Cultura & Società Esteri

Cinema e cannabis, un rapporto stupefacente Dalla criminalizzazione degli anni ’30 al supporto successivo

Il ‘Cinema’ è considerato, sin dagli albori, un’arte visionaria e la fabbrica dei sogni. Naturalmente cannabis e cinema non potevano camminare solo su binari paralleli, le loro strade si sono spesso incrociate dando vita ad opere e storie che hanno contribuito a modellare l’opinione comune sul tema delle sostanze stupefacenti. Questo rapporto ha dato vita soprattutto ad una significativa produzione di commedie che indaga anche sulla relazione tra l’uomo e la cannabis. O marijuana, come la si è a lungo unicamente chiamata. Si può sovrapporre temporalmente la nascita del cinema moderno con il periodo del proibizionismo degli anni ’30: la cannabis, al pari dell’alcool, subì una severa repressione da parte del Governo americano. Il cinema si adeguò. In quegli anni si puntò sulla criminalizzazione dell’’erba’, additata come all’origine anche di atti efferati contrari alla sicurezza ed al bene della comunità. Da quel momento l’erba ha permeato, a volte più apertamente altre più sottotraccia, le sceneggiature trasferite sul grande schermo, venendo molto diversamente rappresentata a seconda dei periodi. Da droga capace di generare follia assassina a sostanza necessaria ad una sana rilassatezza, da droga capace di evocare suggestioni e stimolare attitudini artistiche a mero svago ed alleggerimento della condizione esistenziale, da sostanza capace di provocare perversioni (sino anche a trasformare eterosessuali in omosessuali) a strumento per far sentire ‘alla moda’ chi la assumesse. In questa ottica il cinema, superata la fase iniziale, ha fortemente contribuito alla creazione di una controcultura, e poi vera e propria cultura, dell’accettazione dell’uso di cannabis nella società.

Negli anni ’30, pieno proibizionismo, avviene dunque la curiosa associazione della cannabis a qualcosa dal sapore occulto e perverso. Uno dei titoli più rappresentativi dell’epoca è ‘Marijuana: l’Erba del Diavolo’ frutto dell’arte di Dwain Esper, ex imprenditore edile innamoratosi della pellicola a cavallo degli anni ’20. Esper può vantare diversi film su temi riconducibili a perversioni varie o manie: ‘Assassin of Youth’, ‘Sex Madness’, ‘Sex Maniac’, ‘Narcotic’… ‘Reefer Madness’ è un’altra pietra miliare ed ironizza invece sulla propaganda antimarijuana di quell’epoca. Alcuni spacciatori procacciano innocenti adolescenti sedotti da messaggi anticonformisti, trascinandoli nel mondo dello spinello e in un contesto che ha come sottofondo il jazz, notoriamente considerato musica diabolica. Tutti B-movies, comunque, come gli altri che si occupano dell’argomento. ‘Dietro’ ci sono anche gruppi religiosi, il potentissimo editore William Randolph Hearst (rappresentato da Orson Welles nel suo ‘Citizen Kane’ del 1941,divenuto in Italia ‘Quarto potere’), l’onnipresente FBI.

La cannabis rimane un tema ricorrente e fondamentale, legato maggiormente alle tematiche giovanili ed adolescenziali, fino a quando si guadagna un rilievo sociale negli anni ’60, gli anni del ‘beat’, quelli di Jack Kerouac e JimThompson, i ribelli di ‘Easy Rider’ e della cultura ‘on the road’ degli hippies. E poi negli anni ’70 con Charles Bukowski. La letteratura e il cinema diventano così il canale preferito da chi fa controcultura per propagandare una visione alternativa del mondo e della vita che passa anche attraverso l’uso di sostanze stupefacenti. ‘Easy Rider’ del 1969 ne è appunto un esempio. Gli anni ’70 vengono aperti dall’uscita del film che rappresenta la svolta in materia: ‘Zabriskie Point’ dell’italiano Michelangelo Antonioni. E’ il secondo di tre lungometraggi da lui girati in lingua inglese, preceduto da ‘Blow-Up’ nel 1966, seguito da ‘The Passenger‘ (‘Professione: reporter’) nel 1975. Un argomento che sembrava appaltato appunto ai B-movies viene ripreso e nobilitato dal nostro autore, anche con la sua straordinaria sapienze tecnica e gli originali movimenti di camera. Si passa in pratica dall’horror alla rappresentazione poetica, con Antonioni che inserisce nella sua opera il tema della controcultura portando la questione all’interno del mainstream cinematografico. La ‘droga’ diventa così da strumento semidiabolico anche un modo per esplorare nuove frontiere della conoscenza interiore e del rapporto interpersonale (vedi la scena dei ragazzi tutti abbracciati tra di loro) e sociale, strumento per ribellarsi alla società ‘borghese’, all’imposizione religiosa, all’establishment in una parola. In quell’’epoca’ storica danno il proprio contributo ad una diversa percezione delle sostanze anche i documentari sulla vita delle comuni, i concertoni come Woodstock che diventano happening per manifestare contro il sistema. Il consumo di cannabis viene rappresentato e mostrato come parte fondamentale della cultura alternativa dei giovani, dei creativi, dei ribelli fino a buona parte degli anni ’70. Le prime affermazioni sugli effetti positivi del consumo di sostanze psicotrope, marijuana compresa, ci vengono così proprio da questo periodo.

