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Cannabis: un ‘quasi’ mercato destinato ad abortire? Il Mercato della Cannabis in Italia cerca disperatamente di nascere, ma le difficoltà sono molte, tra mancanza di normative chiare, investimenti, sistema produttivo di livello industriale: ne parliamo con Alessandro Bozzini, Giampaolo Grassi, Beppe Croce

Il mercato della cannabis in Italia sta nascendo, ma sembra essere podalico. Questo parto difficile e incerto è sotto gli occhi di tutti, consumatori ed investitori. Per questo abbiamo chiesto l’opinione di alcuni tra i maggiori esperti del settore per fare una previsione del futuro che lo attende.

Se si pensa che l’Italia è stata fino agli anni ’50 il primo Paese in quanto a produzione di Canapa a fini industriali, la situazione attuale “porta amarezza”. È questo il primo pensiero che ha voluto condividere con noi il professor Alessandro Bozzini, agronomo e genetista agrario, il cui curriculum farebbe impallidire chiunque, annoverando tra gli innumerevoli ruoli ricoperti quello di consulente per MIUR, MIPAAF, UNIDO, FAO, Federcanapa e tanti altri ancora.
È risaputo, infatti, che il nostro Paese vanta un passato tutt’altro che trascurabile in questo settore, con un’attività fiorente e remunerativa. Attività che è poi stata stroncata nel tempo a causa del concatenarsi di eventi. Primo tra tutti, l’introduzione della Cannabis Indica al posto della già impiegata localmente Cannabis Sativa. Mentre in Italia la Cannabis Sativa veniva, infatti, impiegata in ambito industriale, la Cannabis Indica, con un maggior contenuto di delta-9-tetraidrocannabinolo (detto comunemente THC), veniva originariamente usata a scopi soprattutto terapeutici. Nel nostro Paese ha tuttavia preso piede per scopi ricreativi. Questo impiego ha portato all’introduzione di specie a sempre più elevato contenuto di THC, e quello che era nato come un mercato legittimo e remunerativo per molti, è gradualmente finito in mano alla malavita che ha approfittato del potenziale lucrativo derivante dal consumo di una sostanza psicotropa che può portare a dipendenza. Questa deviazione del mercato, ha avuto come risultato una reazione politica che ha visto mettere all’indice mano a mano diverse specie di Cannabis, fino ad arrivare ad una completa proibizione anche per quanto riguardava le specie precedentemente impiegate esclusivamente in ambito industriale.
Questa misura drastica e tutt’altro che selettiva, mirata teoricamente al contrasto del commercio illegale di sostanze stupefacenti, potrebbe essere oggi tranquillamente rivista e superata grazie alle moderne tecnologie in ambito agronomico e genetico, che permetterebbero la produzione di specie con quantità di THC ben definite, in base all’uso industriale, terapeutico o ricreativo. In tutti questi casi, tuttavia, ciò che manca è una regolamentazione, che definisca chiaramente i limiti e le modalità in base alle quali coltivatori, imprenditori e consumatori debbano agire per mantenersi nell’ambito della legalità.
Nel ben noto Decreto Legge del 09/11/2015 dell’allora Ministro alla Salute Beatrice Lorenzin, si stabiliscono le linee guida in base alle quali il Ministero gestisce tutto ciò che concerne la Cannabis, dalla coltivazione, alla vendita. Ne emerge, però, un quadro incompleto, che non fa i conti con quelle che sono le reali necessità dei cittadini, soprattutto in ambito terapeutico, e del sistema di produzione. Questo è quanto ci fa notare  Giampaolo Grassi, del CREA di Rovigo.

La domanda dei tanti malati che possono trovare giovamento dall’utilizzo della Cannabis terapeutica è, infatti, notevolmente superiore alla produzione ottenuta dall’unico centro nazionale autorizzato dal Ministero per la produzione della stessa, ovvero lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze. Informazione confermata anche dal Presidente di Federcanapa, Beppe Croce. Entrambi hanno, infatti, sottolineato che, sinora, il Governo, nel tentativo di colmare questa lacuna, ha acquistato all’estero quanto invece si sarebbe potuto produrre sul territorio nazionale con le dovute autorizzazioni e normative. Si è persino giunti ad emanare un Bando, ovvero una ‘gara a procedura aperta accelerata mediante aggiudicazione per lotti separati, per la fornitura presunta di 100 Kg. di cannabis per le esigenze dello Stabilimento Chimico Farmaceutico di Firenze’, al quale di fatto nessuna ditta italiana ha potuto partecipare, perché priva dei necessari requisiti richiesti dal Disciplinare del Bando.
Un cane che si morde la coda, dunque. Milioni di Euro di denaro che lo Stato utilizza per acquistare da altri Paesi quello che potremmo produrre sul suolo nazionale, se il DL venisse adeguatamente aggiornato e corretto. Milioni di Euro che potrebbero essere investiti nel mercato nazionale e che finiscono nelle tasche di Paesi come il Canada, che ha liberalizzato l’utilizzo della Cannabis e che non a caso vede nell’Italia un terreno di investimento assai fertile. È risaputo, infatti, che il Canada è uno dei Paesi più interessati allo sviluppo della coltivazione della Cannabis in Italia, proprio perché il nostro territorio è adatto alla stessa e la loro recente liberalizzazione porterà alla necessità di maggiori quantitativi di sostanza. La situazione potrebbe quindi invertirsi, qualora il Governo attuasse delle politiche atte a permettere a più aziende di coltivare e produrre Cannabis, incentivando l’aggiornamento tecnologico, diventando così esportatori invece di importatori a caro prezzo di questa materia prima che potremmo produrre in grandi quantità e qualità.

