Politica Esteri

Etiopia: voglia di cannabis legale, il Governo dice no La decisione del Ministero della Sanità danneggerebbe l'economia del Paese a favore dei cartelli criminali nazionali, regionali e internazionali che in Etiopia si sono ampiamente inseriti anche nel boom edile urbano

I venti di riforma del Primo Ministro Abiyi Ahmed hanno interessato anche l’argomento tabù della coltivazione legale della cannabis. Varie regioni dell’Etiopia sono particolarmente favorevoli per la coltivazione della canapa per il loro clima e altitudine.

Queste condizioni ambientali rendono la cannabis etiope tra le migliori coltivate in Africa, assieme alle qualità coltivate in Marocco, all’est della Repubblica Democratica del Congo, Leshoto, Zimbabwe e Sudafrica. Con un gusto secco che invade i polmoni, la cannabis etiope è considerata tra le più potenti in Africa ed  è fortemente consigliato un uso moderato e non regolare.

E’ proprio il Leshoto a inspirare i fautori etiopi della legalizzazione della coltivazione della cannabis, secoli fa destinata solo per cerimonie rituali religiose, ora di largo consumo sopratutto tra i giovani etiopi, rifugiati eritrei, yemeniti e sud sudanesi.

Attualmente un pacchetto di 200 gr di erba viene venduto al mercato nero a 100 birr, equivalenti a circa 3 euro. Un prezzo stracciato se comparato ai prezzi dei mercati illegali europei, ma molto costoso se comparato alla media degli stipendi netti nazionali che si aggirano attorno ai 7000 birr, circa 220 euro.

Il consumo di massa viene promosso tramite la vendita al dettaglio. Un joint costa tra i 5 e i 10 birr (tra i 15 e i 30 centesimi di euro), divenendo finanziariamente raggiungibile e popolare tra gli studenti dei licei e campus universitari. Con 200 birr (6,25 euro) tra canne e birra alla spina, frutto di doverosa colletta, un piacevole sabato sera in compagnia di amici è assicurato. Divertimento migliore e sopratutto più economico di quello offerto dalle discoteche e pub alla moda concentrati tutti nel quartiete In di Addis Abeba, denominato Bole.

Locali riservati a stranieri o etiopi facoltosi che si possono permettere di spendere come minimo 100 euro a persona in una serata per un divertimento considerato di classe, ma praticamente vuoto di reali contenuti ludici e sociali, dove si celebra con forzato fasto l’idea della Grande Etiopia e il successo dei nuovi ricchi.

Un Paese economicamente florido e quindi il migliore in Africa che esiste solo nella propaganda del regime e nelle menti di chi è stato vittima di plagio e inganno. La realtà si presenta estremamente diversa con cruda e oscena drammaticità per chi vuole capire il Paese, liberandosi dall’asfissiante e ingannevole propaganda di regime

Il joint, assieme all’alcool, viene spesso utilizzato dalle ragazze etiopi che vivono nelle aree urbane per liberarsi dai pesanti e arcaici condizionamenti dell’onnipresente religione ortodossa (sempre al fianco dei vari regimi dal Negus in poi), che tendono a colpevolizzare moralmente e socialmente qualsiasi atto sessuale non indirizzato alla procreazione e non consumato all’interno del matrimonio.

Come altre religioni monoteistiche, anche in quella ortodossa il piacere è peccato. Seppur la Chiesa ortodossa condizioni pesantemente la vita quotidiana dell’etiope, la sua natura africana tende a ribellarsi. Il trasgredire alla tradizione e ricercare il piacere, sono, tra i giovani, mezzi per esprimere la loro ribellione al sistema.

Alle ragazze occorre per trovare cause esterne credibili per giustificare la trasgressione, in quanto in Etiopia non vi è modo al momento di superare questi tabu religiosi e sociali. Quindi ecco che canne e alcool diventano le cause esterne più credibili per la momentanea debolezza.

Le ragazze urbane esprimono la loro normale sessualità sotto effetto di stimolanti che diventano una sorte di scusa morale, siano essi vino, arachi (liquore locale) o marjuana. Ingredienti immancabili che vengono generosamente offerti dai ragazzi per poter vivere assieme alle proprie compagne una normale sessualità al riparo degli oppressivi obblighi religiosi.

