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Coltivazione di cannabis ad uso personale: questione complessa Le contraddizioni della Jervolino-Vassalli nell’intervista con l’avvocato Carlo Alberto Zaina

Come accade ogni anno nella stagione estiva e nei primi mesi autunnali, le cronache locali e nazionali ci tengono aggiornati sui sequestri di grandi coltivazioni di cannabis. Solo nelle ultime settimane, ad esempio, sono state estirpate un gran numero di piantagioni nel sud del nostro Paese: ben 89.634 piante, distribuite in 20 serre, trovate dalla Guardia di Finanza di Vibo Valentia nel comune di Pizzo Calabro il 12 giugno; 2600 piante scoperte dai Carabinieri a Lettere in provincia di Napoli il 29 giugno; 3870 piante distrutte sui monti Lattari, sempre in Campania, il 5 luglio; oltre 3000 arbusti sequestrati dalla Guardia di finanza il 12 luglio sul territorio del comune di Roccaforte del Greco, in provincia di Reggio Calabria.

Sulle coste adriatiche, invece, continua lo strano fenomeno dei sacchi di marijuana spiaggiati, chili e chili trovati abbandonati sulle coste marchigiane, abruzzesi e pugliesi, persi dai trafficanti durante il trasporto, a testimonianza dell’entità del mercato della cannabis albanese. L’Albania, d’altronde, ribattezzata da alcuni ‘la Colombia d’Europa’, è il maggior produttore di cannabis del continente, come confermato dalla relazioneannuale della Direzione centrale italiana per i servizi antidroga (DCSA) pubblicata la scorsa settimana, che riporta il record di sequestri di 90 tonnellate di prodotto nel 2017.

Questo breve e parziale quadro, a cui si devono aggiungere i flussi di hashish dal Marocco e le altre rotte del contrabbando della cannabis, come quella spagnola, ci consegnano un quadro piuttosto chiaro: il mercato della cannabis con tenori di Thc superiori alle norme europee è completamente in mano alle organizzazioni criminali, dalla produzione alla distribuzione. Questa situazioneèsenz’altro favorita dal confuso quadro normativo italiano in materia di cannabis, legato al ritorno ad unalegge datata quale è la Jervolino-Vassalli,nella versione corretta dal referendum del 1993.

Con la caduta dell’incostituzionaleFini-Giovanardisi è riproposta la distinzione tra droghe pesanti e droghe leggere, con il consumo personale di queste ultime derubricato a illecito amministrativo.Tuttavia,il referendum del 1993 non aveva derubricato anche la coltivazione per uso personale,lasciandola nel campo delle responsabilità penali. Si è dunque creato un paradosso giuridicoper cui risulta depenalizzato l’uso personale ma non la coltivazione, lasciando come unica via al consumatore quella dell’acquisto illegale del prodotto.

Negli ultimi anni, tuttavia, ci sono state molte pronunce assolutive da parte di giudici, ma anche sentenze della Cassazione, che hanno ‘perdonato’ con l’assoluzione piccoli coltivatori domestici, giudicati secondo parametri che dimostravano l’inoffensività delle coltivazioni e le destinazioni ad uso personale. Tuttavia, il quadro normativo è confuso e quello della coltivazione per utilizzo personale rimane uno dei problemi più delicati per i consumatori di cannabis. Un problema che coinvolge con lunghi e costosi processi, al di là dei pronunciamenti finali dei singoli giudici, molti semplici consumatori, che scelgono la via dell’autoproduzione proprio per sfuggire alla logica consumo di cannabis-approvvigionamento illecito, ma anche per motivi legati alla sicurezza e alla salute. Chi compra dal mercato illegale è esposto al rischio di consumare un prodotto contaminato, tagliato o comunque coltivato con metodi intensivi, e privo di qualunque indicazione sui livelli dei principi attivi e su altri parametri qualitativi.

La problematica è stata più volte affrontata dai politici che portano avanti la battaglia per la regolamentazione della cannabis. Nadia Ginetti, senatrice del Partito Democratico, prima firmataria del disegno di legge 231 presentato in senato il 6 aprile, ha approfondito la questione in un’intervistarilasciata alla nostra testata il 29 maggio. «Il DDL disciplina,nei primi articoli, la coltivazione e la detenzione ai fini del consumo personale: il loro divieto, oggi, è in contrapposizione con la stessa possibilità di consumare cannabis a fini personali», ha dichiarato a ‘L’Indro’-‘Mondi di Canapa’, presentando il suo disegno di legge, «Questa possibilità, come sappiamo, comporta oggi una sanzione amministrativa, non penale; tuttavia, la coltivazione e la detenzione non sono consentite, generando un’incoerenza interna al sistema normativo. Pensiamo a un ragazzo trovato con un quantitativo legato al consumo personale: non è perseguibile penalmente, ma non può coltivarla né detenerla, quindi dovrà per forza approvvigionarsi attraverso il mercato illegale legato alla microcriminalità».

Servirebbe, dunque, un chiarimento, un intervento dei legislatori o dei politici per correggere queste storture e stabilire principi validi e ben determinati, al fine di depenalizzare una volta per tutte la coltivazione di un numero limitato di piante di cannabis.

