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L’OMS e la legalizzazione della cannabis, tra scienza e salute La posizione dell’Italia sulle questioni più urgenti in materia e il rispetto di valori costituzionali internazionalmente tutelati. Intervista a Marco Perduca, ex-Senatore Radicale e portavoce dell’Associazione Luca Coscioni

La Salute come «fondamentale diritto dell’individuo» e «interesse della collettività» (Articolo 32 Costituzione) vive una importante evoluzione, a livello internazionale, nelle recenti aperture espresse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità(OMS).  Agenzia delle Nazioni Unite nata nel lontano 1948, essa comprende oggi 194 Paesi adotta, per statuto, un’accezione ampia di ‘salute’, relativa al un benessere non solo fisico, ma mentale e sociale della persona. Nella definizione delle nuove strategietese al conseguimento di standard di salute globali (come l’attenzione ai fattori geografico e ambientale, ai soggetti più ‘vulnerabili’, alle capacità di resilienza) l’OMS, secondo un recente processo di adattamento che coinvolge direttamente le politiche dei suoi membri, mostra di voler ‘seguire’ la società nel suo cambiamento storico. Pensiamo, per fare un esempio, alla nuova Classificazione(ICD-11) pubblicata ieri, che non considera più ‘disordine mentale’ l’incongruenza di genere (più nota come ‘transessualità’).

Il dibattito sulla legalizzazione della cannabis fa parte di questo processo evolutivo. In proposito, l’OMS ha nominato un Comitato di esperti in materia di droghe in vista di una revisione, in senso normativo e di policy, delle disposizioni che proibiscono l’uso della cannabis. Il punto di partenza sono le tabelle internazionali: attualmente la cannabis figura nelle Tabelle I (come sostanza «altamente additiva e soggetta ad abuso») e IV (sostanze incluse nella Tabella I, raramente utilizzate nella pratica medica») della Convenzioneunica sugli stupefacenti del 1961, ratificata dall’Italia nel 1974.

Partecipando alla sessione aperta del Comitato di esperti, tenuta il 4 giugnoaGinevra, l’Associazione Luca Coscioni, insieme ad altre istanze della società civile, ha presentato un documento a sostegno della ricollocazione della cannabis nelle tabelle internazionali citate.

Ce ne parla Marco Perduca, ex-Senatore Radicalee portavoce dell’Associazione, prendendo l’abbrivio dall’incontro ginevrino, in cui è stato relatore, per una riflessione sullo stato delle norme in materia di cannabis e le inerenti sensibilità (e responsabilità) politiche che interessano una questione di tenore globale.

Dottor Perduca, l’Associazione Luca Coscioni , attraverso il documento presentato, mostra un impegno e un’attenzione rilevante nei confronti dell’iniziativa dell’OMS. Come si è arrivati a questo passaggio e quali sono stati i punti più discussi nell’incontro del 4 giugno?

Premesso che sarebbe utile, ogni tanto, scrivere la contro-storia delle organizzazioni internazionali, a 70 anni dalla sua fondazione l’OMS ha dato mandato a un gruppo di esperti per un’attività di raccolta che interessa la collocazione della pianta della cannabis nei trattati internazionali. Con tale attività, che parte dalla letteratura scientifica e dai relativi argomenti ad adiuvandum, si è avviato un processo di revisione critica: volta, cioè, non solo allo studio, ma alla formulazione di raccomandazioni operative. Dal 1961, la cannabis è una pianta interdetta a fini di ricerca scientifica e uso terapeutico, al pari dell’eroina o della cocaina. Un decennio più tardi è stato stabilito che i suoi prodotti possano essere utilizzati rarissimamente per fini terapeutici: proprio per questo, la produzione sarà limitata.

Dal ‘61 a oggi, non solo il mondo ha raddoppiato la sua popolazione – siamo 7 miliardi e mezzo – , ma negli ultimi 20 anni ha visto un’esplosione di ricerche sulla produzione di cannabis per fini terapeutici, dove gli effetti avversi sono una percentuale irrisoria rispetto ai benefici che l’uso di questa pianta e dei suoi derivati comporta.

La risposta decisiva, in questo processo, sembra provenire dall’altra sponda dell’Atlantico.

