Politica Esteri

Midterm: le dimissioni di Sessions fanno bene alla cannabis Donald Trump cambia il Ministro della Giustizia e questo fa tirare un sospiro di sollievo ai mercati della canapa

Due giorni fa si sono aperte le urne negli Stati Uniti per le elezioni di midterm. Non si votava solo per rinnovare il Congresso e per i Governatori di 35 Stati, ma anche su 155 referendum in 37 Stati americani. I temi erano i più vari, dall’aborto alle tasse sugli assorbenti igienici, passando per la liberalizzazione della marijuana e l’esposizione dei dieci comandamenti nei luoghi pubblici.  In quattro Stati, gli elettori hanno votato anche per referendum sulla legalizzazione della cannabis: nel Nord Dakota hanno decisamente respinto la proposta per rendere la marijuana legale per scopi ricreativi mentre nell’Utah e nel Missouri  hanno deciso che i pazienti dovrebbero avere accesso alla marijuana medica. Il Michigan, che aveva già la marijuana medica, è diventato il primo stato del Midwest a legalizzare completamente la cannabis e il decimo stato Usa ad approvare l’uso ricreativo della marijuana. Questo il verdetto del referendum che porta a quasi 80 milioni gli americani che vivono in stati dove il consumo di cannabis a scopo ricreativo è legale. Oltre alla capitale, Washington, nove stati hanno finora permesso l’uso della marijuana oltre gli scopi medici: Alaska, Colorado, Nevada, Oregon, Washington, Vermont, Maine, Massachusetts e la California che fu la prima a riconoscere nel 1996 gli usi terapeutici della cannabis nell’alleviare i sintomi di malattie gravi come l’HIV, il cancro, l’epilessia o il glaucoma

A livello nazionale, il sostegno alla marijuana non è mai stato più forte anche perché, nel trattamento del dolore cronico, è sempre più considerata come una valida alternativa all’uso degli oppioidi. Il settantadue per cento dei democratici e una ristretta maggioranza di repubblicani – il 51 per cento – sostengono la legalizzazione. In molti casi, la legalizzazione della cannabis medica sembra aver aperto una strada che non si è più chiusa. Una ricerca di Lee Hannah, docente della Pennsylvania State University, e Daniel J. Mallinson, docente della Wright State University, indica che il progresso della legalizzazione della marijuana medica potrebbe bloccarsi dopo questo ultimo ciclo di iniziative di ballottaggio di successo. In sostanza, la marijuana ricreativa potrebbe continuare ad espandersi negli Stati con la marijuana medica è già legale, ma potrebbe anche fermarsi. Anche perché, finora, la maggior parte delle leggi per la legalizzazione della marijuana medica (Alaska, Washington, California, Oregon, Maine e Nevada) sono state approvate alle urne e non da un’Assemblea legislativa. Ma non sempre i tentativi sono giunti a buon fine: i due ricercatori ricordano il caso dell’Ohio dove i sostenitori della marijuana nel 2015 avevano speso oltre 20 milioni di dollari USA nel tentativo di legalizzare la marijuana medica e ricreativa nello stesso ballottaggio. Ma sebbene la campagna elettorale avesse rivelato ampio sostegno per una politica di marijuana medica, l’esito fu negativo. E quando il Marijuana Policy Project, un’organizzazione civile, ha detto che avrebbe messo la marijuana medica sul ballottaggio dell’Ohio nel 2016, il Parlamento si mosse rapidamente per approvare la propria legislazione sulla marijuana medica. Ma l’uso del referendum, come ricordano Lee Hannah e Daniel J. Mallinson, nei 17 Stati americani che non hanno ancora alcuna forma di marijuana legale, solo cinque ovvero Nebraska, South Dakota, Idaho, Missouri e Wyoming consentono iniziative i referendum. Ciò vuol dire che, senza un’iniziativa del governo federale, per gli Stati dove l’uso della cannabis è vietato, la legalizzazione rimane lontana, specialmente con Donald Trump alla Casa Bianca.

