è chiaro che la domanda di prodotti realizzati con il cannabinoide continuerà ad aumentare, aumentando correlativamente le vendite. E anche se l’agenzia adotta una rigida posizione normativa, gli Stati possono scegliere di seguire il modello introdotto negli Stati dove c’è già la cannabis legale e affermare la loro autorità. Qualunque sia il percorso normativo intrapreso, le vendite di CBD continueranno sicuramente ad aumentare ad un ritmo rapido in futuro.

 

Stati Uniti

In una ricerca risulta che coloro che consumano cannabis sono meno esposti alle infezioni ospedaliere

La ‘Clostidrium diffile colitis‘ è un’infezione che colpisce i pazienti all’intestino durante il periodo della loro ospedalizzazione e causa diarrea severa e persino la morte. Secondo gli esiti di questa nuova ricerca scientifica di settore, i consumatori di cannabis, soprattutto coloro che ne fanno uso abitualmente ed in gran quantità, vedono le possibilità di infettarsi ridotte fino all’80% nei confronti di questo batterio che opera in particolare durante il periodo in cui i pazienti sono ospitati in ospedale per delle cure.

Questo batterio ha provocato almeno un mezzo milione di infezioni nel 2011 negli Stati Uniti dei quali, 29 pazienti sono deceduti nell’arco di 30 giorni dopo aver verificato la diagnosi del caso.

Un nuovo studio emesso dalla Medical School dell’Università del Massachusetts ha esaminato la associazione tra le opportunità del consumare la cannabis nel restare infettati durante il periodo di ospedalizzazione nei confronti del Clostidrium difficile colitis. I ricercatori hanno studiato i dati relativi alla ospedalizzazione di circa 60 pazienti, una metà dei quali consumatori di cannabis (secondo quanto risulta dai dati sottoscritti nella iscrizione nella lista medica) ed una metà che non ne fa uso ed ha sottoposto ad analisi se l’uso di cannabis esplichi un qualche effetto in tal merito. Lo studio, pubblicato sulla rivista ‘Monthly Anaerobe’, ha preso in considerazione altre variabili che potrebbero entrare in azione circa il rischio di contrarre tale batterio come -ad esempio- l’età dei pazienti ed ha reso sicuro che i due gruppi di fumatori e non fumatori facessero parte dell’insieme di variabili sottoposte a studio così che potessero offrire una differente spiegazione circa il gap eventuale tra di essi.

I risultati. Analizzando 59.824 casi di ospedalizzazione, è stata rilevata una correlazione diretta tra l’uso di cannabis ad un tasso ridotto di infezione da Clostridium difficile colitis durante l’ospedalizzazione stessa. Secondo i dati registrati nello studio, nei consumatori di cannabis si sono riscontrati solo 455.5 casi di contagio rispetto a 100.000 casi di ricovero ospedaliero, rispetto ai 634.4 per 100.000 tra coloro che sono consumatori di cannabis, cioè una riduzione del 28% del rischio di infezione. Inoltre, è stato rilevato che il rischio di infezione diminuisce ancora di più quando si tratta di consumatori di cannabis che nelle loro cartelle cliniche sono stati definiti come aventi dipendenza da cannabis’, cioè consumatori cronici giornalieri. Il rischio per i consumatori cronici risulta essere ridotto dell’80% circa l’essere infettati dai batteri durante il periodo di ricovero in ospedale rispetto a quelli che non consumano affatto cannabis. Il gruppo definito come consumatori di cannabis senza acclarata dipendenza vede un rischio ridotto del 23% rispetto ai non fumatori.

Poiché questo è uno studio correlativo, non pretende di speculare sulla ragione per la quale i consumatori di cannabis, specialmente i forti consumatori di cannabis, mostrino un rischio ridotto di essere infettati durante l’ospedalizzazione nei confronti del batterio Clostridium difficile colitis e osserva solo che le conclusioni sono rimandate a Studi occupazionali approfonditi che esamineranno approfonditamente la causa del fenomeno. Tuttavia, l’introduzione allo studio aveva già indicato che il Cannabidiolo (CBD) è stato verificato in precedenza come fattore efficace nel sopprimere i batteri intestinali tossici e contrastare la componente antibatterica.

