Politica Esteri

Russia, torna in auge la cannabis Già principale prodotto d’esportazione in passato, la canapa viene riscoperta e valorizzata sotto la spinta della ricerca di una minore dipendenza economica dall’estero

L’’oro nero’ e quello ‘blu’, come si sa, sono i pilastri dell’economia russa, che non è più largamente autosufficiente come era quella della defunta e ben più grande Unione Sovietica. Il petrolio greggio con relativi prodotti e il gas naturale le forniscono il grosso delle esportazioni consentendo così di pagare la pesante bolletta delle importazioni, tra le quali predominano il macchinario e le attrezzature industriali, seguiti a distanza dai medicinali, da una quantità di prodotti di consumo durevole e generi alimentari, con in testa, questi ultimi, la carne fresca o congelata.

Le sanzioni inflitte alla Russia dallo schieramento occidentale per punire la riappropriazione di forza della Crimea (2014) e il multiforme appoggio di Mosca alla ribellione dell’Est ucraino al governo di Kiev hanno drammatizzato (anche col concorso delle sue controsanzioni) una dipendenza dall’estero ulteriormente aggravata poi da un’ennesima recessione provocata dal crollo dei prezzi del petrolio, la cui precedente ascesa aveva invece reso possibile una vistosa crescita economica.

Di qui la ricerca di alternative agli idrocarburi mirata alla valorizzazione di risorse naturali più o meno largamente disponibili ma finora relativamente trascurate, come i cereali o l’acqua, oltre al potenziamento (spesso opportuno anche per motivi politici) delle vendite all’estero di armi e altro materiale bellico, settore tra i più avanzati e solidi dell’apparato produttivo nazionale. Il tutto nel quadro di un più generale indirizzo autarchico via via accentuatosi permanendo e/o inasprendosi la tensione internazionale.

Successi notevoli sono stati così conseguiti nella produzione ed esportazione di grano, un settore nel quale la Russia zarista aveva già occupato posizioni di punta su scala mondiale prima di diventare marginale o addirittura depresso nel periodo sovietico. Ancor più che per il grano, però, l’impero degli zar poteva vantare un primato per la canapa, o cannabis nell’antica denominazione greca (konoplja o pen’ka in russo), la pianta e omonima fibra vegetale più pregiata sulla terra per le sue innumerevoli qualità e i suoi più diversi usi possibili, oggi soprattutto industriali.

Già conosciuta e usata in Cina e in Medio Oriente (anche per l’olio che contiene) in tempi quasi preistorici, e nel Nordeuropa più vicino all’era cristiana, finì col trovare proprio nella Russia imperiale il maggior produttore mondiale e col rappresentare per essa, nel 18° e 19° secolo, il raccolto più importante ai fini del commercio con l’estero. Importante e molto anche per altri Paesi, se è vero che i contrapposti interessi di cui stava al centro contribuirono a provocare la guerra tra i giovani Stati Uniti e la Gran Bretagna nel 1812 nonché, nello stesso anno, l’inconsulta invasione napoleonica della Russia, fatale per lo stesso Bonaparte.

Non risulta, ciò nonostante, che a Mosca e dintorni la canapa fosse oggetto di panegirici come in America, dove la coltivavano personalmente i presidenti fondatori: Thomas Jefferson la definiva indispensabile per il commercio e la marina e quindi “per la ricchezza e la protezione del Paese”, George Washington esortava a seminarne dovunque la varietà indiana, oggi nota soprattutto per i contenuti allucinogeni. O come a Londra, dove nell’era elisabettiana i contadini che non la coltivavano venivano multati.

Ma sta di fatto che, se all’inizio del 20° secolo la Russia sfornava 140 mila tonnellate pari al 40% della produzione europea e il suo primato mondiale sopravviveva anche alla rivoluzione del 1917, il brusco declino inizialmente causato dalla collettivizzazione staliniana dell’agricoltura (con conseguente riduzione dei raccolti a coprire solo il fabbisogno domestico) fu ben presto superato, a partire dalla metà degli anni ’30. L’area coltivata tornò ad estendersi fino a raggiungere dopo la seconda guerra mondiale il 70% del totale mondiale e a restituire all’URSS il primo posto tra i produttori davanti all’India e, in Europa, Italia e Jugoslavia.

Ciò avvenne in non casuale coincidenza con notevoli miglioramenti qualitativi e della produttività, ovvero del rendimento per ettaro, che non impedirono tuttavia la progressiva perdita di terreno della canapa, come delle fibre naturali in generale, a vantaggio di quelle sintetiche. Crescevano d’altronde anche le preoccupazioni per l’uso della pianta come fonte di stupefacenti, tradizionalmente diffuso soprattutto nelle repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e Transcaucasia ma non sconosciuto neppure nell’area europea.

