Economia Esteri

Il mondo della canapa negli Stati Uniti: eppur si muove? Il mercato della canapa negli Stati Uniti tra opportunità e problematiche. Ne abbiamo parlato con Erica Mc Bride della National Hemp Association

L’industria della canapa negli Stati Uniti non sembra decollare come spera chi è nel settore. Eppure, stiamo parlando di un mercato dalle potenzialità enormi, strettamente legate alle qualità di questa pianta ed ai suoi possibili usi. “Ci sono letteralmente migliaia di prodotti che possono essere ricavati dalla canapa”, ci dice Erica Mc Bride della National Hemp Association. Una pianta dalle mille risorse, così la definiscono gli esperti.

Ma come si coltiva e si trasforma la canapa?L’elaborazione di questa pianta è molto diversa, a seconda di quale varietà di pianta viene coltivata e per quale scopo. Parliamo principalmente di base, fibre, semi ed olio di CBD. Queste materie prime sono ciò che viene utilizzato in numerosi e diversi processi di produzione”. 

Andiamo a vedere meglio le diverse specie. “La canapa per fibre e semi viene coltivata all’aperto, in genere, utilizzando una seminatrice standard. Per i semi, poi, si fanno raccolte con una mietitrebbia standard; la lavorazione può essere semplice -come la sterilizzazione-, oppure, i semi possono essere decorticati, lasciandone solo il cuore per il consumo. Il seme, a sua volta, può essere pressato in olio, il quale può essere utilizzato per scopi culinari o anche per produrre cosmetici. Ciò che poi rimane della canapa, può essere trasformato in farina o in polvere proteica”, continua.

Per le fibre, discorso diverso. “In questo caso si utilizzano attrezzature specifiche per la raccolta e per poter tagliare bene i gambi mentre si continuano a raccogliere i semi. Le diverse fibre sono imballate e portate in una struttura, dove, attraverso un processo di decorticazione, si separa la fibra di rafia esterna dallo ‘hurd’ – il nucleo interno legnoso del gambo-. Le varietà di olio CBD, poi, possono essere coltivate all’interno o in serra”.

Ed il mercato così variegato, negli Stati Uniti, si compone così: il 24 percento (163 milioni di dollari) per i prodotti destinati alla cura personale; il 19 percento (130 milioni) per i prodotti a base di cannabidiolo (CBD); il 19 percento ($ 129,3 milioni) per gli alimenti; il 18 percento ($ 125,5 milioni)  per le applicazioni industriali; il 14 percento ($ 99,5 milioni) per i tessuti; il 4 percento ($ 26 milioni) per vari supplementi, ed il restante 2 percento ($ 14,4 milioni) per altri prodotti come la carta ed i materiali da costruzione. “Persino i ristoranti usano olio di semi e semi di canapa in vari modi; inoltre, sono in corso dei test per l’utilizzo della canapa come ‘microgreen’”, spiega Erica Mc Bride.

Secondo un rapporto pubblicato lo scorso anno dal centro di ricerca del Congresso, i prodotti derivanti dalla canapa ed utilizzati a livello internazionale sono più di 25.000. Secondo l’organizzazione ‘Vote Hemp’, invece, il valore totale al dettaglio di tutti i prodotti di canapa venduti negli Stati Uniti lo scorso anno è stato di almeno 688 milioni di dollari. “Credo che in futuro, il mercato aumenterà drasticamente”, dice la Mc Bride.

Da tutto ciò, ne dovremmo dedurre, quindi, che la canapa sembra essere una risorsa sottoutilizzata dall’America. Perché?

Il problema sembra essere legato a due fattori collegati tra loro: la legge e la percezione che si ha della pianta. Ma andiamo con ordine.

La legge federale sulle sostanze controllate, infatti, ha accostato la canapa alla marijuana. Una sostanza pericolosa, insomma e, quindi, illegale. Certo, qualcosa si è mosso dall’approvazione del Farm Bill del 2014 che ha segnato un’apertura. Da lì, alcuni stati hanno iniziato a produrre canapa, con un contenuto minimo di THC, inferiore allo 0,3%. “Sono 38 gli stati che hanno approvato la legislazione sulla canapa e 19 stati, in tutto il Paese, ad averla piantata lo scorso anno”, ci dice Erica Mc Bride. Più di 9.600 ettari di canapa sono stati piantati in 15 stati l’anno scorso e più di 800 licenze di canapa statali rilasciati a livello nazionale. Certamente, un passo in avanti di cui i produttori vanno orgogliosi.