 

Israele 

Risultati delle elezioni: una possibile linea a favore della legalizzazione 

Secondo i risultati delle recentissime elezioni, sembra che nel nuovo Governo, se formato, può nascere una maggioranza favorevole alla regolazione di un mercato legalizzato della cannabis. Anche i malati che in precedenza usufruivano di terapie a base di cannabis e che improvvisamente -per scelte ministeriali- si son ritrovati di punto in bianco senza alcuna copertura economica o nelle forniture di medesimi prodotti medicali derivanti dalla lavorazione della cannabis, ora probabilmente vedranno un nuovo ministro della salute più capire i bisogni ed esigenze rispetto a Litzman. Tutto dipende da lunghe settimane di negoziazione e di bilancio nella direzione di un vero e proprio ‘compromesso’ politico tra le forze di maggioranza così come esse sono derivate dalle ultime elezioni svoltesi in Israele.

Anche se i risultati delle elezioni non sono ancora completi in ogni loro singolo dettaglio, le possibili opzioni attualmente sul tavolo indicano che la maggior parte delle formazioni politiche stanno annunciando possibili progressi sulla questione della cannabis e circa la sua legalizzazione in Israele, purché Lieberman si attenga alla sua parola. Infatti, quando i conteggi delle schede erano al 90%, era già chiaro l’assetto finale dei conteggi. Il partito più grande è ‘Blu e Bianco’ (32) ed il ‘Likudviene immediatamente dopo (31), il che potrebbe condurre ad un Governo di unità nazionale. La lista congiunta, che risulta essere la terza più grande (13) a sua volta seguita da ‘Shas (9), ‘Israel Bethano (9), ‘Torah Jewry (8), la ‘Destra(7), ‘Labor (6), il ‘Democratic Camp (5). Nel caso in cui Lieberman non riesca a dare seguito alla parola data, può realizzarsi lo scenario peggiore possibile per la cannabis e la sua legalizzazione in Israele: il governo Likud-Destra-Lieberman, guidato da Benjamin Netanyahu, potrebbe dover fare appello all’appoggio del fronte politico religioso e ultra ortodosso che si oppone fermamente a un significativo alleggerimento giuridico-legale in questo settore.

Se invece riuscisse a dare seguito alla parola data ed ai propri propositi enunciati ufficialmente, ovvero ciò che sembra più probabile allo stato attuale, vi potrà essere una possibilità positiva per la questione della legalizzazione e ciò potrà accadere al minimo, con l’istituzione di un governo di unità con o senza Lieberman e soprattutto senza i principali oppositori della legalizzazione: i partiti religiosi e ultra-ortodossi, tra cui naturalmente Litzman. Un tale governo di unità nazionale potrebbe dover affrontare una certa opposizione alla legalizzazione da parte di alcuni degli individui presenti nel Likud ma una stragrande maggioranza di esso senza dubbio sosterrà il corso, certo Gantz, che ha già promesso di legalizzare Israele secondo il modello del Colorado. Un’altra opzione è l’istituzione di un governo guidato da Khalid e Benny Gantz, insieme ai partiti di sinistra, Lieberman, Shas e Bennet collocato a sinistra con ‘Right’ oltre che Shacked il quale ha annunciato la separazione di Smutrich e Peretz. In ogni caso, in entrambe le situazioni di cui sopra, per i pazienti che erano trattati con cannabis medica, ci sarà probabilmente un nuovo Ministro della Salute che -in questo caso- sarebbe certamente più aperto alla questione rispetto a Melitzman.

Naturalmente, tutte le opzioni sono aperte e quanto finora enucleato è solo un punto di vista descrittivo, che peraltro può cambiare dopo i risultati finali, la verità la si conoscerà solo la prossima settimana. Poi ci saranno anche lunghe settimane di negoziati tra i blocchi di Netanyahu e Gantz e tra loro e le altre parti. Naturalmente, tutto dipende dalla decisione delle scale in queste elezioni. In ogni caso, tra circa sei mesi, l’Alta Corte discuterà la storica petizione per la abolizione o meno del consumo di cannabis e regolare il mercato per legge (‘legalizzazione’, appunto).

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