Politica Esteri

La canapa nella legge degli Stati Uniti d’America Le Leggi della canapa/1 - Evoluzione e portata, nell’ordinamento federale e nei singoli Stati, delle normative in materia di canapa industriale, cannabis e marijuana

Sistema industriale

Secondo i dati forniti dalla National Conference of State Legislatures, riportati in marzo dal ‘Marijuana Business Daily’, in 10 Stati di riferimento le licenze per produrre legalmente ‘industrial hemp’, la canapa (ossia cannabis con percentuale di THC inferiore allo 0.3%), sono passate da 609 nel 2016 a 1.211 nel 2017. Le licenze sono concesse in forza delle iniziative avviate in ciascuno Stato nei limiti disposti dalla Sezione 7606 del Farm Bill del 2014, ulteriormente precisati dalle linee-guida pubblicate dall’Amministrazione nel 2016 : ‘progetti pilota’ promossi dal Dipartimento dell’Agricoltura di uno Stato o da istituti di ricerca, autorizzazioni, certificazioni e controlli su aree e prodotti. I produttori di canapa, suddivisi per settore (alimenti e cura della persona, tessile, materiali edili, cannabinoidi) sono rappresentati dalla Hemp Industries Association, che ha sedi distaccate negli Stati. Società come American Hemp assicurano la catena di approvvigionamento ai diversi livelli (locale, regionale e globale). Tra le maggiori compagnie, in base alle liste stilate dalla stessa American Hemp e dalla piattaforma New Cannabis Ventures, citiamo: Terra Tech (Irvine, California – cannabis a uso medico e ricreativo; agricoltura idroponica) Green Field Paper Company (San Diego, California – carta), Nutiva (Richmond, California – olio, semi e altri integratori), Dr. Bronner’s Magic Soaps (Vista, California – sapone e altri detergenti), Terra Tech (Irvine, California – infiorescenze ed estratti, agricoltura idroponica) CV Sciences (Las Vegas, Nevada – integratori a base di CBD), Golden Leaf Holdings Ltd (Portland, Oregon – cannabis ‘light’).

La certificazione dei semi avviene in base al criterio che definisce la pianta: il contenuto di THC deve stare sotto lo 0.3%, limite definito, nel 1976, dall’International Association for Plant Taxonomy (IAPT) come lo scrimine tra canapa e marijuana, e attualmente oggetto della disputa europea sullo 0,2%, imposto da un regolamento UE del 1999.

Le compagnie che operano nel settore dell’industria medica, mercato importante e ‘ristretto’ per gli standard richiesti, sono quotate in borsa, vincolate a precisi processi produttivi indoor e alle leggi dei Paesi in cui il farmaco è distribuito. Esse partecipano a bandi di fornitura internazionali. Anche qui, il peso del Canada si fa sentire – pensiamo a ‘colossi’ come Tilray, partner di Novartis da marzo 2018, o ad Aurora Cannabis, di recente abilitata a fornire anche i mercati italiano e tedesco. Negli USA, il team di MariMed, società nata nel 2011 e con sede a Newton (Maryland), ha sviluppato un Centro di produzione, expertise e distribuzione in Delaware (‘First State Compassion Centre’). AbbVie Biotherapeutics, che ha sede a Chicago, sviluppa e commercia prodotti destinati al trattamento di malattie come la sclerosi multipla, diversi tipi di tumore e malattie del sistema immunitario. Con il supporto della canadese Patheon, AbbVie fornisce Dronabinol (THC sintetico), più noto con il nome commerciale di ‘Marinol’, impiegato per curare anche l’AIDS.

