Politica Esteri

Cina: primo produttore mondiale di cannabis, ma restano tanti segreti Rassegna Stampa della canapa nelle testate estere, dal 19 al 23 novembre

La Cina primeggia nel mondo per produzione e commercializzazione di cannabis, si tratta di una coltura tradizionale e che affonda le radici nel suo antico passato. Oggi, però, ci si interroga su quanta parte di questo primato oggi sia caratterizzata da segreti sui quali Pechino impone il più ferreo riserbo. Tecniche, risultati delle ricerche, effetti, sperimentazione, selezione e reali numeri di produzione e prodotto venduto, nulla di tutto questo Pechino ritiene sia da chiarirsi nel consesso internazionale. Negli USA Jhon Kennedy III figlio di una progenie famosa in tutto il Pianeta ed ammantata dalla grandezza di nomi sempre ai vertici della Democrazia statunitense, repubblicano e noto per le sue azioni nettamente contrarie a qualsiasi apertura nei confronti della liberalizzazione della cannabis improvvisamente si ripresenta -nella settimana corrente – come paladino del fronte avverso’. Come riferito dal suo staff parlamentare, il rappresentante politico ha comunicato il suo endorsement a favore della legalizzazione dopo una attenta fase di studio a livello nazionale e mondiale. La risposta data dalla cannabis soprattutto in ambito medicale, hanno convinto l’esponente politico Repubblicano ad abbandonare le sue posizioni improntate ad un netto ostracismo. In India, grande Continente anch’esso tradizionalmente in prima linea nella produzione di cannabis sotto vari aspetti e destinazioni d’uso, l’Uttar Pradesh diventa il secondo Stato nella produzione e commercializzazione di questa coltura. Questo atto segue quello già realizzato dall’Uttarakhand, primo Stato indiano che ancor oggi è capofila nella produzione che posiziona l’India ad ottimi livelli anche nel contesto internazionale. In Israele si continua a discutere molto animatamente su una legge che limita le esportazioni della cannabis prodotta nel Paese e che fino a poco tempo fa era commercializzata in tutto il Mondo e non solo nell’area del Mediterraneo, in specie a scopo medicale. Oggi si propone di concedere alla Polizia il range di discrezionalità nel liberalizzare o no la materia, in ambito parlamentare, invece, si litiga ma senza proporre al momento alcunché di importante in termini di revisione giuridico-legale. E così il Premier e Ministro della Salute ad interim Netanyahu è rimasto solo a decidere..

 

Cina

Primo produttore di canapa industriale, ma rimangono numerosi segreti

L’apertura del mercato cinese della canapa sarà sicuramente un fattore significativo per l’industria globale. Mentre ancora poco si sa circa il più grande produttore al mondo di canapa, barlumi di quel che accadrà già incuriosiscono l’opinione pubblica internazionale. Si prenda il caso di SkyGreen, una società diramazione di Sky Solar Group quotata in Borsa nel mercato NASDAQ, costruttore di pannelli solari che costruisce postazioni energetiche fotovoltaiche a livello internazionale. Sky Green s’è molto velocemente introdotta nel mercato della canapa industriale con attività nel settore della coltivazione agricola, lavorazione ed estrazione di CBD e con un programma aggressivo R&D che sta esplorando applicazioni per la canapa dal low tech fino all’high tech. Ora la società ha una vasta area di coltivazione di canapa per fibre ed una struttura di processazione nella Provincia di Hei Longjiang, di fatto la capitale cinese della canapa. «Ma la gran parte delle cose che riguardano la produzione di canapa industriale in terra cinese rimane ancor oggi un territorio pieno di dubbi e segreti». Questo è quanto affermato da Riki Hiroi, consulente giapponese che recentemente ha partecipato alla 60ma Convention dell’Institute of Bast Fiber Crops, durante i lavori: «Questo enigma cinese ha molto a che fare con i problemi della comunicazione».

Molte società cinesi che operano nel campo della canapa sono gestite dalle maggiori società e compagnie di investimenti della Cina ma le preoccupazioni internazionali su queste società rimangono basse, ha affermato Hiroi proprietario del marchio giapponese Each Japan, che lavora in lungo e in largo su tutta la catena produttiva della canapa. Oltretutto, come ha fatto notare Hiroi, in terra cinese in pochi parlano la lingua inglese e questo è un problema di non lieve entità in quel contesto. Solo imprenditori, investitori e ricercatori, ha fatto notare Hiroi. Ma – nonostante i grandi problemi di comprensione causa lingua – Hiroi ha appreso che la Cina sta intraprendendo la coltivazione di una vasta area di prodotti a base di canapa, la gran parte dei quali ancor oggi resta sconosciuta al resto del mondo. Lo stesso Hiroi afferma che più di 300 società hanno partecipato dietro invito lo scorso Ottobre il cui principale interesse è stato proprio il mercato CBD. «Attualmente i Cannabinoidi non-psicoattivi – considerati legali – sono anch’essi in vendita» ha affermato Hiroi. «Sono in vendita anche cristalli CBD e CBD idrosolubili».