Gli Stati Uniti, malgrado le riserve del Governo di Washington, stanno viaggiando veloci sul consumo legalizzato (e non solo terapeutico) di cannabis. Peraltro, anche gli Stati europei hanno molto ammorbidito le proprie leggi e consentito la prescrizione di cannabinoidi terapeutici. La vera rivoluzione, però, verrà dal Canada.

Perché?

In modo particolare, quel Paese ci mostra come uno Stato sovrano riuscirà a risolvere dei problemi, ma soprattutto – se il processo avviato avesse sviluppi positivi – a gestire un nuovo fenomeno.

Da questa prospettiva, l’esempio canadese ‘supera’ quello statunitense?

Sì, perché è uno Stato sovrano (con bandiera, moneta, esercito, e che, soprattutto, siede alle Nazioni Unite) di dimensioni europee: l’Uruguay, certo, è stato un pioniere, però ha la popolazione della Provincia di Roma, mentre il Canada ha 30 milioni di abitanti, al pari di uno Stato medio dell’UE. Inoltre, a parte il vantaggio di avere come ‘vicino’ un enorme cliente, esso presenta una società molto variegata nella sua composizione, un sistema sanitario nazionale di stampo più europeo che non americano. Paradossalmente, direi che gli europei possono imparare di più dal Canada rispetto ai vicini statunitensi, proprio per il suo particolare sistema ‘misto’.

Tornando allo studio promosso dall’OMS, quali sono gli aspetti salienti contenuti nella Dichiarazione finale?

È stato certificato che non si muore di overdose da THC – cosa che sapevamo già tutti -, ma anche che mancano studi sulla pianta (è più difficile studiare una pianta indipendentemente dalle quantità e dal rapporto con la patologia per cui si prescrivono i prodotti) e, soprattutto, che non esistono – o quasi – i cosiddetti ‘trial clinici’. In essi si fa ricorso anche a procedure in ‘doppio cieco’, che prevedono, ricercando la massima neutralità, la non conoscenza da parte di medici e/o gruppi di pazienti coinvolti delle caratteristiche del farmaco somministrato, permettendo così di verificare l’effetto placebo.  I trial clinici stabiliscono come l’uso sistematico della cannabis sia possibile e valido non solo per la terapia del dolore, ma nella cura del glaucoma, della fame chimica, nell’aiuto a rivivere gli stress derivanti da un trauma e, quindi, nell’accompagnamento psicoterapeutico. Addirittura, in Israele si inizia a utilizzarla per la cura vera e propria dei tumori, e non unicamente dei dolori ad essi connessi.

In sede OMS si è rilevata l’insufficienza della letteratura scientifica, auspicando un avanzamento nelle indagini e l’importanza di condividerle a un livello internazionale.

Come avviene l’acquisizione dei dati?

Si tratta di un processo volontario: non si mandano migliaia di ricercatori in tutte le biblioteche scientifiche del mondo per raccogliere gli studi effettuati. Si è fatto affidamento sulla loro trasmissione da parte degli Stati membri, ma molti non lo hanno fatto. Proprio Israele ha sempre un rapporto molto critico con le Nazioni Unite: di per sé, non è una buona premessa.

È stato chiesto anche alla società civile di complementare la fornitura di documenti.  Noi come Associazione, abbiamo portato all’attenzione un ragionamento ‘teorico-politico’, centrato sul nostro binomio – fondativo – della libertà di cura e di ricerca: siccome esiste, nel diritto internazionale, non solo il diritto alla salute, ma anche il diritto alla scienza, le storiche limitazioni dell’OMS vanno contro la ricerca scientifica. Non desterà troppa sorpresa, allora, l’assenza di studi dedicati all’argomento.

In termini pratici, se per studiare le applicazioni della cannabis un istituto di ricerca dovrà essere blindato, ricevendo le piante dalla Guardia di Finanza e creando una zona di difesa del laboratorio simile a Guantanamo, quale sarà l’istituto disposto a farlo? In queste condizioni, o interviene il Ministero della Difesa, che non è detto sia il più attrezzato, altrimenti sarà necessario facilitare in qualche modo le università e i centri di ricerca, nazionali e internazionali. Oggi si attiva anche l’OMS, che dispone di questo panel di esperti per capire cosa contiene quella pianta. Poi si faranno i trial clinici, che costano molto.

