Politica Esteri

Cannabis: un gene dietro la dipendenza Rassegna stampa della canapa nelle testate estere, dal 17 al 21 giugno 2019

Una ricerca scientifica condotta in Danimarca dimostrerebbe che una particolare variante genetica espone in alcuni casi al rischio di dipendenza dalla cannabis

 

Danimarca

Uno studio scientifico dimostra che alcune persone potrebbero avere una predisposizione genetica per la dipendenza da cannabis

Una recente ricerca mostra una variante genetica che potrebbe accrescere il rischio di disordini nell’uso della cannabis. Di tanto in tanto si leggono storie di persone che raccontano la propria dipendenza, anche e non solo nel corso di incontri dell’Anonima Marijuana dove si descrivono vicende forti di rovina umana ed esistenziale proprio a causa della dipendenza dalle foglie di marijuana. Allo stesso tempo, milioni e milioni di americani continuano a farne uso senza manifestare alcun tipo di tematica similare o storie di dipendenza alcuna.

Persino il Governo Federale ha stabilito che la marijuana non dà più dipendenza di quanta ne dia la caffeina, una sostanza che non solo è legale ma è largamente accettata ed utilizzata dalla maggioranza della popolazione. Quindi cos’è questa cosa che la marijuana causa in alcune persone certi problemi mentre altre persone possono usarla normalmente e non finire mai preda della dipendenza?

I ricercatori danesi ritengono di avere finalmente la risposta a questa domanda. Anche se non si sapeva molto sulla dipendenza da cannabis fino a questo punto, hanno trovato evidenza di una variante genetica chiamata CHRNA2 (recettore colinergico nicotinico subunità α2) che sembra aumentare il rischio di dipendenza da cannabis.

Un Professore associato presso la ‘Aarhus University’ in Danimarca, Ditte Demontis, ha affermato che, dopo aver confrontato i genomi di oltre 2.000 tossicodipendenti con circa 50.000 individui sani, questa variante era il denominatore comune nella equazione. I risultati sono poi stati confermati confrontando i risultati con un database islandese costituito da più di 5.000 persone con disturbo derivante da uso di cannabis ed altre 3.000 che ne erano prive.

È importante sottolineare che, mentre sembra che alcune persone possano avere una predisposizione genetica per la dipendenza da cannabis, la variante da sola non garantisce automaticamente che qualcuno sia destinato a diventare dipendenteI risultati, che sono stati pubblicati nell’ultima rivista ‘Nature Neuroscience’, suggeriscono solo che le persone le quali possiedono la variante hanno più probabilità di soffrire di questo disturbo rispetto alle persone che non la possiedono. I ricercatori credono che ci potrebbero essere dozzine di geni in più che alla fine dipingeranno un quadro più vivido di come la dipendenza da cannabis possa svilupparsi.

«La nostra variante del gene non è sufficiente per spiegare tutto ma può essere il primo blocco alla base della costruzione della torre», ha affermato lo studioso Demontis. Allo stato attuale, circa il 10% dei consumatori di cannabis sperimenterà problemi di dipendenza, secondo il ‘National Institute on Drug Abuse’. Ma ci si ferma subito nel definirla una dipendenza, dato che l’abitudine ad usare cannabis per scopo ricreativo non si manifesta con le stesse ripercussioni che si manifestano, per fare degli esempi, con gli oppioidi o altre sostanze più complesse.

Il Professore esperto in Medicina presso l’Università di Harvard J. Wesley Boyd spiega che la dipendenza da cannabis è molto più lieve rispetto a quella da alcool o altre droghe. «Coloro che smettono generalmente sperimentano effetti molto lievi rispetto ad altri tipi di allontanamento da forme di dipendenza, pulsazioni elevate, irritabilità e desideri incontrollati», ha affermato alla testata ‘The Conversation’. «Questi sintomi sono molto meno ovvi o potenti che quelli ravvisati quando qualcuno è dipendente ad alcool, farmaci painkiller o tranquillanti che si smette all’improvviso d’usare».