In ogni caso, resta grande il timore cinese circa i diritti dei lavoratori e l’impatto dei grandi marchi che operano su larga scala sull’ambiente. La coltivazione di canapa è illegale in Giappone ma i prodotti a base di canapa sono comunque venduti. Steli e semi di cannabis e canapa non vengono consideraticannabisdalla legge locale. E inoltre in Giappone non vi è alcuna parola separata per canapa e marijuana. Hiroi che è anche direttore presso HempJapanTodayJapan, spera di portare i principali attori della produzione di Canapa a livello mondiale, India e Cina in primis, ad incontrarsi e dialogare durante la prossima conferenza d’autunno che si terrà a Hokkaido, in Giappone.

 

Stati Uniti

Joe Kennedy III Repubblicano e fiero oppositore della legalizzazione cambia idea a favore della cannabis

Era uno dei più fieri oppositori, perfettamente allineato al cuore del pensiero dei Repubblicani in materia: regolamentare, restringere la liberalizzazione, selezionare attentamente la cannabis medicale e impedire in tutti i modi la cannabis ricreativa. Joe Kennedy era ormai riconosciuto per il suo schierarsi contro la legalizzazione. Improvvisamente, nella settimana in corso, Joe Kennedy III, sempre a sostegno dell’impedimento di alcuna riforma in materia di Cannabis, ha annunciato che ora sostiene la legalizzazione.

La cosa è arrivata un po’ a sorpresa, in effetti, anche dentro il Parlamento USA, nello specifico nella Camera Bassa. Ci si è chiesti subito quale fosse il motivo dietro questo così netto cambio di prospettiva politica. La testata ‘Marijuana Moment’ certamente si è posto lo stesso quesito e -nel corso di un intervista con Dan Black, segretario dell’ufficio stampa del parlamentare, si è venuti a conoscenza del fatto che Joe Kennedy ha avuto diversi incontri di approfondimento con esperti di cure medicali, malattie mentali, esperti in giustizia e crimini soprattutto di natura penale, opinion leader in materia di sicurezza pubblica. Inoltre, il politico ha anche incontrato gruppi di sostegno pro e contro la cannabis, quindi, si tratta di un parere al quale Joe Kennedy III è giunto con cognizione di causa.

Nell’annunciare il suo nuovo corso a sostegno della legalizzazione nel corso di un documento pubblicato dal nuovo sito salutista STAT, il 38enne parlamentare statunitense ha riconosciuto di essere stato oggetto a lungo di un certo scetticismo in materia e che lo scetticismo era determinato dalle questioni inerenti le malattie mentali e le comunità dei dipendenti di varia forma ed estrazione. Oltre alla criminalizzazione delle dipendenze il parlamentare ha anche annotato il rischio di criminalizzazione esteso a pazienti, veterani e comunità di colore. Nello scorso anno ho lavorato per rettificare queste prospettive, ha scritto il parlamentare repubblicano Kennedy in un suo opuscolo. Alla fine di quel lavoro di approfondimento, con altri gruppi di sostegno quale il Drug Policy Alliance (DPA), lo ha aiutato su quella strada di ricerca, tenendo dialoghi ed incontri con il parlamentare ed il suo staff consegnando dati ed esiti di ricerche dove si dimostrano i benefici della legalizzazione così come i costi della lotta alle droghe.

Due esponenti ufficiali di DPA, Michael Collins, direttore dell’ufficio affari nazionali e Jolene Forman, una procuratrice dello staff hanno offerto ai media nazionali un punto di vista interno sull’evoluzione della posizione politica di Kennedy III. Tutto ha preso avvio con una e-mail di uno dei componenti dello staff circa sei mesi fa. Dopo di che è partita una approfondita fase di studio sull’intera tematica, soprattutto per quel che concerne gli aspetti legali e la riforma del sistema giuridico-legale che ne deriverebbe, in quanto ad allargamento degli spazi favorevoli per la legalizzazione. Lo staff ha anche reso noto all’esterno che – tra le varie preoccupazioni del parlamentare repubblicano – vi era l’alone oscuro delle dipendenze nella sua famiglia di origine, una famiglia che nella Storia è passata agli annali per le grandezze ma anche per le debolezze di alcuni e che quindi, si tratta di argomenti dei quali tenere conto, nel momento in cui Kennedy III, così notoriamente contrario ad ogni aspetto che riguardasse la liberalizzazione della cannabis negli USA, oggi si ritrovi a cavalcare un atteggiamento opposto.