Quanto?

Uno ben fatto può costare anche 1 milione di euro, ma l’Istituto Mario Negri sostiene che ne occorrano 10!

In tal caso, i trial saranno prerogativa dei privati?

Anche qui, non si può pretendere che una casa farmaceutica – profit o no profit – investa soldi per la causa, se, poi, non ha la minima certezza che ciò che sperimenta oggi potrebbe diventare un prodotto brevettabile o, almeno, vendibile.

Il fatto che ci sia stata questa iniziativa, in vista di una revisione critica, è in sé molto positivo, come positive sono state diverse cose dette a Ginevra. Tutto ciò consolida la necessità di fare ricerca, che è per noi la cosa più importante. Occorre uscire dal criterio soggettivo: ‘perché te lo dico io, la pianta ti fa bene’. Magari non ‘fa male’ o può ‘fare bene’ psicologicamente; ma l’affermazione che possa curare una malattia spetta alla scienza.

In Italia sono intervenuti, nel dibattito politico, fattori evolutivi e di resistenza che hanno influenzato l’iter legislativo volto a un riconoscimento del consumo legale di cannabis. Pensando alle forti spinte di cambiamento presenti a livello mondiale,quali sono i grossi ‘nodi’ che finora hanno all’Italia, di stare al passo con altri Paesi?

Per rispondere, partirò dal nostro impegno come associazione, logicamente connesso ai diversi nodi della politica italiana su questo tema.

In settimana avremo una riunione con una decina di associazioni, come Forum Droghe, La Società della Ragione, la CGILA buon diritto, Antigone, che lunedì 26 giugno presenteranno il IX Libro Bianco sulla Legge in materia di droghe – chiamiamola ‘ex-Fini-Giovanardi’ – : un’analisi indipendente dei dati elaborati, in maniera non troppo omogenea, dai Ministeri della Giustizia, della Salute e degli Interni. Da 9 anni, presentiamo una fotografia che ha lo stesso soggetto, ma un obiettivo diverso.

Quale?

Mettere in evidenza un’aggregazione di informazioni che non è, burocraticamente, volta a confermare la necessità di avere sempre le stesse leggi, bensì a promuovere una serie di riforme dal punto di vista penale, amministrativo e socio-sanitario che non continuino a fingere che il problema sia soltanto di ordine pubblico o di emergenza sanitaria. Parliamo, ormai, di un fenomeno sociale, per non dire culturale: il Governo ritiene , confermandolo negli ultimi anni, che quasi 6 milioni di italiani annualmente incontrano le droghe in maniera non costante, ma frequente. Una forte maggioranza, 4 milioni, consuma cannabis, mentre gli altri si distribuiscono tra cocaina (c’è anche un grande ritorno dell’eroina) e varie sostanze chimiche. Pertanto, interessando il 10% della popolazione, non può trattarsi di un fenomeno così nuovo, ma strutturato, che coinvolge persone di età compresa tra i 30 e i 55 anni: persone che, da anni, si portano dietro delle abitudini, che convivono con questo consumo. Fortunatamente – e malgrado i picchi degli anni ’90 – hanno imparato a conviverci, sul piano della salute personale, in maniera meno dannosa. Certo, quei consumatori continuano a incontrare il diritto penale perché, anche quando è stata dichiarata incostituzionale la Fini-Giovanardi, nel febbraio 2014, il Governo di allora non ha modificato in maniera decisiva le sanzioni penali e amministrative: sono stati diminuiti i minimi e i massimi in modo tale da evitare il passaggio in carcere al primo arresto e da favorire l’accesso alle misure alternative anche in casi un po’ più gravi. Tuttavia, si è comunque mantenuto un impianto per cui occorreva punire anche il mero possesso per uso personale di tutte le sostanze.

Perciò, il proibizionismo resta ancora il modello ritenuto necessario a governare questo fenomeno.

Come si rapporta il nuovo Governo con questa realtà?

L’Italia ha oggi un Governo di coalizione, in cui il socio che dovrebbe essere di maggioranza, cioè il Movimento 5 Stelle, sarebbe – lo aveva scritto anche alla vigilia della campagna elettorale – a favore della legalizzazione della cannabis, tanto che molti deputati e senatori del Movimento, nella scorsa legislatura, facevano parte del famoso ‘Intergruppo cannabis legale’. Il socio minoritario, ma più presente sui media, anche se in passato – quando la Lega si presentava come più ‘libertaria’ – era a favore della legalizzazione, oggi dice ‘No’, e usa il solito spauracchio della salute dei bambini: tutti parlano da padri, ma nessuno da ministro.