 

Sistema commerciale

Canapa:  Nonostante la nuova politica agricola inaugurata dal Farm Bill, l’importazione di semi e prodotti derivati, soprattutto dal vicino Canada, è ancora forte. Senza contare l’espansione del mercato canadese verso Sud (ad esempio, la Future Farm Technologies di Vancouver, ha recentemente acquistato terreni nel Maine per piantare canapa da cui estrarre CBD). Questo mercato non conosce le restrizioni al commercio della cannabis (medica e ricreativa), ma dipenderà dall’evoluzione della legislazione agraria in materia, dalla rimozione del divieto federale sulla canapa e dalle logiche globali di domanda ed offerta. Per citare un caso positivo, la società Bastcore di Omaha (Nebraska) impiega canapa statunitense per biomasse e capi di abbigliamento a impatto ecologico sostenibile.

Cannabis medica:  Per questo settore si fa rinvio a quanto detto alla voce precedente (‘Sistema industriale’), considerando che il Food and Drug Administration (FDA), ente federale dipendente dal Dipartimento della Salute che sovraintende alla disciplina in materia di alimenti e prodotti farmaceutici, non ha mai approvato la commercializzazione di medicinali derivati dalla cannabis, con l’eccezione di tre prodotti di sintesi: Marinol (1985, 1992 per pazienti anoressici affetti da AIDS), Cesamet (1985) e Syndros (2016).

Marijuana:  La costellazione di società farmaceutiche, holding, e startup dell’erba ricreativa deve attenersi, per la propria attività commerciale alle legislazioni di ciascuno Stato, che disciplinano specificamente le modalità di emissione delle licenze, le condizioni di vendita dei prodotti e la loro composizione chimica, secondo i limiti quantitativi di possesso e consumo ‘ricreativo’ autorizzato.
Nell’esempio californiano (ultimo caso di legalizzazione compiuta, cui seguirà il Vermont), le licenze per la vendita di cannabis ricreativa nei drugstore – liberamente tassata dalla California secondo il tipo di prodotto – sono emesse dal Bureau of Cannabis Control, che concede autorizzazioni di una durata compresa tra 4 mesi e un anno, mentre altre 2 agenzie dello Stato si occupano di rilasciare licenze di coltivazione e trattamento della pianta. La vendita, il trasporto (con ogni mezzo) o la spedizione fuori dai confini dello Stato che ne abbia legalizzato il consumo costituisce un illecito federale.  

 

Tessuto sociale

La canapa è sempre stata utilizzata dalla Marina, nella cantieristica e nei diversi contesti serviti dall’industria (in primis, tessile e abbigliamento), finché la concorrenza di altri prodotti derivati dal petrolio (nylon, teflon, nuove fibre sintetiche) e gli interessi connessi alla loro produzione non l’hanno sostituita e legalmente interdetta. Le variabili di ordine ideologico che stanno dietro alle politiche proibizioniste avanzate dalla FBN (l’Agenzia Narcotici federale) hanno associato la cannabis a determinati gruppi – messicani, afroamericani – o condizioni sociali ritenuti indici di anomia e delinquenza. Negli anni ‘50 la cannabis era ritenuta un ‘ponte di accesso’ all’eroina. La situazione cambiata dalla fine degli anni ’60, con una diffusione del consumo nella società americana legata a una percezione culturale socializzante ricreativa. Tuttavia, la sua connotazione in senso anti-sistema si è ridotta solo con la legalizzazione dell’uso medico (quindi, a partire dalla fine degli anni ’90), che ha permesso una maggiore e più diffusa conoscenza delle proprietà terapeutiche alternative all’uso – e abuso – di medicinali. Questo passaggio, nella contestuale diminuzione dello stigma sociale legato a chi fa uso di cannabis, ha aperto la strada alle prime esperienze di legalizzazione statale (Colorado e Washington) dell’uso ricreativo, con effetto positivo e ‘trainante’ in diversi altri Stati e il favore di oltre metà dell’opinione pubblica statunitense. Infine, non bisogna dimenticare le influenze provenienti dai Paesi latinoamericani (come Bolivia e Argentina) e dal vicino meridionale degli USA: nel 2015, la Corte Suprema di Città del Messico ha dichiarato che coltivare, possedere e consumare cannabis a scopo ricreativo sono attività costituzionalmente legittime.

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