La coltivazione di canapa industriale, le cui infiorescenze (cannabis light) hanno avuto una rapida diffusione sul mercato italiano, disciplinata dalla legge 242 sulla filiera della canapa, è invece una coltivazione di tipo professionale, possibile solo con semi certificati dall’Unione Europea.

Per approfondire la complessa tematica, abbiamo intervistato l’avvocato Carlo Alberto Zaina, patrocinante in Cassazione e Magistrature Superiori, componente effettivo dello staff redazionale di ‘ALTALEX’, membro permanente del comitato scientifico di ‘DIRITTO.IT’ ed ‘OVERLEX.COM’, nonché consulente dell’associazione ASAPS.IT (Amici della polizia stradale) e dell’organizzazione onlus ANTIPROIBIZIONISTI.IT. Zaina si occupa esclusivamente di questioni penali con particolare attenzione ai profili attinenti alla legge sugli stupefacenti.

Il quadro normativo italiano relativo alla Cannabis è a dir poco complesso e risente delle imprecisioni e contraddizioni di una legge datata qual è la Jervolino-Vassalli (corretta dal referendum del 1993). Sebbene la detenzione per uso personale sia considerata un illecito amministrativo, la coltivazione ad uso personale resta nel campo delle responsabilità penali. Ci spieghi bene come stanno le cose a livello legislativo e se ci sono state sentenze in controtendenza.

Il quadro della situazione è abbastanza composito. Nel senso che già da varie pronunce della Cassazione si è circoscritto il problema della rilevanza penale della coltivazione attraverso l’individuazione di un criterio fondamentale che è quello dell’offensività della condotta coltivativa. Vale a dire che il giudice, e questo l’ha affermato la Cassazione sin dal 2008, deve accertare se la coltivazione nel caso concreto sia idonea a produrre un quantitativo di sostanza stupefacente sufficiente a incrementare la disponibilità di marijuana o hashish sul mercato di destinazione. Faccio subito un esempio: se io coltivo un certo numero di piante a Rimini, io sono di Rimini, si dovrà vedere se queste piante siano idonee a produrre un quantitativo di Thc che se messo sul mercato possa in qualche maniera rendere più concreta l’offerta di stupefacenti a coloro che vogliono questa sostanza. Quindi c’è questa valutazione che passa attraverso la necessità di fare delle perizie sulle sostanze, ed è questo il primo criterio. Però la stessa Cassazione con la sentenza 3637 del 2017 ha affermato che ci sono altri criteri rilevanti, come quello di essere assuntori, di essere in possesso di una piantagione molto limitata, direi 5-6 piante al massimo, e in ogni caso della dimostrazione che in qualche maniera il coltivatore-assuntore non vuole destinare il prodotto stupefacente al mercato nero. Da questi principi che sono principi che la Cassazione ha elaborato sulla scorta di spinte dal basso, perché la giurisprudenza di merito è sempre stata molto più avveduta e molto più avanti della giurisprudenza di legittimità, si sono venute a creare una serie di pronunce favorevoli, anche se rimangono purtroppo molte pronunce di condanna, ma le assoluzioni ormai non sono isolate. Sono pronunce che avvengono spesso, un po’ per affermare i principi sopra menzionati, un po’ perché è intervenuta una nuova norma, l’articolo 131 bis del codice penale, che permette al giudice, in un certo senso, di perdonare il coltivatore quando ritenga che la coltivazione abbia una sua offensività ma non sia talmente grave da giustificare una condanna. Quindi, il quadro è composito, ma è per molti versi in via di definizione. Ci vorrebbe una normativa, ma quella che si era proposta, che non è mai stata presa in esame, era una normativa anch’essa abbastanza confusa. Ci vorrebbe un’elaborazione un po’ più seria e soprattutto un incontro tra magistrati e avvocati per definire i paradigmi per poter ritenere la coltivazione una condotta che rientra tra gli illeciti amministrativi. Tenga conto che l’Europa, che noi tanto evochiamo, nel 2004 ha emesso una direttiva, la 757/GAI del 25 ottobre 2004, con la quale sostiene che qualunque condotta che sia propedeutica al consumo personale non deve essere sanzionata se nell’ordinamento c’è una previsione di consumo personale. Questo cosa vuol dire? Siccome in Italia il consumo personale non è penalmente rilevante lo Stato italiano è inadempiente ad applicare questa direttiva che dovrebbe permettere, là dove si è provata la destinazione della coltivazione ad uso personale, la non persecuzione del coltivatore.

La sentenza della Cassazione n.43465 del 21 settembre 2017 ha però affermato la legittimità costituzionale della sanzione penale anche in caso di coltivazione per uso personale. Le sentenze dunque sembrano contrastanti.

Certo, non c’è alcun dubbio che la coltivazione, in linea teorica, sia un reato penale. Addirittura la Corte Costituzionale ha allestito una richiesta in questo senso. Però un potenziale reato va valutato nel concreto. Io posso investire una persona con l’auto, perché ne perdo il controllo per un fatto a me non imputabile. Ho commesso un reato ma non vengo punito. Stessa cosa per la coltivazione di cannabis: coltivare è un reato ma a certe condizioni si può essere non puniti. Bisognerebbe arrivare ad un profilo definito con precisione.