Siamo di fronte a un Parlamento che, ragionando in termini numerici – cioè tenendo lontane le dinamiche politiciste o elettoralistiche -, potrebbe più o meno avere le stesse voci a favore del passato Parlamento, nel caso dovesse riavviarsi l’idea della regolamentazione legale di produzione, consumo e commercio di marijuana. Tra l’altro, c’è sempre la nostra Proposta di leggedi iniziativa popolare, che ha raccolto 68000 firme: l’abbiamo presentata il novembre 2016, vale per legge 2 legislature, ed è già depositata: in altre parole, è pronta ‘per l’uso’ e quando si comporranno le commissioni non mancheremo di ricordargliela .

Il DDL in questione è stato depositato, quest’anno, in data 23 marzo. Quali sono i suoi tratti distintivi rispetto al testo (più volte modificato) redatto dall’Intergruppo?

Nel merito, rispetto a quella presentata dall’Intergruppo parlamentare nel 2017, questa proposta va oltre: loro hanno dovuto, in effetti, ‘trovare la quadra’ tra una quarantina di proposte; noi eravamo una quindicina di associazioni e abbiamo cercato di bilanciare le istanze senza escludere nessuno scenario possibile. Innanzitutto, non prevediamo un monopolio attenuato. Guardando ai modelli anglosassoni, riteniamo che ci sia bisogno di avere una licenza per produrre cannabis a fini commerciali, ma che, una volta prodotta e commercializzata, seguendo le regole già adottate per la cannabis light (cioè di certificazione della qualità di etichetta parlante), possa essere venduta un po’ dappertutto:  la light si vende nei negozi dedicati e secondo noi non occorre creare un settore specifico. Tuttavia, con il fatto che in Italia esistono questi 500/600 negozi, si partirebbe quasi avvantaggiati. Non riteniamo, inoltre, necessario avere un permesso per la coltivazione domestica a fini personali e /o a fini sociali: là dove non c’è dazione di danaro, ma si tratta di uso culturale o ricreativo in comune, solo dopo la quinta pianta occorrerà dichiarare che se ne coltiva di più, anche se le associazioni di consumatori potranno arrivare fino a 100 piante.

Mi soffermo su questo perché né la nostra né le altre associazioni che hanno preparato il testo del DDL siamo dei ‘cannabis (support) club’: siamo, invece, antiproibizionisti, cioè riteniamo che, con il tempo trascorso e le esperienze di legalizzazione acquisite, in particolare negli USA, occorre cogliere l’occasione per dimostrare che la nostra idea di legalizzazione era efficiente ed efficace, allargando il ragionamento su altre sostanze molto più pericolose e dannose della cannabis. Se non altro, ciò eviterebbe il passaggio in carcere o davanti ai prefetti di chi fa uso di queste sostanze, promuovendone il consumo consapevole ed evitando che qualcuno sia piantonato mentre segue un percorso di disintossicazione.

All’Articolo 1 della nostra legge abbiamo inserito la totale depenalizzazione dell’uso e possesso personali – naturalmente non della vendita – di tutte le sostanze proibite. Avevamo anche creato un meccanismo, diciamo così, di ‘indulto automatico’ in base al quale il giorno dell’entrata in vigore della legge che legalizza la marijuana tutti coloro che erano in carcere per marijuana sarebbero stati rilasciati.

Il problema attuale è che il Governo non ha incluso nel suo ‘Contratto’ questo tema, e vede espressa, nel socio più ‘prepotente’, una forte contrarietà alla legalizzazione.

Gli sviluppi futuri in tema di legalizzazione sono difficili da individuare e potrebbero esserci sorprese (anche negative). Tuttavia, come anche il Presidente della Camera ha ricordato più volte, bisogna rispettare la Costituzione, che afferma che 50000 cittadini possono farsi legislatori, cosa che noi abbiamo fatto sia in materia di cannabis che di eutanasia. Il Paramento non ha mai preso in considerazione le nostre proposte, quindi occorre ripartire e dibattere.