Tutti e tre i nostri interlocutori sono stati concordi nell’affermare che in Italia il mercato della Canapa è attualmente rallentato dalla mancanza di investimenti mirati, appoggio ed interesse politico ed industriale.
C’è chi, come il Professor Bozzini, ipotizza che uno dei motivi per i quali la produzione della Canapa ad uso industriale è fortemente osteggiata è perché andrebbe a collidere con gli interessi dell’industria petrolchimica, basti pensare all’emergenza inquinamento dovuta alle plastiche che si riversano nei mari, mentre la fibra di Canapa non solo è biodegradabile, ma è altamente resistente alla salsedine. Chi, come Grassi, teme che questo Governo non sia in grado di dare le risposte richieste, per una incapacità o noncuranza da parte degli specifici interlocutori. O chi, come Croce, che spera che un dialogo costruttivo sia ancora possibile con le attuali forze di Governo e si adopera affinché questa strada abbia successo.

Entrando più nel dettaglio, proprio Beppe Croce ci mostra un quadro della situazione nazionale in ogni ambito. Partendo da quello Industriale, bisogna soffermarsi sui singoli settori che lo costituiscono, ovvero quello Alimentare, la Cosmesi, la Bioedilizia ed il Tessile. Nel settore Alimentare si è abbastanza a buon punto nella produzione, ma si sconta la mancanza di limiti ben definiti per la presenza di THC negli alimenti, mettendo quindi in crisi i coltivatori e dunque chi deve decidere di fare investimenti in questo tipo di produzione. Diversa è la situazione della Cosmesi, dove si è molto indietro a causa di una normativa tutt’altro che chiara. Per ciò che concerne tutte le applicazioni della fibra, quindi dalla Bioedilizia al Tessile, si è alquanto sofferenti. Non vi sono, infatti, sufficienti ed adeguati impianti di trasformazione della paglia di Canapa, che spesso finisce col restare sui campi. Mancano totalmente gli investimenti in questo settore, che potrebbe essere invece uno dei più redditizi.

Nel complesso, nel settore industriale siamo quindi indietro per l’assenza di normative adeguate (carenza che una volontà politica forte potrebbe colmare) e di investimenti sia pubblici che privati. Spesso e volentieri non sarebbe la materia prima di per sé a mancare, ma gli impianti di lavorazione necessari a renderla fruibile a livello industriale. I terreni e gli imprenditori in grado di coltivare la Cannabis, infatti, ci sono, ma non hanno le autorizzazioni necessarie, oppure producono solo per uso ricreativo, perdendo tutti i profitti che deriverebbero da un’adeguata lavorazione industriale. Per quanto spesso si tratta di piccoli o piccolissimi imprenditori agricoli, qualche volta improvvisatinon mancano gli esempi e nella maggior parte dei casi sono quelli che producono solo esclusivamente per il mercato ricreativo- sull’onda della moda e dell’attrazione al guadagno facile, che hanno poca preparazione e pochissime risorse finanziare da investire.  Nuovamente si sconta il periodo del proibizionismo, in quanto non sono mai stati fatti investimenti su impianti di produzione specifici, ma sono stati adattati quelli della produzione del lino, fibra assai meno forte di quella della Canapa. Basti pensare che non si è più investito in tecnologie di automazione dagli anni ’40 e i risultati si vedono.

Vedendo, invece, l’ambito Terapeutico, Croce fa presente che vi è stato negli ultimi anni un avanzamento notevole per quanto concerne il permesso ed il diritto di impiego ai fini terapeutici, in particolare per la terapia del dolore, ma non solo. Questo avanzamento c’è stato sia a livello nazionale che regionale, ma, come già accennato in precedenza, la domanda supera l’offerta. Federcanapa ha richiesto al Governo di impiegare i fondi utilizzati nell’acquisto di Cannabis da Paesi stranieri nell’incentivare il mercato nazionale, ma non vi è stata alcuna risposta valida al riguardo. Un’ipotesi, caldeggiata da diversi esperti, sarebbe quella di coinvolgere maggiormente le Regioni nella gestione della domanda e dell’offerta, essendo direttamente investite dalla tematica.

Giungendo, infine, all’ambito ricreativo, c’è da dire che la normativa inerente l’utilizzo della cosiddettaCannabis Lightè in ritardo. La posizione di Federcanapa è quella di richiedere che si possa coltivare anche il fiore di Canapa, in base a normative definite che specifichino chiaramente se le specie sono iscritte al catalogo europeo, il contenuto di THC, la destinazione d’uso. Nuovamente si sconta il costo delle lacune normative nazionali.

In conclusione, il quadro è assai complesso ed in divenire, con da un lato la preoccupazione che questo mercato nascente si riveli un aborto improvviso, e dall’altro la speranza che, invece, si possano recuperare in breve tempo più di 40 anni di ritardo. Molto dipende dall’attuale Governo e dalle scelte che farà in merito. Poi vi sarà il lungo e travagliato percorso di costruire una cultura della coltivazione della canapa nei produttori, fase durante la quale i produttori improvvisati saranno spazzati fuori dal mercato, e individuare investitori e investimenti, pubblici e privati. Siamo ben lontani dai livelli canadesi o americani, dove le compagnie della canapa sono quotate in borsa, molto probabilmente non si raggiungerà mai quello standing, ma una possibilità importante per l’economia italiana nella canapa c’è, se ci fosse una accelerazione intanto da parte del legislatore il processo di ricostruzione della canapa italiana potrebbe partire.

Cannabis: un ‘quasi’ mercato destinato ad abortire? Il Mercato della Cannabis in Italia cerca disperatamente di nascere, ma le difficoltà sono molte, tra mancanza di normative chiare, investimenti, sistema produttivo di livello industriale: ne parliamo con Alessandro Bozzini, Giampaolo Grassi, Beppe Croce">