Politica Esteri

La canapa nella legislazione del Sudafrica La disciplina della cannabis nella Repubblica Sudafricana

Posizione Paese

Malgrado l’alto potenziale, le aree coltivate a canapa in Sudafricasono, allo stato attuale, troppo ridotte per collocare il Paese in una graduatoria. Peraltro, i fattori di convergenza per sviluppo di un mercato nazionale della canapa industriale e dei prodotti farmaceutici a base di cannabis sono una realtà tangibile nella presente congiuntura politica.

Sistema industriale e commercio

 In Sudafrica, protagonista di una drammatica vicenda storico-politica che l’ha portata ad approvare la prima Costituzione 22 anni fa, esistono molte varietà ‘pure’ di canapa, che cresce facilmente anche in suoli poveri. Complici una legislazione repressiva in materia di cannabis e la mancanza di expertise sufficienti le iniziative favorevoli– soprattutto nella Provincia del Caposia a una produzione nazionale di semi e canapa da fibra (con varie destinazioniindustriali), sia di oliie fitofarmaci a base di cannabis sono tuttora inibite. 

Tessuto sociale:

Nei secoli passati la cannabis era una coltura diffusa e redditizia nelle aree rurali dell’Africa meridionale. Impiegata sia come sostanza psicoattiva che come medicina (contro infezioni parassitarie, avvelenamenti, malaria) dalle tradizioni Fingo e Xhosa, il suo consumo ha rivestito un valore culturale e rituale. Il legame con il Sudafrica non può però prescindere dalla sua storia politica e dagli elementi che hanno fondato una plurisecolare divisione sociale fondata sulla ‘razza’: in particolare, la rappresentazione – ripresa dai giudici nel ‘Caso Nkosi’ del 1972 –  della ‘dagga’ come vettore di criminalità e ‘great social evil’ (‘grande piaga sociale’), dipendente da valutazioni moralistiche e apertamente razziste del potere nazionalista boero nei confronti del contesto sociale di utilizzo e dei suoi soggetti (contadini senza terre, lavoratori stagionali sostenuti dalle proprie rimesse). Nel Secolo scorso, la criminalizzazione della pianta, ben prima che la ‘guerra alle droghe’ fosse trainata dagli Stati Uniti, trovava in Sudafrica i suoi presupposti ideologici.

La ‘guerra alle droghe’, obiettivo al centro di una nuova intesacon la Russia, ha giustificato nei decenni passati interi raccolti distrutti chimicamente (ad esempio, nell’area intorno a Durban) con l’ausilio di elicotteri della polizia. Il proibizionismo non sembra, però, avere messo in crisi il mercato illegale e diverse indaginistimavano, nel 1990, un giro di affari pari 4,5 miliardi di dollari.

Nel caso deciso l’anno scorso dalla Corte Suprema di Cape Town(si veda il successivo paragrafo sull’ordinamento) si è portato all’attenzione un Reportdel 2016 redatto da Mark Shaw, Docente all’Università di Città del Capo, che ha mostrato come una politica repressiva non comporti necessariamente una riduzione dei tassi di consumo della cannabis. Più in generale, un bilanciamento tra danno e sanzione attraverso meccanismi alternativi alla detenzione potrebbe portare a ridurre il consumo di droga, in linea con un filone di ricerche concorde sulla validità di una politica di depenalizzazione.

Normativa di riferimento

Diritto internazionale

Convenzione Unica sugli stupefacenti– 1961 (ratificata il 16 novembre 1971)

Convenzione ONU sulle sostanze psicotrope– 1971 (ratificata il 27 gennaio 1972)

Convenzione ONU contro il traffico illecito di stupefacenti e di sostanze psicotrope– 1988 (ratificata il 14 dicembre 1998)

Stati della Regione sudafricana (SADC): Protocollo sulla lotta alle sostanze illecite– 1996

 Diritto statale

Costituzione della Repubblica– 1996

Medicine Act– 1965

Drugs and Drug Trafficking Act– 1992 (Legge n. 140 in materia di consumo e traffico di stupefacenti)

Legge del 1908 O 1928 ?? che proibisce la cannabis

  • Sentenzadella Corte Suprema – 2017 (Western Cape Division, Cape Town)

L’ordinamento sudafricano

 Secondo la legge vigente della Repubblica Sudafricana, la cannabis rientra nella stessa categoria della cocaina e dell’eroina: sia la vendita che il consumo sono vietati, anche se la legge sui farmaci (Medicine Act) contempla la possibilità, per i medici, di richiedere in circostanze eccezionali un’autorizzazione al Ministero per l’accesso e la prescrizione di medicinali non registrati (cannabis compresa) ai propri pazienti.