Già verso la fine degli anni ’20 il potere bolscevico aveva adottato le prime norme contro cocaina e morfina, seguite più tardi dal divieto di coltivare senza autorizzazione cannabis e oppio. L’attenzione per il relativo problema si accentuò nel periodo postbellico e post-staliniano, culminando nella fase terminale del regime comunista. Nel quadro della perestrojka promossa da Michail Gorbaciov, anche all’insegna della lotta contro l’alcolismo, si arrivò infatti (1987) a bandire senz’altro come un reato la coltivazione della cannabis nei piccoli appezzamenti familiari che da decenni avevano costituivano il residuo dell’agricoltura privata all’interno delle grandi fattorie “cooperative” o di Stato e ad esse subalterno.

Il successivo crollo dell’URSS con conseguente smantellamento della collettivizzazione agricola, senza un rilancio della piccola azienda privata, fece il resto. L’area coltivata a cannabis calò via via, in Russia, da parecchie centinaia a poche migliaia di ettari, concentrati in alcune regioni per lo più siberiane.  Dei 16 impianti industriali preesistenti per la lavorazione della pianta ne rimasero solo tre o quattro. Nettamente superata dai due maggiori concorrenti a livello produttivo, India e Cina, la Federazione russa si ridusse al rango di importatrice netta.

Il Paese poteva comunque contare sempre su un potenziale patrimonio di circa 2,5 milioni di ettari di terra, per la maggior parte nell’Estremo Oriente e intorno al Mar Nero, nella quale la canapa cresce spontaneamente. E il momento buono per tornare a sfruttarlo in ben più larga misura ha finito probabilmente con l’arrivare in questi ultimi anni, sotto la spinta della crisi economica più recente e di una tensione internazionale che hanno imposto all’ordine del giorno l’imperativo della corsa all’autosufficienza.

Ancora nel 2006 il limite massimo per il libero possesso personale di narcotici, punito solo con multe anziché penalmente, venne abbassato da 20 a 6 grammi per la cannabis e da 5 a 2 grammi per l’hascish.  In compenso, però, si cominciava a prendere in considerazione lo sviluppo produttivo di speciali varietà della canapa già messe a punto da istituti di ricerca sovietici e prive di caratteristiche narcotiche, ovvero con contenuti di TGC (tetraidrocannabinol) non superiori allo 0,1%, mentre nel Nordamerica il limite massimo consentito nella canapa lavorata è dello 0,5%.

Ciò sembra avere contribuito a spianare la strada verso un nuovo rilancio della coltivazione della canapa e in particolare del suo uso come materia prima per la produzione nazionale di fibre sintetiche, che attualmente copre solo il 30% del fabbisogno annuale russo. Qui deve essersi fatto sentire l’esempio degli Emirati Arabi Uniti, altra potenza energetica divenuta battistrada negli sforzi per alleggerire la dipendenza dagli idrocarburi. Nel giro di un decennio gli EAU sono riusciti ad allestire un apparato industriale capace di riversare sul mercato mondiale fibre sintetiche per 1,3 miliardi di dollari, otto volte più della Russia.

C’è poi l’esempio più recente del vicino Kazachstan, repubblica ex sovietica associata alla Russia nell’Unione eurasiatica e tutt’altro che sprovvista di fonti energetiche, necessarie d’altronde, a loro volta, per il funzionamento di un’adeguata industria chimica. Sul suo ampio territorio, scarsamente abitato, la canapa cresce spontaneamente quasi ovunque ma finora se ne coltivava solo una porzione minima. A partire dal 2016 si sta procedendo ad estenderla e a potenziare la connessa produzione industriale con l’obiettivo ufficiale di esportare in Cina, Olanda e nella stessa Russia.

Ormai però l’ora della riscossa per il prezioso vegetale sembra suonata anche nella principale erede dell’URSS e del vecchio impero zarista, benchè la sua industria chimica pesi sul Pil russo solo per l’1,8% contro una media intorno al 12% per i Paesi più sviluppati. Nello scorso marzo è stato annunciato il proposito del competente ministero di raddoppiare entro il 2020 una produzione di fibre sintetiche che lo scorso anno è ammontata a 650 mila tonnellate per un valore pari a 950 milioni di dollari.

Nel quadro dei 1200 progetti specifici in corso di realizzazione (e per un terzo già completati e operativi) a livello federale per la sostituzione delle importazioni con nuove o estese produzioni domestiche se ne segnalano una trentina abbondante riguardanti le fibre sintetiche e finanziati con prestiti agevolati per una cifra complessiva pari a 1,5 miliardi di dollari. Nascono contestualmente per iniziativa pubblica e privata nuovi centri di produzione e ricerca anche in appositi distretti e non manca la messa a punto di tecniche produttive più avanzate e varietà innovative della materia prima di base.

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