Politica Esteri

Stati Uniti: cannabis, ricerche in corso sui decessi causati dalle sigarette elettroniche Rassegna stampa della canapa nelle testate estere, dal 30 settembre al 4 ottobre 2019

Decessi e svariati danni di varia entità apparentemente causati dalle cosiddette sigarette elettroniche, anche nel mondo della produzione della cannabis e dell’intero indotto di mercato stanno creando un panorama dettato dal panico e dalla conseguente crisi produttiva e nel commercio. La prima piattaforma di questa sperimentazione volta alla ricerca delle cause è costituita dagli Stati Uniti dove, a conti fatti, a trarre maggior vantaggio da tutto ciò che colpisce il settore legale, potrebbe essere proprio il mercato nero e quello della produzione illegale. Gli Stati Uniti sono anche la nuova frontiera della difesa dei diritti del lavoratore. Infatti, tutti coloro che -a vario titolo- sono impiegati nel mondo della processazione e commercializzazione della cannabis chiedono -attraverso i sindacati- di essere equiparati allo stesso livello di diritti acquisiti da tutti gli altri lavoratori americani. Forte necessità di rivedere il proprio atteggiamento anche nel settore bancario. In Israele, un nuovo fattore pesante si aggiunge alle cause di penuria del prodotto-base: un nuovo ceppo di virus vegetale che colpisce le piante di cannabis, le impoverisce e le fa ingiallire. 

 

Stati Uniti

Il grande panico da sigarette elettroniche potrebbe nascondere il paradiso delle truffe

In attesa che si conoscano, attraverso le ricerche scientifiche degli esperti, le reali motivazioni che sono alla base dei decessi o delle patologie polmonari connesse potenzialmente con l’uso delle sigarette elettroniche, si sta sviluppando una vera e propria crisi isterica nella quale non mancano attori terzi che ne traggono un qualche vantaggio. Allo stato attuale, nessuno conosce bene cosa abbia causato problemi di così grave entità ad almeno 530 americani che hanno utilizzato sigarette elettroniche e prodotti connessi, alcuni con olii estratti da THC altri con nicotina o altri ‘aromi’ utilizzati nella lavorazione dei prodotti dell’indotto delle sigarette elettroniche o con entrambi. E già in qualche maniera molte persone sanno già cosa fare. Opportunamente è esattamente quel che hanno sempre voluto fare molto tempo prima che la prima segnalazione di patologia o problematica derivante dall’uso delle sigarette elettroniche si manifestasse.

Dalla spinta derivata dalla successione di divieti, in realtà destinati solo ad alimentare ulteriormente il mercato nero delle capsule per svapare che sono in effetti proprio all’origine di casi di cronaca che qui si stanno trattando, si giunge alla vera e propria disinformazione che sostiene il tipico cavallo di battaglia mercantile che torna utile a queste entità terze che lucrano sulla confusione attuale, un novero di truffatori menzogneri e opportunisti che cavalcano l’onda nera delle paure per fare ancor più profitti, il più delle volte illeciti. Anche se ci sono alcune cose in comune -l’uso di prodotti per svapare, sintomi tra cui respiro corto, senso di oppressione toracica, vertigini, e vomito, coerente con la polmonite lipoide— sia l’identità dei prodotti incriminanti così come il contaminante potenzialmente mortale all’interno delle cartucce non sono ancora noti, come ha confermato il portavoce dell’ ‘Oregon Health Authority’, Jonathan Modie, alla testata ‘Cannabis Now’ martedì scorso. Ad oggi, l’Oregon -dove la cannabis è legale e venduta nei negozi regolamentati dalla ‘Oregon Liquor Control Commission’ – conta cinque vittime e un decesso. Si ritiene che tutti abbiano visitato dispensari legali e acquistato cartucce per svapare ma se siano stati proprio quei prodotti ad essere la fonte dei danni e dei problemi o qualcos’altro a causare il loro ammalarsi proprio non è ancora noto, ha affermato Modie.