 

Stati Uniti

Strano ma vero: secondo una ricerca, le donne sono meno propense degli uomini alla legalizzazione

Una vera e propria sorpresa. In tema di legalizzazione della cannabis, a differenza di numerose altre campagne sociali dove il genere femminile è generalmente più improntato ad un certo liberalismo, sembra che esso sia meno propenso alla legalizzazione della Marijuana. Una recente ricerca condotta dalla North Carolina State University e dall’Hartwick College ha visto gli studiosi impegnati nella comprensione delle motivazioni che sottendono questo atteggiamento identificativo del genere femminile. E nello studio più recente pubblicato dal giornale ‘Social Science Quarterly’ sono state offerte alcune spiegazioni plausibili. Sulla base di dati accumulati sulla questione nel 2013 attraverso uno studio del noto istituto Pew Research Center, che aveva sollecitato i rispondenti con una estesa serie di domande correlate alla marijuana, i ricercatori hanno testato molte ipotesi sul perché le donne siano meno inclini a sostenere la legalizzazione rispetto agli uomini, 67-61 percento secondo una particolare scala graduata. Quali i fattori principali? La parentela e le abitudini connesse oppure la tipologia di religiosità? La ricerca, in effetti, mostra che il prevalere delle motivazioni trova un suo senso in un mix dei vari fattori. Una cosa che è apparsa alquanto sorprendente è che non vi è un fattore dominante quale la parentela. Mentre il ruolo delle donne, soprattutto se madri, può essere un motivo alquanto illuminante su una materia come il possesso di armi e su questo siano meno disposte alla liberalizzazione, si resta alquanto perplessi quando una certa chiusura la si riscontra nei confronti di un tema qual è la marijuana.

«Il legame di parentela non è un fattore predittivo circa le attitudini sulla scala di sostegno della marijuana», scrivono gli autori della ricerca. «Quando viene considerato il modello con le sole caratteristiche demografiche e senza le variabili specifiche della parentela e poi si mette a confronto con l’inserimento della variabile della parentela, il coefficiente per il genere non cambia alcun valore indicativo il che sottolinea il fatto che il legame di parentela non lascia verificare alcun gap tra i generi sessuali».  Si è notata una certa attinenza con un altro elemento, nel corso della ricerca: le donne sono più facili ad identificarsi come cristiani rinati e confermano con serenità di frequentare con maggiore presenza le messe o celebrazioni religiose in genere, tutto questo si associa con una certa differenza di genere in tema di politiche sulla marijuana. Sebbene i ricercatori subito aggiungano che per avere una più estesa e chiara spiegazione di tali nessi sarà necessario comunque approfondire i contenuti della ricerca. Recentemente, la ricerca ha analizzato come le abitudini connesse al consumo di cannabis e certa disponibilità in generale intorno al tema influenzano il loro sostegno a favore della riforma. Un altro fattore annotato è sembrato essere il più influente, dato che si è evidenziato come le donne siano meno aperte sul tema di fare outing circa l’aver o meno fumato marijuana (55-42 percento) o di sentire una certa serenità intorno all’impianto complessivo (55-42 percento). Le donne sono, quindi, meno propense a rivelare di aver o meno usato marijuana di averne fatto uso, poiché quando questo elemento è chiarito, le differenze tra i due generi di appartenenza tendono a scomparire.

Alla fin fine, i ricercatori prevedono che il gap a sostegno della riforma della Marijuana continuerà a progredire nel tempo. «Sebbene ci si sfidi nel prevedere con accuratezza il futuro dei contorni del gap di genere in materia di marijuana, noi riteniamo che i risultati della ricerca siano istruttivi. Man mano che l’uso della marijuana diventerà sempre più diffuso e lo si vedrà sempre meno come un rischio o comportamento deviato e man mano che l’uso della marijuana verrà sempre meno visto come una questione di carattere etico-morale (soprattutto nel caso in cui diventi sempre più comune e legalizzato) abbiamo ragione di aspettarci che il gap tra sesso maschile e femminile in materia di marijuana diventerà sempre più piccolo».