Secondo Lei c’è una continuità tra le resistenze attuali all’iter legislativo in materia e quelle opposte, nel 2017?

La continuità potrebbe esserci nei risultati. Purtroppo c’è questo nuovo fenomeno per cui quando si ha – faccio finta che esistano ancora la Destra e la Sinistra – un nemico di destra, invece di contrastarlo da sinistra lo si contrasta scavalcandolo a destra. Oggi, in materia di gestione dei flussi migratori, si dice che tutto quello che fa Salvini è frutto delle decisioni di Minniti di ieri, invece di dire che si tratta di un’ulteriore violazione del diritto internazionale. Ecco, non vorrei che cadessimo in questa trappola: dover scavalcare a destra anche chi dovesse mai, se non altro, dimostrarsi interessato a modificare le leggi. Che, ripeto, vanno oltre la cannabis; vanno anche oltre la pena detentiva perché l’Italia, l’anno scorso – senza che nessuno se ne accorgesse -, ha incluso nei LEA(‘Livelli essenziali di assistenza’) la cosiddetta ‘riduzione del danno’ riferita all’uso di sostanze psicoattive. Ora la cannabis, fortunatamente, può provocare danno in maniera molto minore rispetto all’eroina, alla  cocaina o anche a sostanze chimiche come LSD o MDMA (Ecstasy) nonché a tutte le nuove piante ingegnerizzate tipo lo ‘skunk’ o altri tipi di cannabis super-potente – che esistono più sulle pagine dei giornali che nelle piazze italiane.

Occorrerà capire quanto, per esempio, l’attuale Ministra della Salute intenda dar seguito alle decisioni dello scorso Governo, che comunque non sono mai state osteggiate neanche dal M5S. Quindi si tratta di creare un meccanismo in cui si stabilisca che cos’è la riduzione del danno in Italia – posto che, comunque, l’OMS ce lo dice da 25 anni.

Speriamo anche che il Governo, che per ora non ha detto nulla, prenda decisioni abbastanza chiare rispetto alla legge Testo Unico(Articolo 1, comma 15 del D.P.R. n. 309/1990), che prevede la convocazione di una Conferenza nazionale sulle droghe che l’Italia non convoca dal 2009e dovrebbe, invece, tenersi ogni 3 anni; speriamo anche che si prepari alla sessione speciale delle Nazioni Unite, che si terrà a Vienna nel marzo del 2019: qui si farà il punto delle politiche di controllo delle droghe a livello globale. Ci sono diverse riunioni all’ONU, da qui alla primavera dell’anno prossimo, alle quali l’Italia dovrà recarsi e dire qualcosa.

Cosa dovrebbe dire in materia di droghe?

Che ha modificato molte leggi e che tutte funzionano. Ad esempio la cannabis light è un esempio di come, tolta una proibizione per un qualcosa che non è particolarmente tossico, si sia arrivati a un giro d’affari che probabilmente da qui alla fine dell’anno arriverà a 100 milioni di euro. Eppure esiste ancora un argomento contro la modifica di una legge che crea un settore di mercato così florido. L’unica ragione contraria potrebbe essere la pericolosità del prodotto, ma sapendo quello che si compra e promuovendo campagne volte al consumo consapevole, si potrebbe andare incontro a un’esigenza di mercato che, come dicevo, interessa almeno 4 milioni di persone. Quale settore ha oggi 4 milioni di potenziali clienti che non viene sfruttato? Credo non esista. Se oggi abbiamo, esagerando, 100.000 persone che consumano cannabis light, quando 4 milioni potessero consumare cannabis ‘light’ o ‘strong’, sicuramente sarebbero spazzati tutti gli argomenti contro la legalizzazione.

Fortunatamente, sul tema non c’è soltanto un dibattito, ma anche sentenze dei tribunali locali e decisioni del Presidente della Repubblica.