Variazioni di questo refrain tipo ‘non sappiamo ancora, è troppo presto per dire’ sono quello che si sentirà dire da parte di funzionari della Sanità pubblica ad ogni livello, dagli Stati in cui i prodotti per svapare sono venduti (e almeno nel caso di prodotti a base di cannabis venduti presso dispensari, regolamentati) ai Centri nazionali per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie e alla ‘Federal Food and Drug Administration’. Nel frattempo, l’FDA è in fase di analisi delle cartucce per sigarette elettroniche inviate dai vari Stati coinvolti perché siano sottoposte a test. Fino a quando la causa esatta non può essere identificata, la cosa migliore da fare è smettere di svapare del tutto, come peraltro ha consigliato martedì scorso lo stesso Dipartimento della Sanità Pubblica della California attraverso i propri funzionari. In quello Stato, sede sia dei più grandi mercati legali e illegali di cannabis nel mondo, così come un enorme mercato all’ingrosso dove le cartucce per sigarette elettroniche taroccate e gli agenti di addensamento potenzialmente dannosi sono disponibili per acquisti in contanti direttamente in loco, il che ha determinato un corredo di ben 90 persone variamente ammalate, con due morti. Ma le vere cause non sono ancora note.

«Vi sono numerosi fattori sconosciuti in questo momento e a causa del l’incertezza della causa esatta, è nostra raccomandazione che i consumatori si astengano dallo svapare fino alla conclusione dell’inchiesta in corso», ha detto Charity Dean, un medico e vicedirettore della California DPH. Nel frattempo, i solerti funzionari che non hanno mai veramente amato la marijuana fin dall’inizio si stanno muovendo per assicurare che -di fatto- l’unico posto dove saranno disponibili i prodotti per svapare la cannabis sia il mercato clandestino. Martedì, il Governatore del Massachusetts. Charlie Baker -il quale si è opposto con veemenza alla legalizzazione della marijuana nel 2016, prima di decidere di accettare contributi politici dal settore- ha annunciato un divieto di quattro mesi su tutti i prodotti per svapare comprese cannabis e nicotina. Il divieto proposto dal Massachusetts è di gran lunga il più rigido dell’intero Paese. Altri Stati che hanno promulgato divieti specifici, come il Michigan, dove la cannabis è pure legale, non hanno incluso la marijuana nel proprio divieto come ha fatto Baker.

Anche se i funzionari della Sanità pubblica hanno rassicurato che avrebbero dedicato risorse extra destinate ai consumatori di sigarette per aiutarli a non iniziare a fumare attraverso misure correttive dei valori di nicotina, non sembra che ci sia alcuna disposizione per i consumatori di cannabis. Anche se in alcuni Stati le vendite di cartucce per sigarette elettroniche hanno superato le vendite delle tradizionali infiorescenze di cannabis (il cui uso non è stato associato a decessi o gravi disturbi polmonari) sulla scia della crisi, il pubblico sembra prestare sempre più attenzione ai consigli dei funzionari sanitari. Le vendite di dispositivi per svapare disponibili presso i dispensari legali in Stati come l’Oregon sono crollate, lasciando un enorme gap nel mercato che rivenditori online i quali operano in uno spazio completamente non regolamentato sono stati felici di riempire, come riferisce il ‘Wall Street Journal.

Almeno fino ad ora, la crisi del fumo da sigaretta elettronica non ha stravolto piani a lungo attesi e ancora popolari per la legalizzazione della cannabis. Il Governatore di New York Andrew Cuomo, il cui Stato si è mosso per la limitazione delle vendite di liquidi aromatizzanti per le sigarette elettroniche, ha detto martedì scorso che rimane “serio” sulla materia della legalizzazione ma spingerà per una sorta di quadro regionale che vedrebbe raccolti New York, il Connecticut e il New Jersey con un quadro normativo regionale.

Ma certo non per mancanza di tentativi, anche martedì scorso, leader del gruppo americano contro la legalizzazione hanno utilizzato la crisi delle sigarette elettroniche e -in particolare- il Governatore del Massachusetts, Baker, ha annunciato il divieto di diffondere disinformazione. In particolare, Kevin Sabet, direttore esecutivo di Smart Approaches to Marijuana (che fin dall’inizio ha taggato la crisi #PotVapingCrisis, è stato felice di ignorare i ragazzi e le altre vittime che hanno ammesso pubblicamente di usare capsule JUUL e prodotti alla nicotina) capitalizzando sulla confusione al fine di spingere la linea per la quale i prodotti incriminati erano stati tutti acquistati da punti vendita legali. Di fronte alle dichiarazioni dell’Oregon Health Authority e di altri che sostengono che era troppo presto per fare una tale dichiarazione, Sabet ha rifiutato di commentare.