Il fenomeno della coltivazione di cannabis coinvolge molti consumatori – non parliamo di trafficanti – che per vari motivi scelgono la via dell’autoproduzione. Ad esempio decidono di tirarsi fuori dalla logica consumo di cannabis-approvvigionamento illecito, ma anche per motivi strettamente salutari (sapere ciò che si consuma, evitare contaminazioni e tagli). Secondo Lei come si può raddrizzare questa stortura? Potrebbe intervenire in merito la Corte di Cassazione o c’è bisogno di un iter politico?

La cosa migliore è l’iter politico perché la magistratura decide a seconda degli uomini che la compongono, degli umori e della cultura di cui essi sono portatori. È necessario un chiarimento politico e tra tutti gli operatori del diritto per arrivare d’accordo a dei punti comuni che permettano di avere dei quadri sufficientemente chiari e coesi.

Cosa c’è da aspettarsi dal nuovo Governo in materia di cannabis? Le posizioni espresse dal Ministro alla salute con delega alle politiche sulla droga, Lorenzo Fontana, sembrano non lasciare margini a una modifica in senso ‘liberale’. Il M5s dal canto suo si era mostrato in passato favorevole ad una regolamentazione del settore. Secondo Lei ci sono reali possibilità di passi in avanti a livello legislativo?

Niente, non mi aspetto niente dal nuovo Governo. In questa legislatura non ci sono possibilità di passi avanti, bisognerà riuscire a difendere quello che si è ottenuto. Primo perché io conosco bene il progetto di legge Cannabis Legale, ci ho lavorato, ma non è mai stato portato a compimento. L’esperienza dell’intergruppo si è rivelata solo un fuoco di paglia e niente più. Il Movimento 5 Stelle non è mai stato chiaro e spiace vedere una persona come l’On. Ferraresi che in questo momento si chiude in un silenzio assordante su queste tematiche. È davvero deludente. Il Ministro Fontana, invece, mi sembra una persona che usa più spot che ragionamenti, e su queste cose gli spot non servono. Innanzitutto gli consiglierei di studiare bene la materia. Quando conoscerà sufficientemente la materia ne possiamo parlare. Perché io sono disponibile ad un confronto con chiunque di queste persone. Perché studio queste problematiche da moltissimi anni e penso di aver raggiunto una preparazione, se non altro, a prova di cretino. L’ultimo che arriva, che cinque minuti prima non sapeva neppure qual era la porta del Ministero, vuole dettare legge. No, bisogna stare molto calmi e gli spot del Ministro Fontana non possono condizionare né la magistratura né altre iniziative. Con questo Governo, comunque, non si va da nessuna parte. Non che gli altri fossero migliori, intendiamoci, io personalmente non voto nessun partito che è in Parlamento, non mi riconosco in nessuno. Però dico che i nuovi politici del Governo, che dovevano rappresentare la svolta, a detta loro, non svoltano in realtà da nessuna parte. Nessuna speranza.

Da poco più di un anno è scoppiato il fenomeno “cannabis light”, infiorescenze di cannabis con tenori di Thc che rientrano nei limiti della nuova legge europea sulla canapa industriale. Pochi giorni fa, tuttavia, il CSS ha dato un parere negativo sulla commercializzazione delle infiorescenze. Cosa pensa del parere del CSS e qual è la strada da seguire per regolamentare definitivamente la vendita dei fiori di cannabis light?

Fatta la premessa che la legge 242 del 2016 è una legge fatta malissimo e che se si fossero messi in testa di scrivere una legge in modo peggiore non ci sarebbero riusciti, e questo è ormai un giudizio unanime, io mi premetto di dire che il parere de CSS è un parere che rispetto, ma del quale non tengo assolutamente considerazione perché è un parere non può in alcun modo condizionare la legg. È un parere che non tiene conto di circolari ministeriali precedentemente emesse ed è un parere che è stato richiesto dall’ex Ministro Lorenzin e tenuto lì per un certo periodo di tempo, per poi venire fuori adesso che c’è il nuovo Governo. È un parere dove coloro che si esprimono certamente intendono in qualche modo non dare adito a contrasti col Ministro, anzi assecondarlo, ed è un parere sbagliato perché dice delle cose che scientificamente sono sorprendenti. La circolare del Ministero delle Politiche agricole di maggio ha ricondotto le infiorescenze al settore florovivaistico, quindi le infiorescenze si possono vendere tranquillamente, inutile che s’inventino storie. Ci sono tribunali, come il Tribunale di Asti che hanno riconosciuto l’applicabilità della 242 non solo al coltivatore ma anche al distributore. Ribadisco, noi siamo in questa situazione perché la legge è stata fatta male.

Per legge, si può coltivare a livello privato cannabis con tenori di Thc al di sotto dei limiti stabiliti?

Da privato non si può coltivare, perché la coltivazione regolata dalla legge 242 è una coltivazione di tipo industriale e professionale e va fatta con semi certificati. Il privato comunque non può coltivare.

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