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La cannabis può essere un’opzione di trattamento sicura ed efficace per la schizofrenia Un nuovo studio condotto dai ricercatori della New Mexico University collega la cannabis alla cura della schizofrenia

«La cannabis può essere usata come trattamento per la schizofrenia»; lo si legge nel nuovo studio pubblicato ad inizio Agosto dal National Library of Medicine National Institutes of Health statunitense e condotto presso l’Università del New Mexico intitolato ‘The Role of Cannabis within an Emerging Perspective on Schizophrenia’. «Circa il 0,5% della popolazione viene diagnosticata con una qualche forma di schizofrenia, con l’opinione prevalente che la malattia è meglio trattata con farmaci che agiscono sui recettori monoaminici».

Insomma, proprio la cannabis, spesso incolpata per essere la causa di psicosi, pare sia, al contrario, un utile metodo di risoluzione. Il gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psicologia e di Economia ha recentemente condotto una revisione dei precedenti dati raccolti sullo sviluppo della schizofrenia facendo dei riferimenti incrociati. Sono stati presi in considerazione i vecchi dati unitamente agli studi sulla marijuana medica e sulle potenzialità di utilizzo per regolare il funzionamento immunologico. 

La schizofrenia è tra le malattie mentali più conosciute e più gravi, costose e complesse da risolvere; colpisce circa lo 0,5% della popolazione statunitense, mentre in Italia colpisce lo 0,5-1% della popolazione, per un totale che varia dalle 250 alle 500 mila persone. Le teorie storiche sull’eziologia della schizofrenia sono cambiate nel tempo e con esse anche i tipi di intervento tradizionalmente usati per trattare le persone con questi sintomi, alcuni con successo, altri meno. Attualmente, i modelli di vulnerabilità genetica ed epigenetica rimangono il dogma prevalente, in base al quale si ritiene che i sintomi schizofrenici si manifestino da un genotipo sottostante aberrante o sensibile, indipendentemente o in coincidenza con l’esposizione ad un fattore di rischio ambientale (biologico o sociale) ad un certo punto nello sviluppo iniziale.

La prospettiva che si concentra sul genotipo è stata per lo più associata all’ipotesi che le posizioni primarie dei disturbi della salute siano perturbazioni patofisiologiche nella neurotrasmissione o nella regolazione delle sostanze chimiche del cervello. Ne deriva che i più usati sono sempre stati i farmaci antipsicotici, progettati intorno a un’ipotesi di neurotrasmettitore che associa il disordine a una disfunzione, contribuendo a sintomi positivi, negativi e cognitivi della malattia.

Un altro problema con i trattamenti antipsicotici è che sono progettati per agire su determinati siti per cercare di trattare l’ampiezza dei sintomi mentali, comportamentali, morfologici e somatici associati alla diagnosi. I criteri dell’Associazione Psichiatrica Americana riconosciuti per una diagnosi corretta includono solo sintomi mentali e comportamentali: «delusioni, allucinazioni, linguaggio disorganizzato, comportamento grossolanamente disorganizzato o catatonico e la presenza di sintomi negativi, che possono includere anedonia, asocialità, apatia e alogia». Inoltre, i segni del disturbo devono persistere per un periodo continuo di almeno sei mesi escludendo il disturbo schizoaffettivo, bipolare o depressivo con caratteristiche psicotiche.

Dopo aver preso in considerazioni le predette caratteristiche della malattia, i ricercatori arrivano alla cannabis. «Alla luce della miriade di caratteristiche psicofisiologiche che possono accompagnare una diagnosi di schizofrenia, forse un’enfasi maggiore dovrebbe essere rivolta agli interventi che operano a livello sistemico», si legge nello studio. «L’opzione di trattamento che sembra avere un potenziale per regolare il funzionamento psicofisiologico di base è la pianta di cannabis». 

Solo di recente, però, nella comunità medica ha cominciato ad addentrarsi l’idea che tali proporzioni elevate del consumo di cannabis tra le persone con schizofrenia possano riflettere l’auto-terapia piuttosto che l’uso ricreativo della pianta. 