Leshoto e parzialmente Zimbabwe e Sudafrica hanno iniziato la coltivazione legale della cannabis, indirizzata verso il mercato interno anche se non ancora legalizzato, ma sopratutto verso i floridi mercati degli Stati Uniti e Canada dove il processo di legalizzazione dell’uso farmaceutico e ricreativo è in fase avanzata.

Nel solo Canada il giro d’affari della marjuana libera si aggira sui 10 milioni di dollari annui, contribuendo sensibilmente alla creazione di nuovi posti di lavoro. Anche in Europa la discussione sulla liberalizzazione della cannabis è molto avanzata. Nei prossimi anni si prevede che molti Paesi membri della UE decidano di legalizzarla.

Nel futuro mercato mondiale della cannabis l’Africa giocherà un ruolo di primo piano come continente produttore ed esportatore della preziosa piantina. A parte assicurare un maggior controllo sulla qualità e togliere i proventi ai cartelli criminali, che attualmente gestiscono il business, la liberalizzazione ha dei positivi impatti sull’economia dei Paesi produttori e sui contadini, come già si nota in Leshoto, Zimbabwe e Sudafrica.

In Etiopia, vari imprenditori e investitori  locali hanno avanzato al Governo, tramite la EIC (Ethiopia Investment Commission),  la richiesta di legalizzare la coltivazione della canapa per esportarla nei mercati canadese, americano ed europeo. La decisione è stata affidata al Ministero della Sanità. Ed è proprio questo  ente statale che lo scorso marzo ha pubblicamente chiarito il suo netto rifiuto alla libera coltivazione ed esportazione sui mercati occidentali.

«Questa posizione è del tutto inadeguata e miope», commenta un imprenditore sul quotidiano a diffusione nazionale in lingua inglese ‘The Reporter’. «La decisione è basata su vecchi pregiudizi e inadeguati principi morali religiosi che non prendono in conto delle trasformazioni in atto nelle moderne società». «Ricordiamoci che la canapa divenne illegale prima negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo per ragioni economiche e non morali, religiose o di salute pubblica».

In effetti, fu negli anni Quaranta e Cinquanta che la lobby petrolifera indusse il Governo americano a proibire la coltivazione della canapa, che all’epoca era molto diffusa negli Stati Uniti, puntando su aggressive ma efficaci campagne di marketing rivolte all’opinione pubblica ancora perbenista e pia, che prendevano in considerazione solo l’uso delle sostanze attive che la rendono uno stimolante, raffigurando il fumatore di marjuana come un individuo dissoluto e privo di morale nemico numero uno della integrità della società americana.

I veri motivi erano ben altri. Le nascenti compagnie petrolifere americane erano consapevoli che la canapa rappresentava un serio ostacolo per i loro affari, così decisero di proibire la coltivazione e la commercializzazione. Infatti, dalla canapa non si ottiene solo l’erba e la resina da fumare. Ben altri prodotti più importanti si possono ottenere, dai tessuti ai prodotti alternativi alla plastica, arrivando agli biocarburanti naturali ed ecologici rispetto al petrolio e ai suoi derivati.

La decisione presa dal Ministero della Sanità etiope danneggerebbe l’economia del Paese a favore dei cartelli criminali nazionali regionali e internazionali che in Etiopia si sono ampiamente inseriti anche nel boom edile urbano, totalmente anarchico per ovvie convenienze legate alla necessità di riciclare denaro proveniente da attività criminali. Addis Abeba è stata trasformata in una orrenda colata di cemento, che ha distrutto l’architettura e l’ecosistema urbano precedenti.

In Etiopia ci sono vaste coltivazioni di cannabis illegali, ampiamente tollerate da Polizia e Governo grazie alla corruzione. Quindi esiste già un forte e collaudato network economico dalla coltivazione all’esportazione. Basta renderlo legale per eliminare i cartelli criminali che attualmente controllano questo lucroso settore agricolo con evidenti benefici per i contadini e la Nazione.