 

Stati Uniti

La Corte sostiene le Protezioni Federali sul Lavoro per i lavoratori del settore cannabis

La Corte d’Appello federale di Denver ha dichiarato che «le protezioni elaborate secondo il Fair Labor Standards Act si applicano a tutti i lavoratori», compresi quelli dell’industria della cannabis. La sentenza stabilisce un precedente importante, aumentando gli sforzi per introdurre elementi di sindacalizzazione nella nuova industria legale. La Corte d’Appello Federale ha deciso che i lavoratori dell’industria della cannabis hanno diritto alle stesse protezioni previste nell’egida della legge federale di quelli che operano in qualsiasi altro settore, indipendentemente dal fatto che lavorino con una droga compresa nella Scheda I. La Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Decimo Circuito di Denver ha espresso una decisione, il 20 settembre per la quale le disposizioni del Fair Labor Standards Act, o FLSA, si applicano a tutti i lavoratori, compresi quelli dell’industria della cannabis. L’FLSA, punto di riferimento e New Deal nella legislazione di settore approvata per la prima volta nel 1938 e modificata molte volte da allora, stabilisce un salario minimo a livello nazionale e gli standard per il lavoro straordinario, così come le protezioni contro il lavoro minorile e altri abusi. 

Il caso dal quale scaturisce la questione riguardava Robert Kenney, un ex dipendente della Helix TCS, una società che fornisce servizi di sicurezza per le aziende dell’industria della cannabis in Colorado. Kenney ha fatto causa alla compagnia per aver sbagliato nel classificarlo come esente dalle regole dell’FLSA sulla paga degli straordinari. Kenney ha affermato che lui e altre guardie di sicurezza impiegate dalla società avevano regolarmente lavorato più di 40 ore alla settimana e quindi avevano diritto a straordinari. In una mozione presentata per respingere il caso, Helix ha sostenuto che non era tenuto a seguire le regole FLSA, perché la sua attività è in conflitto con la legge federale. «Negare la protezione dell’FLSA ai lavoratori dell’industria della marijuana incoraggerebbe quindi i datori di lavoro ad impegnarsi in mercati illegali dove sono soggetti a meno requisiti», ha affermato il tribunale nel testo della sentenza. Il Tribunale ha ritenuto che la lingua e l’intenzione legislativa dell’FLSA chiariscono che i datori di lavoro non sono esentati dal conformarsi solo perché le loro pratiche commerciali sono vietate a livello federale. Il caso degli straordinari è stato archiviato, e Kenney è intenzionato a portare avanti la sua richiesta presso il tribunale distrettuale federale. «Il più è fatto, adesso andiamo avanti», ha affermato il Procuratore Rex Burch a Colorado Public Radio. Il suo ex datore di lavoro, naturalmente, contesta tutto questo. «Helix paga tutti i suoi lavoratori in modo equo e lecito», ha ribattuto Jordan Factor, un avvocato legale rappresentante della società, in una sua specifica dichiarazione pubblica.

Il tema della sindacalizzazione e della migliore regolamentazione delle normative degli impiegati nelle fasi di lavorazione della cannabis all’interno dei metodi di produzione oggi sta diventando, quindi, di principale interesse, dato che ha immediatamente assunto le caratteristiche di “precedente giuridico” in tale ambito. E il lavoro organizzato è pronto ad essere a bordo della nave giuridico-legale in movimento fin dall’inizio in Illinois, Stato che ha approvato una legge per legalizzare la cannabis questo giugno. Il sito web di politica dell’Illinois, Capitol Fax riporta: «I sindacati come quelli del ramo Food e del Settore Commercio Local 881 e Service Employees International Union Local 1 sono stati per mesi e mesi ad un tavolo tecnico congiunto per lavorare sulla legislazione che regolamenta il settore della lavorazione della cannabis e tutto l’indotto di settore».

 

Stati Uniti

La legge sulle attività bancarie potrebbe dare sollievo nei servizi finanziari per le società che operano nel settore canapa

Il Parlamento degli Stati Uniti, attraverso la Camera delle Rappresentanze, nel corso di questa settimana, ha approvato una legge che potrebbe consentire alle banche di fornire servizi finanziari per i produttori di canapa senza ulteriori restrizioni e rispetto di normative troppo stringenti a favore dell’intero settore dell’industria della marijuana.