È noto come, lo scorso marzo, il Presidente Sergio Mattarella abbia graziato un cittadino di 63 anni residente a Trento, sieropositivo e affetto da altre malattie (come epatite cronica e diabete), che coltivava cannabis nella propria abitazione…

Su questo tipo di cannabis, sicuramente, c’è maggiore convergenza, ma occorre anche qui tradurre in fatti le intenzioni.  La decisione di Mattarella nei confronti di una persona che, non potendo avere accesso alla cannabis cosiddetta ‘terapeutica’ e non avendo alternativa, la coltivava per consumarla allo scopo di alleviare i dolori fisici, credo sia un messaggio molto forte. Da una parte concretizza la compassione (per persone malate a cui non si garantisce il fondamentale diritto alla salute in un Paese sviluppato come il nostro); il fatto, poi che il Presidente della Repubblica grazi qualcuno per motivi di droga è un segnale che non è stato colto nel merito. Non solo è raro che il Presidente grazi qualcuno, ma, nel caso di specie, la persona avrebbe potuto tranquillamente fare ricorso a queste terapie, anche se la patologia non è specificamente inserita nel catalogo delle patologie per cui si può prescrivere specificamente la cannabis terapeutica. Tuttavia la sostanza era introvabile né c’erano medici che gliela potessero prescrivere. L’Istituto Superiore di Sanità aveva annunciato che, nel 2018, avrebbe promosso una serie di corsi di formazione e informazione per operatori (medici e farmacisti): occorre capire – e lo dicono i medici – come si fa una ricetta di questi prodotti e formare il personale delle farmacie galeniche nella preparazione di prodotti ad hoc (come un olio o delle capsule).

Occorre, però, anche dare seguito alle decisioni – adottate con il consenso se non addirittura su stimolo del M5S – tradotte nella Legge finanziaria dell’anno scorso, quando si è messo da parte 1 milione e 600 mila euro per ampliare la produzione di infiorescenze con cannabidiolo (CBD: l’altro principio attivo della cannabis) presso lo Stabilimento farmaceutico militare di Firenze. Per vie traverse, abbiamo scoperto che buona parte del raccolto è andato danneggiato: dei potenziali 300 kg ne sono usciti, questa primavera, circa 20. Siamo, perciò, ben al di sotto del 10%. Allo stesso tempo, erano stati messi da parte 700 mila euro per acquistare prodotti dall’estero (principalmente, Paesi Bassi per il famoso Bedrocan e Bediol, Regno Unito per lo spray Sativex) perché il fabbisogno nazionale è superiore alla produzione nazionale. Malgrado tutto non si riesce a soddisfare la domanda legale. Siamo bombardati di richieste di persone che non sanno come fare per trovare questi prodotti. Ora, è vero che la legge prevede un primo punto di valutazione si faccia al novembre 2018 ; ma anche al Ministero risulta che non ci sia prodotto in giro.

Perché, allora, non insistere con la liberalizzazione della produzione in Italia?

Sappiamo che un mercato libero, non ideologicamente, ma fattualmente, va incontro alle esigenze del cliente. Sia perché il prezzo si abbassa, sia perché la qualità può anche migliorare. La pianta deve essere coltivata indoor. Ci sono imprese canadesi, israeliane, ma anche tedesche o olandesi che hanno anni di esperienza e che potrebbero tranquillamente, in pochi mesi, creare posti di lavoro e distribuirli anche nelle parti meno fortunate del Paese per produrre una pianta che costa come il tartufo di Alba. Come ha stabilito il Governo, essa deve costare 10 euro – iva inclusa – al grammo, anche per fare ‘concorrenza’ a quella che si trova per la strada, che costa più o meno la stessa cifra. Perché, allora, invece di prevedere 500 kg non si passa al quintale o addirittura alla tonnellata ‘made in Italy’? È una quantità che, tra l’altro, l’Italia potrebbe esportare.

Intanto, non passa quasi giorno che Paesi UE, come la Germania o anche la Polonia, non legalizzino… Però non producono, e tutti vanno a comprare in Olanda. Riteniamo allora che il segnale del Presidente della Repubblica debba essere ricordato e soprattutto si preveda un ‘business plan’ per il Governo: sappiamo che ci sono molte imprese, italiane e non, che sarebbero pronte a entrare nel mercato con grande beneficio dei malati. Perché non farlo?

L’OMS e la legalizzazione della cannabis, tra scienza e salute La posizione dell’Italia sulle questioni più urgenti in materia e il rispetto di valori costituzionali internazionalmente tutelati. Intervista a Marco Perduca, ex-Senatore Radicale e portavoce dell’Associazione Luca Coscioni">