Economia Esteri

Stati Uniti: la canapa non è marijuana. Ed il mercato decolla… forse Un’industria che vale milioni di dollari. Una normativa che tarpa le ali. Tutti i perché della produzione di canapa negli Stati Uniti

NEW YORK. Facile da coltivare, cresce rapidamente, richiede poca acqua e nessun pesticida, e aggiunge persino CO2 ed altri componenti benefici al suolo. Parliamo della canapa.

La coltivazione di questa pianta risale a secoli e secoli fa. Utilizzata nella storia principalmente per tessuti ed alimenti, è probabilmente la più antica coltura domestica. Basti pensare che un pezzo di tessuto di canapa è datato addirittura all’8.000 a.C.. La ritroviamo all’epoca degli egizi, dei greci, dei romani e nel Medioevo, utilizzata anche come materiale da costruzione o come anestetico.

Ed anche in America, la canapa aveva una grande reputazione. Persino George Washington e Thomas Jefferson la coltivavano e, nell’America coloniale, diventò valuta per il pagamento delle tasse. Per avere un’idea dell’importanza data a questa pianta, basti pensare che nel XVII secolo, era la legge ad obbligare gli agricoltori della Virginia, del Massachusetts e del Connecticut a coltivarla; un secolo dopo, chi non lo faceva era punito addirittura con la prigione. A testimoniare la sua diffusione, il censimento statunitense del 1850 che ne documenta circa 8.400 piantagioni in almeno 800 ettari. Un numero impressionante per l’epoca. La canapa, insomma era considerata più che legale.
Oggi la situazione è quasi all’opposto. E’ una lunga storia. Come si è arrivati a questa sorta di rovesciamento?
Il declino della canapa inizia nel 1937, anno in cui il Congresso approvò una legge: il ‘Marihuana Tax Act’ con regole fiscali e licenze che rendevano pressoché impossibile la sua coltivazione. A promuovere la legge, Harry Jacob Anslinger, che sostenne poi la legislazione ‘anti-marijuana’ in tutto il mondo. La situazione rimase invariata fino alla seconda guerra mondiale, quando, vennero introdotte delle sovvenzioni nell’emergenza di usare la canapa come materiale di costruzione per navi da guerra. Ovviamente, un alibi. In una parentesi temporale arrivò, poi, il riconoscimento della distinzione tra canapa industriale e marijuana, le due varietà della cannabis. Ma nel 1970 venne introdotto il ‘Controlled Substances Act’, la legge sulle sostanze controllate istitutiva della DEA -ed ancora in vigore- e la distinzione scomparve.

Nel 2014, un passo importante. Gli Stati Uniti legalizzano la coltivazione della canapa ai fini della ricerca scientifica. A beneficiarne, i dipartimenti statali dell’agricoltura e gli istituti di istruzione superiore. Nel 2016, si è stimato che l’industria della canapa valesse quasi 700 milioni di dollari.

Ma resta il grosso neo. Le leggi vigenti fino ad oggi negli Stati Uniti, infatti, hanno tarpato le ali ad un mercato potenzialmente molto fruttuoso. La maggior parte delle coltivazioni di canapa, si trovano in territorio estero, soprattutto in Canada e in Europa. Ma grazie alle aperture degli ultimi anni, qualcosa sta cambiando. Pare, infatti, essersi aperta la strada alla legalizzazione tanto che, oggi, più della metà degli Stati americani ha emanato leggi che consentono la coltivazione della canapa industriale, creando, così, maggiori opportunità per gli agricoltori. Ad oggi, negli Stati Uniti -ed oltre-, la canapa è usata negli alimenti, nel tessile, nei prodotti di carta, come materiale da costruzione, come carburante, ma anche per fornire sollievo per una lunga lista di malattie.

Ed ora un nuovo disegno di legge al Congresso potrebbe aprire una serie di nuove prospettive agli agricoltori negli Stati Uniti. Parliamo di ‘The Hemp Farming Act 2018’, presentato dal repubblicano del Kentucky, James Comer, che cerca di estirpare la canapa industriale dalla definizione di marijuana nella legge sulle sostanze controllate. Accanto ad una coalizione bipartisan del Congresso, i sostenitori dell’agricoltura. Ed ecco che le comunità agricole che da anni lottano per questo riconoscimento, sono lì con il fiato sospeso.