Secondo la teoria della carenza di endocannabinoidi, molti disturbi mentali e fisici derivano proprio da una disregolazione del sistema endocannabinoide innato del corpo (ECS), spesso descritto come una rete di segnali chimici che promuovono sostanzialmente la malattia di cui stiamo parlando. «L’ECS è costituito da ligandi naturali e recettori (CB1 e CB2) che sembrano svolgere un ruolo importante nella regolazione efficiente di sistemi che includono il sonno, l’alimentazione (ad es. Permeabilità intestinale e adipogenesi), libido e fertilità, percezione del dolore, motivazione, felicità, ansia, apprendimento e memoria, funzionamento sociale e patofisiologia del cancro».

In particolare, è stato osservato che una cura a base di cannabidiolo (CBD) agisce da immunosoppressore, ovvero, rallenta la progressione dell’infiammazione negli studi sugli animali e sull’uomo. L’infiammazione e lo stress ossidativo sono processi strettamente interconnessi che si rafforzano a vicenda. La somministrazione di cannabis nei topi ha dimostrato di modulare la generazione ossidativa, una scoperta che ha portato a suggerire che i recettori CB2 sono potenziali siti target per il morbo di Alzheimer. 

In un recente studio controllato tra schizofrenici, il trattamento con CBD ha mostrato di influenzare i sintomi psicotici positivi oltre l’effetto del trattamento antipsicotico di un paziente. Inoltre, lo studio ha indicato un profilo di tollerabilità favorevole nel gruppo CBD. Ciò è molto significativo dati i molti effetti collaterali gravi degli antipsicotici, effetti noti da molto tempo a contribuire a una salute e ad un benessere più bassi e ad una ridotta aderenza dei pazienti.

Le conclusioni sono univoche: la cannabis ha il potenziale per essere un trattamento efficace per i sintomi della schizofrenia. «Una revisione della letteratura mostra che il consumo di fitocannabinoidi può essere un’opzione di trattamento sicura ed efficace per la schizofrenia come terapia primaria o aggiuntiva», hanno scritto gli autori dello studio.

Lo studio rileva, però, altro: alti livelli di THC possono effettivamente peggiorare i sintomi della schizofrenia. E’ il CBD, infatti, ad essere la chiave del successo se si parla di simili distrurbi. «In un recente studio controllato con placebo tra schizofrenici, il trattamento con CBD ha mostrato di influenzare i sintomi psicotici positivi oltre l’effetto del trattamento antipsicotico di un paziente», si legge nello studio. In alcuni casi, quindi, questa sostanza ha dimostrato di essere più efficace degli antipsicotici convenzionali.

Ci sono diversi studi che indicano che il CBD potrebbe bloccare i sintomi temporanei di psicosi esacerbati dal THC. In uno studio, la somministrazione acuta di THC e i suoi effetti erano correlati a sintomi psicotici e ansiosi, ma il CBD ha avuto un effetto opposto sull’attivazione neurale in queste regioni, aggiungendo prove a supporto dell’ipotesi che la somministrazione combinata di CBD e THC ha effetti positivi. «In un altro studio su 88 pazienti con diagnosi di schizofrenia, i pazienti sono stati randomizzati a ricevere CBD o placebo insieme ai farmaci antipsicotici esistenti. Dopo sei settimane di trattamento, rispetto al gruppo placebo, il gruppo CBD presentava livelli più bassi di sintomi psicotici positivi e maggiori miglioramenti nelle prestazioni cognitive».

Per lo studio sulla schizofrenia, i ricercatori hanno esaminato «l’impatto delle forze ambientali, in particolare, l’effetto dell’attività autoimmune negli schizofrenici nei profili di espressione e il ruolo della terapia con cannabis per regolare la funzione immunitaria». La ricerca emergente suggerisce che la cannabis può essere usata come trattamento per la schizofrenia «da un punto di vista eziologico più ampia che si concentra sulle cause ambientali, autoimmuni e di disordine neuroinfiammatorio, offrendo un nuovo inizio e una nuova speranza per chi soffre di questa malattia debilitante e poco conosciuta».

In conclusione, rivisitando gli studi passati, appare piuttosto chiaro che il consumo di fitocannabinoidi può essere un’opzione di trattamento sicura ed efficace per la schizofrenia come terapia primaria o complementare. 

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