Il cosiddetto SAFE Banking ACT, ovvero la legge di settore, potrebbe indirizzare tutte le tematiche inerenti i servizi di banking, compreso il linguaggio adottato in quest’ambito che potrebbe così chiarire i servizi disponibili ed effettivi attraverso le carte di credito, tutti mezzi che i Marchi della canapa hanno avuto gran difficoltà a vedersi concessi nonostante sia stata approvata una ampia ed esaustiva legalizzazione della canapa come previsto dalla revisionata Legge Agricola del 2018. Secondo la Legge Agricola del 2018 le banche ed i processi di pagamento hanno già ottenuto la necessaria e relativa copertura legale della quale le società che operano in questo settore specifico avevano ed hanno bisogno ma molte banche -in verità- sono state alquanto riluttanti a concedere tali servizi bancari.

Il Senato degli Stati Uniti ha ora approvato la misura prima che giunga sulla scrivania del Presidente USA affinché la firmi. «Le banche vogliono servire le proprie comunità e sostenere le loro economie ma hanno bisogno di chiarezza, rassicurazioni inequivocabili da parte dei propri politici sul fatto che la canapa sia ben chiaramente distinguibile dalla cannabis», ha affermato in sede congressuale l’American Bankers Association.

 

Australia 

La capitale australiana ha avviato la legalizzazione: uso personale consentito fino a 50 grammi e quattro piantine

Il Parlamento australiano due giorni fa ha approvato la legge che legalizza la cannabis nella Capitale Australiana il cui territorio comprende Canberra. La legge entrerà in vigore il 31 gennaio 2020 e consentirà il possesso fino a 50 grammi di cannabis per uso personale e fino a 4 piantine coltivate in ambiente domestico. Canberra diventerà, così, molto presto la prima città del Continente Australiano ad autorizzare la legalizzazione dell’uso della cannabis ad uso personale. La legge si applicherà su un’area definita Territorio della Capitale Australiana ‘Australian Capitol Area’ (ACT) ed ai territori del Nord collegati. Secondo la nuova legge, approvata con un apposito voto nel Parlamento Australiano, è consentito il possesso di un massimo di 50 grammi di cannabis secca equivalente a 150 di cannabis umida, così come fino a 2 piantine per cittadino e fino a 4 piantine a casa.

Non è ancora una vera e propria apertura ufficiale e legale del mercato commerciale ma i residenti di 18 anni e più saranno ora in grado di tenere, consumare e coltivare cannabis senza alcuna accusa -né amministrativa né criminale- a partire dal 31 gennaio. La nuova legge si applicherà per ora solo ai territori della Capitale ACT ed a Nord Ovest della Capitale stessa. In altre province in Australia, la legge federale continuerà ad essere in vigore, per quasi 30 anni di decriminalizzazione sull’auto-uso di cannabis e alcuni anche sulla coltivazione domestica.

La vendita di cannabis potrebbe ancora essere proibita così come il fumarla in pubblico. Il conflitto tra la legge federale e la nuova legge che sarà operativa nella zona di Canberra si stima possa risolto attraverso una apposita Direttiva che potrebbe chiarire il ruolo delle forze di polizia e dar loro modo di non applicarla in questa specifica area.

Il vicino nazionale, ovvero la Nuova Zelanda, pianifica anch’esso di approvare presto la legalizzazione. Questo tema sarà oggetto di uno specifico referendum agli inizi del 2020 e -se passasse la approvazione- consentirà la creazione di un mercato legale della cannabis che comprenda la vendita, la coltivazione domestica che l’uso in casa propria come già pubblicato agli inizi dell’anno in corso.

 

Israele

I problemi di disponibilità? Un nuovo virus ha attaccato le piante di cannabis nel Paese

Un nuovo studio rivela che più della metà delle piante di cannabis medicale coltivate nelle apposite piantagioni in Israele sono state infette, in anni recenti, da un virus che ha danneggiato le coltivazioni sia nella quantità sia nella qualità. Qual è la fonte del virus? E’ un virus dannoso per i pazienti? Di cos’altro debbono aver timore i coltivatori del settore in Israele? Negli ultimi mesi, alcuni report scientifici di settore hanno mostrato alcuni punti di fallimento nella riforma della cannabis ad uso medicale, soprattutto, nel settore delle forniture e delle quantità disponibili sul mercato di settore nel Paese. Questo sarebbe uno dei principali motivi per i quali l’utenza di cannabis medicale che in precedenza usufruiva delle apposite certificazioni ma soprattutto delle disponibilità di prodotto sul mercato interno, oggi si ritrova ad essere quasi del tutto sprovvista di fornitura specifica da fonte pubblica.