Le cose potrebbero cambiare davvero, almeno dal punto di vista legislativo. Ma ciò che più sta a cuore ai produttori, forse, è altro: estirpare il problema principale che nei decenni, resta sempre uno: la reputazione che la canapa ha. Eh sì, perché le industrie concorrenti, negli anni, hanno lanciato una campagna diffamatoria associando la canapa stessa alla sorella marijuana. Ma stiamo parlando di tutt’altro. Vediamo perché.

E’ vero, la famiglia è quella della Cannabis ma, diversamente da come si crede, la canapa non ha molto in comune con la marijuana. Infatti, ha meno dello 0.3% del THC, la nota sostanza psicotropa. La canapa, poi, è anche un ‘superfood’: ha 11 grammi di proteine per oncia (30 grammi circa), contiene tutti e 20 gli aminoacidi, ha grassi sani e più acidi grassi essenziali del lino e di qualsiasi altro seme oleoso. Inoltre, contiene il cannabidiolo (CBD), le cui proprietà benefiche -antiemetico, anticonvulsivante, antipsicotico, anti-infiammatorio, anti-ossidante, anti-tumorale e antidepressivo- sono state evidenziate dai ricercatori più volte.

Ed i produttori americani non mollano e continuano a battersi affinché la conoscenza superi l’ignoranza. Produttori che, negli Stati Uniti, cominciano ad essere sempre più numerosi.

Tra gli Stati al vertice nella coltivazione di canapa, spicca il Colorado che vanta più della metà della produzione nazionale. «L’interesse per il raccolto è cresciuto esponenzialmente da quando la produzione è diventata legale», afferma Duane Sinning, assistente presso il Dipartimento dell’Agricoltura del Colorado. «Il mercato vale milioni di dollari, ma è difficile avere un’idea più precisa del suo valore perché l’industria sta cambiando molto rapidamente ed i prezzi oscillano altrettanto velocemente». Le opportunità di guadagno incentivano il mercato, che, in Colorado, è in forte crescita. Quest’anno, le fattorie dovrebbero raccogliere fino a 3600 ettari di canapa, rispetto ai soli 200 ettari del 2014. Parlare di crescita, è più che legittimo. Ma i produttori non hanno la strada spianata. Devono affrontare, infatti, il problema della mancanza di infrastrutture, l’impossibilità di ottenere un’assicurazione sul raccolto e, soprattutto, l’incertezza sulla domanda americana di canapa e dei prodotti derivanti.

Altro Stato americano dove la produzione di canapa è in salita, è il Kentucky. Le vendite di prodotti lordi ammontano ad oltre 16.7 milioni di dollari nell’ultimo anno; in termini di guadagno, questo significa 7.5 milioni di dollari in tasca agli agricoltori. Un bell’incentivo. Qui, le coltivazioni sono utilizzate per produrre materiale da isolamento domestico, calcestruzzo, prodotti per la salute e, perfino, birra. Prima che la legge ne vietasse la coltivazione nel 1970, il Kentucky era il più grande produttore di canapa di tutti gli Stati Uniti, ed ora, si inizia a credere in un ritorno alle glorie del passato.

Il mercato della canapa, insomma, ha delle potenzialità enormi. Ed è agevole comprendere come tutte le speranze dei produttori, ora, siano sull’Hemp Farming Act 2018. Se la legge passasse, la canapa industriale diventerebbe merce agricola, sarebbe rimossa, così, dalla lista federale delle sostanze controllate. Nel disegno di legge, si prevede anche l’assicurazione sul raccolto (con immensa felicità dei coltivatori), la centralità per gli Stati che saranno i responsabili principali nei confronti degli agricoltori e dei produttori di canapa e la possibilità, in capo ai ricercatori, di richiedere sovvenzioni federali. L’obiettivo finale sarà, quindi, quello di trattare la canapa come soia, mais o frumento.

E se fosse così, questo potrebbe significare una grande spinta economica, non solo per chi già ha iniziato a coltivare canapa, ma per l’intero Paese.

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