Il DDL del 2014 (Medical Innovation Bill) finalizzato ad autorizzare la coltivazione e il consumo a fine medico-terapeutico è stato scritto su iniziativa di Mario Oriani-Ambrosini, giurista romano e deputato dell’Inkatha Freedom Party (IFP), malato di cancro ai polmoni. Nel 2016 l’Autorità nazionale per il Controllo dei farmaci(MCC, alle dipendente dal Ministero della Sanità) ha segnalato la necessità di un nuovo quadro normativo per regolare la produzione controllata dietro licenza e adeguati standard qualitativi della cannabis medica. L’entrata in vigore del provvedimento era stata annunciata per quest’anno, ma alla fine è stato respinto. Esso avrebbe garantito l’accesso ai pazienti affetti da HIV, spasmi muscolari, dolori cronici e effetti secondari di natura oncologica, l’accesso senza restrizioni economiche a farmaci contenenti percentuali certificate di CBD e THC (olio di cannabis). Date le varietà pure esistenti in Sudafrica e l’influenza del clima, le autorizzazioni e i controlli della percentuale di THC dipendono direttamente dall’MCC. Il Consiglio ha definito nuove linee guida sulla produzione di cannabis per finalità mediche. L’approvazione di una disciplina ad hoc comporterebbe il passaggio di categoria della ‘dagga’ da sostanza ‘proibita’ a farmaco prescrivibile.

Per ciò che riguarda l’uso ricreativo, in Sudafrica, come negli altri Paesi africani, possedere e consumare marijuana integra un reato. Con lo stesso DDL, che avrebbe facilitato la produzione e il commercio di olio di cannabis e altri prodotti derivati, l’IFP proponeva la legalizzazione del consumo a valle di una importante pronuncia della giurisprudenza.

Con sentenza del 31 marzo 2017 la Corte Supremadi Città del Capo ha dichiarato incostituzionali alcune disposizioni della legge del 1992 sul consumo e il traffico di stupefacenti (Drugs and Drug Trafficking Act, Section 4(b) e 5(b) ) e della normativa sui farmaci (Section 22 A del Medicines Act n. 101/1965), là dove si fa divieto di coltivare possedere e consumare cannabis in privato. La legge del 1992, per iniziativa di uno dei ricorrenti, era già stata sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale nel 2002 sotto il profilo esclusivo di una compressione del diritto di libertà religiosa, con esito negativo.

Il combinato disposto delle norme citate stabilisce che «Nessuno dovrà fare uso, possedere» [4(b)] o «commerciare» [5(b)] «alcuna sostanza pericolosa o indesiderata idonea a provocare dipendenza, salvo che si tratti di paziente che abbia ottenuto o acquistato tale sostanza» in base a una prescrizione medica certificata o sia persona autorizzata dal Medicine Act (personale medico-sanitario, referenti di case farmaceutiche, «chiunque sia legalmente autorizzato al possesso delle relative sostanze»). Le attività di «acquisizione, uso, possesso, produzione, fornitura» (22A, Subsect. 9), «vendita e amministrazione al di fuori dell’ambito medico-sanitario» (22A, Subsect.10) di cannabis, inserita nella Tabella n. 7 dell’MCC, sono oggetto di divieto della legge sui farmaci.  Il casoche ha portato alla pronuncia della Corte di Cape Town riguarda il consumo individuale di piccole quantità di cannabis in uno spazio domestico chiuso». Avvertendo che «Questa Corte è pienamente consapevole delle criticità relative all’abuso di droga e della prevalenza del suo consumo tra minorenni e bambini in età scolare» – fattispecie esclusa dal caso specifico – , il Giudice Dennis Davis ha dichiarato incostituzionali gli articoli sopra citati in quanto mancano di proporzionalità rispetto al danno provocato dal consumo di cannabis e violano diritto fondamentale alla privacy(in questo caso, alla vita privata della persona che è parte del suo contenuto). Queste lacune costituiscono, secondo la Corte, un riflesso dell’«impronta razzista di un passato vergognoso» che ha assistito la politica di criminalizzazione della cannabis. Inoltre, la Convenzione ONU del 1988 contro il traffico illecito di droghe, oltre a ribadire la conformità ai relativi principi costituzionali di una normativa statale in materia, distingue per gravità il fatto di possedere e coltivare cannabis e altre sostanze per uso personale dal traffico di tali sostanze. In proposito il Drugs Act è già stato dichiarato incostituzionale da una decisione del 1996, laddove [Section 21 (1) (a) (i)] faceva scattare una presunzione di attività commerciale verso chiunque fosse trovato in possesso di una quantità superiore a 115 grammi di cannabis.

A sostegno di queste e altre considerazioni addotte nella motivazione, la Corte cita anche l’orientamento espresso dall’International Narcotic Control Board (INCB), organo indipendente e ‘quasi-giudiziale’delle Nazioni Unite, in base al quale nessuna delle Convenzioni internazionali in materia di stupefacenti obbliga gli Stati firmatari a classificare di per sé come ‘reato’ (‘criminal offence’) il consumo illecito di droga.

La Corte ha stabilito un periodo sospensivo di 24 mesi funzionale all’adozione, da parte del Parlamento, di un testo che modifichi la disciplina in linea la dichiarazione di incostituzionalità. L’attuale orientamento aperturista dei giudici, nonostante il ‘buco’ del DDL sul consumo medico-terapeutico, è un indice positivo in questo senso, anche se la possibilità di far valere una difesa in tutela della privacy non equivale a essere garantiti da una legge che autorizzi il consumo ricreativo della marijuana.

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