Se la decisione presa dal Ministero della Sanità è dettata da inappropriati credi religiosi, moralità bigotta e connivenze politiche, diventa in un certo senso ridicola. Lo stesso ente pubblico che vieta la coltivazione della canapa, invocando il dovere della difesa della salute pubblica, gestisce la sanità in modo deficitario.
Personale sanitario mal formato e mal pagato, carenza di moderne attrezzature infrastrutture e laboratori, sprechi nella gestione, corruzione endemica. Nemmeno nella capitale esistono ospedali o cliniche degne di questo nome, comprese quelle private.

La mala-gestione della sanità pubblica è tra le principali cause di decessi nel Paese, nonostante il Governo sbandieri un fantomatico quanto irreale aumento delle aspettative di vita tra la popolazione. Dinnanzi al rifiuto di liberalizzare la coltivazione e l’esportazione della cannabis, si nutre il sospetto che i cartelli criminali che hanno in mano il business riescano a fare un lavoro di lobby più efficace rispetto agli onesti imprenditori che propongono la liberalizzazione.

Per rafforzare la decisione presa dal Ministero della Sanità, in queste ultime settimane il Governo ha intensificato le misure repressive, arrestando il 60% dei piccoli spacciatori nelle aree urbane. Una repressione che ha però risparmiato i cartelli mafiosi che monopolizzano il mercato, nonostante siano ben noti a Polizia e Magistratura.

L’accanimento contro la cannabis dimostrato dal Ministero della Sanità è ancora più incomprensibile se paragonato alla libera coltivazione e commercializzazione del Chat, una pianta che se masticata a lungo produce effetti naturali uguali all’anfetamina.

Rispetto alla cannabis i danni psico fisici del Chat sono ben noti. Un uso costante e prolungato porta a gravi alterazioni psicologiche, aggressività, comportamenti asociali, denutrizione (il Chat blocca gli stimoli della fame) e nei maschi ad una rapida e irreversibile impotenza sessuale.

Mentre nella maggioranza dei Paesi africani il chat è considerato come una droga altamente pericolosa, e quindi coltivazione, commercializzazione e consumo sono proibiti, in Etiopia un saporito mazzetto di Chat (circa 100 gr) viene venduto in appositi negozi sorti come funghi a 25 birr (78 centesimi di euro).

Per il Ministero della Sanità il Chat non è una droga socialmente pericolosa, ma un prodotto agricolo biologico. Dal punto di vista sociale il chat sta rovinando centinaia di migliaia di giovani disoccupati, aumentando i loro istinti aggressivi e la criminalità. Questi effetti sociali sembrano essere ignorati dalle autorità. Il Chat coltivato in Etiopia viene esportato in Somalia, Kenya, Uganda, Sudan, Yemen, Stati della Penisola Araba, Gran Bretagna e Canada.

Nonostante la voluta assenza di dati ufficiali, molti esperti nazionali e regionali sostengono che l’esportazione del Chat da tre anni abbia largamente superato l’esportazione del caffè, divenendo la prima fonte di valuta pregiata.

Considerando che i cartelli che controllano coltivazione e commercializzazione del Chat, spesso collegati al Governo, associano le esportazioni alla fuga di capitali, facendosi pagare su conti bancari esteri, il Chat rappresenta per il Paese anche un danno economico, oltre a un danno di immagine e aumento della criminalità.

Agli inizi di aprile è stata varata una legge sul Chat che ne impedisce il consumo in pubblico per ragioni di decoro sociale. La legge non penalizza coltivazione, vendita al dettaglio ed esportazione. Il Chat continua ad essere considerato dalle autorità come un prodotto biologico, anche se molto particolare. Questo atteggiamento di pura convenienza economica per l’elite al potere, ma dannoso per la sicurezza e la salute pubbliche, viene rafforzato grazie al inesplicabile rifiuto da parte del Ministero della Sanità di considerare la pianta come una droga socialmente pericolosa.
Ora il Chat deve essere consumato in appositi locali o abitazioni private. L’acquisto rimane però legale. L’unico effetto positivo è per le donne sposate. Il Chat consumato dai loro mariti spegne il desiderio sessuale, diminuendo le gravidanze.  

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