I ricercatori danesi ora vogliono collaborare con gli scienziati americani per approfondire la questione della dipendenza da cannabis e corroborare ulteriormente le loro scoperte. Anche se Demontis ritiene che “quello che abbiamo trovato è il rischio genetico che riguarda il come si reagisce al farmaco”, i risultati devono ancora essere confrontati con altri database al fine di verificare gli esiti finali.

È interessante notare che, mentre c’è qualche ricerca in giro che correla la schizofrenia e il disturbo dell’uso di cannabis, il gruppo di ricerca danese non ha trovato questa connessione. Tuttavia, gli studiosi hanno scoperto che le persone che soffrono di disturbi da consumo di cannabis non sono così istruite come quelle senza questa condizione specifica. Ma i ricercatori sono stati poi rapidi nel dire che le loro scoperte non vogliono in alcun modo affermare che tutti coloro che abusano di marijuana rientrino in questa categoria, ma solo che c’era un collegamento tra dipendenza e rendimento educativo.

Mentre sono alquanto incuriositi dallo studio danese, gli scienziati degli Stati Uniti sono però cautamente ottimisti sui risultati. Joel Gelernter, professore di psichiatria alla ‘Yale School of Medicine’, vuole esaminare personalmente i dati. Ed ha riferito alla rivista ‘Scientific American’: «E’ molto probabile che [questa scoperta] aggiunga qualcosa che è veramente di un certo interesse per la nostra comprensione biologica della natura della dipendenza da cannabis e sul perché alcune persone abbiano più probabilità di diventare dipendenti da cannabis rispetto ad altre». Howard Edenberg, un illustre Professore presso la ‘Indiana University’, specializzato in genetica, sostiene che la scoperta di ancor più geni è necessaria prima di avere una chiara visione sul loro ruolo nella dipendenza da cannabis. «Sappiamo che ci manca una parte molto più grande del puzzle» ha detto ai media che lo hanno interpellato su questo tema. Tuttavia, i ricercatori credono che le loro scoperte daranno ai medici specializzati gli strumenti utili per identificare la dipendenza da cannabis nei pazienti prima ancora che questo ponga loro un grave problema.

 

Canada

Le bevande a base di marijuana non potranno utilizzare termini come ‘birra’ o ‘vino’

Sebbene il concetto di bevande a base di THC-infuso inizialmente lo si riteneva come una vera e propria autostrada verso il successo attraverso un commercio più moderno della cannabis, con un’industria in forte espansione e grandi livelli di redditività, molto probabilmente non si assisterà, nella realtà, a tutto questo con così notevole rapidità, perlomeno non nel corso dell’anno corrente, quando è stato ammesso e legalizzato nella parte Nord della Nazione. ‘Health Canada’ ha recentemente pubblicato le regole a cui i produttori di bevande a base di cannabis devono attenersi per poter erogare bevande a base di cannabis nei prossimi mesi. E bisogna dire che ci sarà sicuramente una mancanza di appeal quando questi prodotti finiranno sugli scaffali a metà dicembre. I produttori canadesi di bevande stanno cercando di capire come marchiare i loro prodotti per renderli appetibili per il consumatore quando i mercati dei prodotti edibili apriranno alla fine di quest’anno. Ma ci sono rigide limitazioni che devono essere seguite per quanto riguarda gli imballaggi che alimentano più di qualche timore circa il rendere questi prodotti difficili da vendere.

Per cominciare, nessuna delle bevande può usare la terminologia nemmeno allusiva tipo birrao vinoper dare al consumatore un certo punto di riferimento circa cosa il prodotto potrebbe avere in quanto a sapore. Inoltre, tutte le bevande infuse con THC devono essere confezionate secondo le stesse linee guida degli altri prodotti in vetro venduti in Canada. Ciò significa, ad esempio, che tali prodotti saranno presentati in contenitori opachi a prova di bambino con etichette semplici. Saranno utilizzate dizioni molto generiche tipo ‘Barley Soda”’e già si affaccia il timore parecchio esteso tra i potenziali investitori e produttori circa la appetibilità in termini di linguaggio pubblicitario sui principali media nazionali.