Se a livello dei singoli Stati si sta compiendo un passo in avanti grazie ai referendum, per la legge federale la cannabis è ancora una droga illegale di Schedule I ai sensi del Controlled Substances Act, quindi priva di qualsiasi effetto medico. E se con Obama, le restrizioni per gli Stati si erano allentate, con il tycoon le cose sono cambiate e il primo procuratore generale di Trump, Jeff Sessions, ha diretto gli avvocati del Dipartimento di Giustizia per applicare pienamente la legge federale negli stati di marijuana legale. Ieri, però, Sessions ha rassegnato le sue dimissioni, sottolineando come le sue dimissioni siano arrivate su richiesta del Presidente che non ha mai visto di buon occhio la sua posizione sul ‘Russiagate’. Con Sessions ora ufficialmente fuori dall’amministrazione Trump, la posizione del governo federale sull’applicazione della marijuana potrebbe cambiare, scatenando un un giro di vite sulle imprese di marijuana legali, anche se molto è legato a cosa farà il sostituto di Sessions che, come annunciato da Trump in tweet, sarà Matthew Whitaker, un ex avvocato degli Stati Uniti in Iowa che aveva servito come capo dello staff di Sessions. Non è ancora chiaro in che modo la rimozione di Sessions influenzerà l’atteggiamento dell’amministrazione Trump nei confronti delle imprese di marijuana statali. Anche perché molto dipenderà soprattutto dal Congresso: i Democratici, che hanno preso il controllo della Camera martedì, hanno già indicato che potrebbero premere per rimuovere la cannabis dall’ elenco delle droghe della Schedule 1 già l’anno prossimo.

La forte opposizione di Sessions all’uso e alla legalizzazione della marijuana era una delle caratteristiche più note della sua carriera. Nell’aprile 2016, aveva proclamato in un’audizione al Senato che «le persone buone non fumano marijuana» e aveva sostenuto che la cannabis è una droga come la cocaina e l’eroina. È vero che sotto Sessions, non solo gli sforzi per legalizzare la marijuana a livello federale, anche per uso medico, sono stati ostacolati, ma il Dipartimento di Giustizia ha invertito le linee guida per l’applicazione dell’era di Obama, annullando il Cole Memorandum che lasciava più libertà ai singoli Stati e impediva alle forze dell’ordine di interferire nello sviluppo del mercato della cannabis. Le differenze nella legalità della marijuana a livello statale e federale hanno dimostrato un problema di crescita per l’industria della cannabis, creando problemi legali e logistici per gli imprenditori.

Tuttavia, secondo Mason Tvert, direttore delle relazioni con i media per il Marijuana Policy Project, ha dichiarato: «Quando si tratta dell’applicazione della marijuana, Jeff Sessions lascia il Dipartimento di giustizia come l’ha trovato».  «Le riforme della politica della marijuana venivano implementate negli stati di tutto il paese e il governo federale si stava in generale trattenendo dall’interferire. Questo è ancora il caso, e speriamo che continui ad esserlo anche sotto il suo successore» afferma Tvert.  Morgan Fox, portavoce della National Cannabis Industry Association, ha dichiarato che le dimissioni di Sessions sono una «notizia gradita». «Speriamo che segna la fine della follia al Dipartimento di Giustizia. Dato che non c’è stato alcun giro di vite dopo la rescissione del Cole Memo, potrebbe essere solo business come al solito», ha detto Fox che si è detto fiducioso che la nuova amministrazione giudiziaria esaminerà le prove disponibili e giungerà alla stessa conclusione e cioè che si tratta di un «enorme spreco di risorse» per reprimere le attività commerciali legali della marijuana.

Non è improbabile che le dimissioni di Sessions diano vita ad un’accelerazione del processo di legalizzazione della cannabis negli Usa e questa speranza ha rallegrato anche i mercati dove, ieri, i prezzi delle azioni per le imprese di cannabis sono aumentati. L’ETF di Nasdaq’s Alternative Harvest Marijuana, un fondo che raggruppa le attività negoziabili per l’industria della cannabis, è aumentato del 5,6% nell’ora dopo l’annuncio di Sessions, con un prezzo di punta di $ 36,97, quasi $ 2 di guadagno per il fondo. Il giorno, il fondo è salito di oltre il 7 percento alla chiusura del trading così come i titoli delle varie aziende quotate come Canopy Growth e Aurora Cannabis sono schizzati. Se ci sarà continuità o meno nella linea del governo federale sulla cannabis è presto dirlo. Al momento, però, le aziende possono tirare un sospiro di sollievo.

 

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