 

India

Uttar Pradesh secondo Stato indiano che consente la coltivazione legale di canapa

In Uttar Pradesh, uno Stato del Nord dell’India, il Governo ha recentemente annunciato in sede ufficiale il proprio assenso alla coltivazione di canapa nel proprio territorio. L’annuncio segue le recenti riforme che si tengono in svariate zone della Nazione che stanno già conducendo ad ingenti investimenti. Un portavoce del Governo, Srikant Sharma, ha riferito ai media indiani circa l’introduzione della coltivazione di canapa, fattore che potrebbe arrecare a breve benefici agli introiti degli agricoltori che vi si vogliano dedicare. Sarà consentito agli agricoltori di coltivare canapa sotto la supervisione del Dipartimento delle Accise. Il Governo dell’Uttar Pradesh ha posto come obiettivo quello di raddoppiare gli introiti dei contadini entro il 2022 e la canapa è parte integrante del piano complessivo che tende al miglioramento generale della classe produttiva agricola del Paese. Questo atto segue quello già realizzato dall’Uttarakhand, Stato indiano anch’esso collocato al Nord, ai confini col Nepal e la Cina che lo scorso anno ha introdotto per primo questo tipo di politica. Esponenti ufficiali locali ritengono che la coltivazione della canapa ha tutto il potenziale per rivitalizzare l’economia indiana, nello specifico l’agricoltura, e creare numerosi posti di lavoro. Attualmente proprio lo Stato Uttarakhan sta destinando ingenti risorse a favore dell’industria della canapa che potrebbe certamente impattare positivamente -si spera a breve- sull’economia dello Stato. La Indian Industrial Hemp Association (IIHA) ha recentemente confermato un proprio investimento di circa 150 milioni di dollari per espandere la coltivazione di canapa, a favore della ricerca e per altre iniziative atte a sostenere la crescita dell’industria nel Uttarakhan.

L’Uttar Pradesh ed altri Stati indiani che stanno monitorando la coltivazione di canapa legale, stanno stilando le proprie opportunità in termini di investimento. Oltre IIHA si ritiene che altri investitori stanno attualmente investendo capitali nell’industria indiana della canapa.

Nonostante vi sia una antica tradizione specifica per questo tipo di coltivazione, si verifica che solo ora la coltivazione legale della canapa è diventato fattore trainante dell’India. Viste le dimensioni del Paese, la sua Storia nella coltivazione della pianta e il suo status di economia emergente è abbastanza probabile che la canapa possa svolgere un ruolo di primissimo piano a sostegno dell’economia della Nazione.

 

Israele

Sulla questione dell’esportazione di cannabis, in Parlamento si litiga, ma l’unico che può decidere è Netanyahu

Mentre i Ministri ed i parlamentari si lanciano accuse ed insulti l’un verso l’altro, i membri della Knesset rendono inutili le discussioni nelle Commissioni, altri ne approfittano per fare immagine e accaparrare voti ma la questione – ormai annosa – dell’esportazione di Cannabis medicale da Israele sarà decisa da una sola persona, il Premier e Ministro della Salute Benjamin Netanyahu. Negli ultimi due giorni della settimana, i Ministri ed i membri della Knesset hanno pubblicato messaggi riguardanti l’esportazione di cannabis nel Mondo coinvolgendo così nelle preoccupazioni l’intero mondo della produzione della cannabis in terra d’Israele, così come gli investitori e tutti coloro che sono interessati agli scambi di Borsa. La gran parte di quei messaggi contengono critiche molto pesanti nei confronti il Ministro Gilad Erdan, il cui ritardo sta causando questo clima particolarmente acceso in materia – affermano i critici – un clima che oggi di fatto blocca Israele su una materia importante, anche per i suoi risvolti per l’economia nazionale.

Il motivo del contendere è la richiesta di Ardan per la quale prima della approvazione alla esportazione, un processo legislativo sul quale c’è accordo da parte di tutti i partiti, sia concluso il trasferimento dell’autorità alla Polizia di supervisionare le fattorie dove si produce la cannabis in Israele. Sull’altro canto, il Ministro delle Finanze Moshe Kalhon ed altri Ministri del Governo in carica vogliono che le esportazioni siano consentite in modo immediato, anche se la legislazione è ancora oggetto di potenziale revisione, aspetto sul quale la parte politica opposta si frappone in modo altrettanto netto. La domanda di Ardan, ovvero prima che la legislazione sia approvata è destinata a bloccare il processo per un periodo illimitato, ha affermato Kalhon in una lettera ufficiale che ha spedito in persona alla Segreteria di Gabinetto parlamentare.

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