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Mille derivati, mille benefici: parliamo di canapa alimentare Parliamo di canapa alimentare con Matteo Venturini di 'Canapa delle Marche'

Il mercato della canapa è in aumento: comincia a parlarsene di più, spuntano molti negozi ed una buona fetta dell’attenzione la stanno attirando i prodotti derivati, specie quelli ad uso alimentare. In Italia c’è ancora molta confusione e poca consapevolezza su pasta, biscotti, olio e semi di canapa, ma questo è un mondo tutto da scoprire. Ne abbiamo parlato con Matteo Venturini di Canapa delle Marche, un’associazione di agricoltori che si occupa della promozione della coltivazione della Canapa nella regione Marche, nonché un esperto della materia.

Mi parla di canapa alimentare?

Riguardo la canapa alimentare c’è un grande interesse. La richiesta è aumenta perché i prodotti sono di alta qualità ed hanno caratteristiche uniche: dalle proteine del seme e della farina, agli omega 3, 6 e 9 dell’olio. Ma è qualcosa di complicato per quanto riguarda l’agricoltura perché coltivare canapa per raccogliere esclusivamente seme non è redditizio. La canapa produce poco, non è sufficiente per pagarsi le spese e, soprattutto, è complesso trovare la varietà adatta ai nostri territori.

Da dove deriva questa tradizione nelle Marche?

L’intera Italia sfruttava la canapa a livello tessile ed era la prima al mondo in questo, la seconda, dopo la Russia, per ettari di canapa coltivata sul territorio. La Russia, però, a differenza del nostro Paese, ha sempre sfruttato la canapa anche a livello alimentare. Prima si coltivava la canapa molto alta per farla diventare un tessuto molto fine. Ad esempio l’origine del nome della città Macerata viene proprio dal punto dove si andava a macerare la canapa. Anche se in Italia la parte alimentare in passato non è stata rilevante, il tessile andava alla grande, c’era tutta una moda legata ai vestiti di canapa, primi esempi d’industria nel casertano e nel napoletano con le prime operaie donne. Nelle Marche tutti in casa avevano un telaio per i tessuti necessari alla famiglia, per il corredo da portare in matrimonio, inoltre rappresentatava una vera risorsa nella produzione di corde vendute nei maggiori porti come quello di Genova. Se vediamo tutto ciò nell’arco della storia dell’umanità notiamo come alimentazione e la cura sia stata sempre legata all’assunzione della canapa; le donne fino a 60 anni fa, filavano la canapa con la saliva, in continuazione! Vuol dire che assumevano quel poco di THC e CBD curandosi con principi attivi che non fanno male e non creano dipendenze. Questa parte terapeutica improvvisamene non c’è stata più. Oggi finalmente si è riscoperto che questi principi hanno degli effetti terapeutici. Tutto ciò conferma che la storia della canapa in Italia è molto radicata ma poi, negli anni 50, in America è partita la legge sul proibizionismo che ha travolto tutto il mondo occidentale, anche il nostro Paese.

Ritiene che ad oggi sia un problema la reputazione?

No, anzi. Credo sia un vantaggio dal punto di vista del marketing perché chi coltiva canapa sta sfruttando un qualcosa che è stato proibito per anni. C’è tantissima curiosità in giro. Secondo me è una cosa positiva.

Mi parla della sua attività? Com’è nata?

Abbiamo iniziato sei anni fa iniziando a coltivare mezzo ettaro di canapa partendo da un’esperienza nata a Jesi dove già c’era un’azienda agricola che coltivava canapa. Il primo anno abbiamo coltivato la ‘Futura 75’,  una varietà di canapa francese, una delle più utilizzate in Europa mediterranea. Le varietà italiane, purtroppo, sono scomparse o sono introvabili a causa di questi 50 anni di vuoto. Ne son rimaste pochissime, una di queste è la ‘Carmagnola‘ certificata da ‘AssoCanapa’,  una associazione nazionale che ha i diritti sulla vendita di questa pianta. Qualche azienda sta facendo delle selezioni italiane nuove con la speranza che si adattino anche al nostro territorio perché, ad oggi, per il 90% piantiamo varietà che vengono dal resto d’Europa e spesso si adattano molto male ai nostri territori. Ad esempio, la ‘Finola‘ finlandese va in stress subito perché in Nord Europa si semina a fine giugno quando inizia la loro buona stagione, da noi,  per approfittare delle pioggie primaverili, si semina generalmente ad aprile ma si ritrova un’ora in meno di luce; la finola quindi, nasce già in emergenza.