La ricerca condotta da ‘New Israeli’ nel mese di maggio ha gettato luce su quella che potrebbe essere una delle cause principali alla base dei problemi di disponibilità di prodotto sul mercato interno ad uso medicale. Soprattutto nel corso degli ultimi due anni. Almeno quattro imprese agricole che coltivano cannabis medicale si son ritrovate le proprie piante infettate da un nuovo ceppo virale costituito da un nuovo virus che finora non era mai stato riscontrato sulle piante di cannabis.

La ricerca in oggetto, condotta dal ricercatore Lior Haddad nel laboratorio di Aviv Dombrowski presso il Volcanic Institute, in collaborazione con la Facoltà di Agricoltura e l’Università Hebrew di Gerusalemme ha esaminato le imprese agricole destinate alla coltivazione di cannabis medicale che hanno operato in Israele negli ultimi due anni (2017-2019).

In quattro delle piantagioni esaminate i sintomi della malattia sono stati identificati nelle piante sono stati associati a carenze nutrizionali della pianta come chlorosis (perdita del colore verde), disidratazione e qualche volta macchie necrotiche nel fogliame delle piante stesse. Il marker esterno più visibile è l’ingiallimento delle piante e specialmente piante cimate.

Le piante che mostrano questi sintomi patologici sono state raccolte e sottoposte a studi ulteriori attraverso selezioni attuate in tutte le piantagioni osservate. I ricercatori del Volcanic Institute hanno effettuato l’estrazione della sequenza RNA (acido nucleico, simile al DNA) ed hanno riscontrato somiglianze con la sequenza RNA del virus riscontrato nelle colture di lattuga.

Inoltre, è stata applicata la ‘Next Generation Sequencing’ (NGS) seguendo il lavoro bioinformatico e le sequenze di comparazione ottenute con l’apposito database, in questo modo è stata riscontrata una identità genetica collocabile tra 89-90% in relazione ad un virus che infetta le colture di lattuga ed il suo nome Lettuce Chlorosis Virus (LCV). Il genoma del virus trovato nelle piante di cannabis è stato sottoposto a scansione completa e depositato presso il National Center for Biotechnology Information (NCBI) con la sigla LCV-Can.

Successivamente i ricercatori hanno voluto provare che il virus LCV-Can trovato nelle piante di cannabis è infatti la causa dell’infezione della pianta. A tal fine, hanno fatto ricorso all’aiuto degli afidi di falena del tabacco che è nota essere vettore (causante della malattia) che trasmette il virus nella lattuga. Per i test, sono stati prelevati rami di piante di cannabis infettate da LCV-Can, i rami sono stati immersi in una vasca d’acqua e messi in cassette di crescita per le piante coperte di rete per insetti. Le tarme del tabacco (esenti da virus – coltivate su piante di cotone) sono state alimentate nelle cassette di crescita, che sono state alimentate dalle piante infette per 24 ore consecutive (alimentazione acquisita).

Un giorno dopo, gli afidi di falena sono stati trasferiti in un nuovo tumore contenente piante sane senza cannabis, ed esposti agli afidi falena per 24 ore (alimentazione infettiva). Alla fine dell’infezione, gli afidi sono stati spruzzati con insetticidi e le piante sono state coltivate nella struttura di coltivazione del dipartimento, mentre si è sviluppato il monitoraggio dello sviluppo dei sintomi. Dopo 3 mesi di osservazione si è verificata la connessione tra il virus e l’ingiallimento delle foglie sulla pianta.

Poiché il processo di coltivazione della cannabis nella fattoria israeliana sta usando un metodo multi-vegetativo di talee da una pianta, un altro esperimento è stato condotto per studiare il potenziale dei danni causati da questo metodo molteplice. Le Autorità istituzionali israeliane e soprattutto il mondo della ricerca applicata vogliono per, rassicurare i contadini ed i coltivatori del settore specifico che non vi è rischio di trasmissione del virus, fatte salve le tecniche di difesa vegetale e soprattutto non si tratta di virus che si trasmette alla specie umana.

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