Certo, molto deve essere ancora fatto, ma quel qualcosa forse sta accadendo. “C’è attualmente una legislazione sia nel Senato che nella Camera degli Stati Uniti che legalizzerà la produzione e la commercializzazione della canapa”, ci dice Erica, riferendosi all’Hemp Farming Act 2018. “Fino a quando la legge non passerà, però, tutto il processo legale di produzione della canapa verrà gestito da programmi pilota statali conformi alla Sezione 7606 del Federal Farm Bill del 2014”.

In altre parole, se la legge non verrà definitivamente approvata, tutto resterà invariato. “Ora, la canapa è coltivata legalmente solo con programmi pilota statali autorizzati per la ricerca, -anche la ricerca di mercato-“, continua la Mc Bride. “I prodotti finali realizzati con fibre o semi sono perfettamente legali ed esenti dalla legge sulle sostanze controllate. I prodotti di CBD, invece, sono in un’area legale molto grigia e dipendono principalmente da ciò che ogni singolo Stato consente”.

Ma se il mercato è così ampio e la produzione è ancora ‘legata’, come si riesce a soddisfare la domanda? Ecco come: gran parte della canapa viene importata. Questo si traduce in una perdita in termini economici per il Paese e non solo. E tutto questo è legato anche alla percezione, alla imperfetta conoscenza dell’argomento ‘canapa’.

Anche gli scienziati americani sono quasi estranei all’argomento. Cosa anche comprensibile, visti i decenni di proibizioni federali e di mancanze di finanziamenti per la ricerca. «Nessuno dei miei colleghi di botanica negli Stati Uniti ha idea di cosa sia questa pianta perché non siamo stati in grado di toccarla», ha affermato John McKay, professore di scienze delle piante presso la Colorado State University.

Ma da quel famoso 2014, è iniziato a muoversi qualcosa ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti: le coltivazioni di canapa a disposizione degli scienziati sono molte di più degli anni precedenti -da 4.000 acri nel 2015 a oltre 9.600 piantati l’anno dopo-, e la scienza ha iniziato a rendere note le proprietà di questa pianta dalla reputazione distrutta. Il seme di canapa, infatti, può essere usato come quello del grano e contiene tutti e 20 gli amminoacidi. Ha il 30% di proteine ​​e il 30% di grassi, il che, la distingue da grano, mais e simili che, solitamente, sono ricchi di grassi o ricchi di proteine, ma non di entrambi.

Ed i numeri crescono sempre di più ed aumentano anche le esportazioni. “Alcune esportazioni si verificano e c’è molto interesse ma non si tratterà di qualcosa su larga scala finché non cambierà la legislazione”. “L’anno scorso negli Stati Uniti c’erano 25.000 acri coltivati, quel numero quest’anno dovrebbe crescere ancora ma non si hanno ancora cifre disponibili”, ci dice Erica Mc Bride

“I consumatori tendono ad essere molto entusiasti per gli acquisti di prodotti derivati dalla canapa e c’è una domanda molto alta di prodotti CBD. Certo, c’è ancora molto da fare per informare la gente sull’enorme valore nutrizionale e su tutti i modi in cui la fibra di canapa può rendere i prodotti esistenti migliori, più forti e più sostenibili”.

Insomma, «gli Stati Uniti rimangono il più grande mercato al consumo di prodotti a base di canapa in tutto il mondo», lo ha dichiarato il presidente di Vote Hemp, Eric Steenstra

E ai produttori non resta che sperare in quel un cambiamento significativo. Altrimenti, gli agricoltori e le imprese americane non potranno ancora approfittare in toto delle solide opportunità economiche offerte dalla canapa. E il rischio è che questo rimanga nient’altro che un settore di nicchia.

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