Il primo anno siamo riusciti a raccogliere il seme e abbiamo fatto olio e farina anche con metodi abbastanza improvvisati. L’olio è ricco di grassi buoni che purificano il corpo, abbassano il colesterolo, tengono sotto controllo la pressione e sono anti-infiammatori naturali, per questo la nostra prima produzione andò a ruba.

L’anno dopo abbiamo raddoppiato le coltivazioni usando sempre la ‘Futura 75’ e la ‘Uso 31‘ una varietà ucraina che si adatta con difficoltà alle nostre terre ma più adatta alla produzione di seme. Siamo rimasti sempre sulla produzione di olio e farina perché ancora del fiore non se ne parlava; era considerato un materiale organico da lasciare in terreno. In realtà quell’anno abbiamo iniziato a produrre tisana di fiori di canapa. L’avevo comprata in Germania ed ho pensato ‘perché non farla anche qui’? Fare tisana di canapa significa raccogliere il fiore da campo industriale in un certo momento e destinarlo ad uso alimentare essicato e stoccato con tutte le precauzioni del caso. Purtroppo  la legge 242 del dicembre 2016 sulla coltivazione della Canapa  rinvia ad un futuro regolamento (tutt’ora inesistente) i livelli di THC ammessi negli alimenti. La legge europea ammette la produzione alimentare di Canapa sotto i livelli di sicurezza di THC ma qualcuno sostiene  che si deve far riferimento ad una vecchia legge nazionale che non contempla il THC negli alimenti, ma a noi questa cosa non è mai piaciuta: nella infusione di canapa in acqua, -e lo scriviamo nelle indicazioni-, non viene estratto THC (che è presente comunque sempre in minimi quantitativi certamente non considerabili psicotropi): perché non sono elementi idrosolubili. Noi, forti di ciò, siamo andati avanti a produrre tisana di canapa rispettando le regole che si applicano nelle coltivazioni cosiddette industriali, cioè senza separazioni di sesso e con luce naturale, sperando che la legge chiarisca presto le cose.

Cosa è successo poi?

Il secondo anno la coltivazione è andata abbastanza male perché la ‘Uso 31’ si è dimostrata una pianta molto difficoltosa poiché soffre sia nell’estate troppo umida che in quella troppo secca. Abbiamo comunque prodotto olio e farina affinando le tecniche grazie alla collaborazione di produttori di macchine di qualità in grado di spremere a freddo, cosa non banale visto che normalmente in Italia viene prodotto olio da seme per l’industria o per friggere.

Il terzo anno, nel frattempo, siamo andati avanti. Per avere più profitto, però, si ha bisogno di impianti di trasformazione che possano lavorare tutta la pianta, ma di impianti in Italia ce ne sono solo due, uno a Torino e uno Taranto. Nel centro Italia tutto ciò diventa un servizio non conveniente; nonostante il gran fermento, c’è un grosso problema legato all’agricoltura. Le potenzialità del mercato sono enormi e stanno nascendo settori molto importanti, ma mancano gli investimenti.

Il quarto anno ci siamo poi dati veramente da fare con l’inizio della produzione di derivati, ad esempio, pasta, piadine, cosmesi e tanto altro, tutti prodotti che nascono da esperimenti che gli altri artigiani hanno voluto fare con noi convinti della bontà della Canapa. Tra tante, ad esempio, la estrazione di oli essenziali ci ha fatto capire quando è il momento migliore per raccogliere il fiore, cioè, il mattino presto in luna crescente, perché, i fattori fanno raddoppiare gli oli essenziali presenti nel fiore. Poi, siamo entrati nel mondo della birra, con l’uso del fiore di canapa come luppolo, sostituendolo o mischiandolo al luppolo stesso, un settore che sta andando molto bene grazie al successo dei microbirrifici in Italia: stiamo facendo ora la terza birra. Anche il miele è stato un nostro prodotto fin dall’inizio: mettere le arnie nel campo di canapa -che non è nettarifera- significa che le api prendono il polline di cui ancora si conosce veramente poco, e poi pascolano in un campo che è una grossa fortezza naturale visto che la canapa non vuole diserbanti e sostanze chimiche.

Come avviene la vostra coltivazione, quindi?