Negli anni ’70 per le ‘droghe’ in generale e per la cannabis in particolare inizia un periodo di contraddizioni. L’avvento di sostanze molto più pesanti ed oggettivamente pericolose, porta l’opinione pubblica a demonizzare qualsiasi prodotto illegale. Sul versante opposto lo zoccolo duro della controcultura si sedimenta e rivendica la differenza significativa, anche in termini di cura e salute, della cannabis rispetto alle altre sostanze presenti sul mercato. Pellicole come ‘Fuga di Mezzanotte’, dal vago sapore repressivo e conformista, e ‘Death Drug’ un film che si ricorda per una descrizione molto creativa di un’allucinazione provocata dalla ‘polvere d’angelo’ in un supermarket. E poi ‘Taking Off’: ad un gruppo di genitori conservatori viene mostrato come si fuma erba e si assumono i suoi benefici, la pratica del fumo viene presentata come un piacevole ed innocuo trastullo. Questi film non si astengono però dal rimarcare il fatto che la marijuana sia e resti illegale. Chi viene pizzicato con il fumo finisce in galera. Per tutto il ventennio ’70-’80 la cinematografia yankee si preoccupa di mettere un bollino di sicurezza alle pellicole che affrontano il tema delle ‘droghe’.

Finalmente, a partire dagli anni ’90, gli USA si trovano a dibattere sul tema della legalizzazione. ‘Paura e delirio a Las Vegas’, che da bestseller letterario è diventato un film, ne è la dimostrazione. La pellicola segna l’inizio della narrazione moderna della cannabis. Tuttavia le opere cinematografiche  all’alba del terzo millennio tendono a mantenere due distinte direzioni. Ci sono film che raccontano di tossici borderline, derelitti e naufraghi senza scampo come in ‘Trainspotting’. Ma ce ne sono anche di diversi, come ‘Il Grande Lebowski’: ritrae un microcosmo di simpatici perditempo sulla buona strada per diventare disadattati e rifiutati dalla società, ma raccontato con sapiente leggerezza ed umorismo. I prodromi di una vera legalizzazione sono ormai in corso ed incominciano ad avere impatto sulla società civile. ‘American Beauty’ usa la potente metafora del consumo di erba come via d’uscita dall’incubo americano, segno che il dibattito ha di nuovo strambato in un’altra direzione. E questa volta in maniera progressista e possibilista verso la legalizzazione. Il motto ‘sesso, droga e rock’n’roll’ diventa quasi un comandamento dello showbiz hollywoodiano che aveva malconvissuto con il conformismo bacchettone della cultura più conservatrice. 

Così si arriva all’oggi, e ad un nuovo atteggiamento nei confronti della cannabis. Anche in seguito alla legalizzazione in Colorado nel 2014 ed agli eventi successivi, crescono le posizioni favorevoli al consumo di erba. ‘L’Erba di Grace’ e ‘Strafumati’ trattano la questione in maniera leggera e  senza ridicolizzazioni di sorta. Il tema della legalizzazione acquista sempre più consistenza nel mondo del cinema, con tutte le conseguenze positive del caso. E’ da oltre un ventennio, ormai, che l’uso di cannabis viene via via progressivamente accettato e metabolizzato. In attesa di scoprire quali nuove direzioni verranno prese, anche a fronte dell’utilizzo delle nuove tecnologie digitali che spostano sempre più velocemente l’intrattenimento verso il web.

(Ha collaborato Marco Maria Gazzano)

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