Un campo si prepara con azoto, si può usare il letame ma noi lo facciamo con il favino che, piantato in inverno, impedisce alle erbe infestanti di crescere e poi, facciamo il sovescio con una macchina che ribalta il favino, lo strato sotto rimane perfettamente integro e ricco di azoto. I fiori spontanei che nascono sono tantissimi, così come tanti sono gli insetti. La natura è la vera protagonista.

Come è nata, poi, la vostra associazione?

Dopo esserci concentrati sul laboratorio alimentare e consolidato l’esperienza ottenendo riconoscimenti come il premio per il miglior olio di Canapa organizzato sotto la supervisione dell’università di Napoli, abbiamo creato un’associazione passando in un anno da 4 soci a 34 soci. Lo scopo è aumentare il numero di ettari coltivati con canapa, favoriamo la condivisione di esperienze e mettiamo a disposizione degli associati le nostre risorse oltre a creare dei gruppi di acquisto insieme, poiché il seme non è facile da trovare e ci organizziamo per trovarlo in tempo. L’evento principale della associazione è la “Fiera della Canapa delle Marche” che quest’anno sarà il 25-26/08 nel centro storico di Mondavio (PU) dove ha sede la nostra associazione.

Quando collochereste il ‘boom’?

Nell’ultimo anno il settore della canapa light è esploso quando, nel Giugno 2017, EasyJoint ha presentato il suo fiore di Canapa mettendolo in un barattolo e vendendolo per collezionismo. L’ambiguità del nome (canna facile in italiano)  ha aperto gli occhi di tutti gli operatori del settore. Tutti si sono chiesti ‘come, si può vendere il fiore?!’ Perché questa è la vera risorsa del mercato: un conto è raccogliere il fusto e portarlo a Torino o a Taranto, altro discorso è raccogliere i fiori autonomamente. Si è mossa tutta l’Italia capendo che c’era un business, un business subito dopo aggredito dal fiore che viene dalla Svizzera.

Cosa è successo in Svizzera?

Da diversi anni in Svizzera si coltiva canapa con tecniche identiche alla marijuana. In Italia si tollera una concentrazione di THC fino allo 0.2% tollerato fino allo 0.6% e si possono  piantare solo varietà certificate per scopi industriali. Li, invece, si può coltivare tutto quello che sta sotto l’1% di THC e tutto viene coltivato in indoor spesso con luce artificiale. In Italia si è iniziato a commercializzare fiore della Svizzera bellissimo e con un valori più alti di CBD, fatto con incroci fondamentalmente illegali in Italia. Cosí sono nati tanti shop che replicano la fortunata idea di EasyJoint prendendo un prodotto di qualità e mettendo in risalto il CBD -principio anti-infiammatorio e con indicazioni terapeutiche specifiche ma antagonista al THC che invece è antidolorifico e psicotropo. Il settore quindi si è aperto l’anno scorso, e noi abbiamo venduto tutto il fiore raccolto per le nostre esigenze nel giro di 15 giorni.

Ora come stanno andando le cose?

Il mercato del fiore ad uso tecnico o “ludico mascherato” è esploso e questo significa che tutti i nuovi negozi vogliono  anche la vetrina dell’alimentare. Tutti ci chiedono informazioni e preventivi visto che siamo riconosciuti a livello nazionale. Tanti coltivatori di Canapa nel frattempo hanno abbandonato il difficile e poco remunerativo settore alimentare per andare sul tecnico che prospetta facili guadagni; abbiamo perso i concorrenti mentre la domanda è aumentata.

In Italia sono nati tanti imprenditori agricoli che stanno cercando di imitare il metodo svizzero legando la canapa alle tecniche di coltivazione della marijiuana tutto in base a interpretazione della legge 242 che è piena di buchi. Una recente circolare del ministero sembra vietare la pratica del taleaggio, cioè, avere una pianta madre, mantenerla in vita con la luce controllata per farne dei cloni che produrranno lo stesso fiore bellissimo e ricco di CBD. Il problema è che una talea non si distingue da una pianta germogliata naturalmente una volta messa a dimora in campo… nella stessa circolare è legittimata l’attività del florivivaista, quindi sembra essere legale vendere canapa d’arredamento come fosse basilico o gerani. La domanda è: ‘Come fanno le forze dell’ordine a distinguere una coltivazione illegale di marijuana da un terrazzo ornato di Canapa? Basterà un semplice scontrino di acquisto per giustificare la legalità delle piante?’ Questo sarà l’anno del caos totale visto che la confusione è tanta. Speriamo che si faccia presto chiarezza magari anche con una legge di legalizzazione totale.

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