Differentemente da quel che accade negli Stati Uniti dove 11 Stati hanno legalizzato la marijuana ad uso ricreativo, il Canada, che pure era parecchio avanti in materia e ben prima di ogni altro al Mondo, oggi ha adottato un approccio ambivalente nel puro ambito della commercializzazione della marijuana. Ad esempio, in materia di bevande contenenti la cannabis o THC trattato, non solo oggi si ‘oscura’ la dizione ‘vino’ o ‘birra’ ma la regolamentazione che va ad essere applicata in Canada prevede la restrizione anche verso le dizioni tipo ‘Lager’, ‘Chardonnay’ o ‘Riesling’.

In qualche modo si può intuire che la natura restrittiva delle leggi che regolamentano il packaging danno alle società che operano nel settore della cannabis una opportunità si stabilire qualcosa di tutto proprio, innovativo. Ma fin dalla radice del concetto di branding, sono state eliminate le equazioni cannabis-marchi oggi messe in un angolo, oscurate, allontanate dalla vista e dalla visibilità più in generale, il che dovrebbe essere proprio l’anima del commercio. E così, oggi, alcune società paiono giocare con l’inventiva, creando marchi come ‘Barley Soda’ oppure ‘Donnelly Jokes’. Ma si tratta di terminologie che non dicono niente oppure -peggio ancora- confondono il potenziale cliente o acquirente.

La scena dei prodotti derivati dalla lavorazione del THC contenuto nelle bevande, secondo alcuni recenti data derivanti da studi di settore come Deloitte oggi riscuotono un controvalore di 1.6 miliardi di dollari nel mercato canadese. Il che vuol dire che non si tratta proprio di bruscolini.

 

Stati Uniti

I giovani adulti che vivono nei pressi di una farmacia consumano più cannabis

La dizione ‘giovani’ crea confusione ed i risultati contrastano quelli di una precedente ricerca. Un nuovo documento emesso da RAND afferma che i giovani adulti che vivono nei pressi di centri vendita autorizzati e soprattutto farmacie, usano marijuana più dei loro pari età ed hanno una visione più positiva nei confronti delle droghe. Secondo la ricerca condotta da Regina Shih, direttrice di RAND ‘Social and Behavioral Policy Program’ ed uno scienziato senior responsabile presso la stessa struttura, le persone con età collocabile tra i 18 anni ed i 22 sembrano maggiormente disposti ad usare cannabis in particolar modo se vivono in prossimità di alcune farmacie oppure semplicemente nei pressi delle loro insegne. Gli autori suggeriscono che i loro risultati hanno mostrato che il Governo potrebbe regolamentare quel tipo di segnaletica farmaceutica in termini di strategia utile per implementare i tassi di marijuana venduta nella fascia demografica dei cosiddetti ‘giovani adulti’.

Questa ricerca, effettuata da RAND, è la prima nel suo genere che mostra l’attinenza tra l’insegna delle farmacie e dei dispensari nel sostenere un atteggiamento maggior apertura o una maggiore predisposizione all’acquisto ed all’uso.

In ogni caso, lo studio contraddice direttamente un altro che era stato reso pubblico proprio nel corrente mese di giugno sulla rivista ‘Substance Abuse and Misuse’ dove s’era trovato che vivendo nei pressi di farmacie non ha alcuna correlazione con l’uso tra giovani adulti della cannabis.

La ricerca RAND è stata condotta su un campione di 1.887 giovani adulti a Los Angeles e nella sua contea attraverso un’intervista online somministrata tra il 2016 ed il 2017 e che è stata attualizzata. Le cose che i ricercatori volevano dimostrare comprendevano il consumo di cannabis nello scorso mese, specialmente dati sulla frequenza, sul consumo giornaliero e così via. Altri dati rilevanti raccolti hanno compreso se i giovani adulti si aspettassero risultati positivi dalla cannabis e su cosa pensassero dell’uso della cannabis tra i loro pari.

La ricerca RAND ha corretto i dati per fissare i livelli individuali sociodemografici e le caratteristiche del vicinato in termini di status socioeconomico ed ha rilevato che i dati hanno indicato come «vivere nei pressi di un più alto numero di farmacie e dispensari era associato con un più grande numero di giorni di utilizzo nel mese precedente».

Inoltre, i risultati hanno dimostrato che vivere nei pressi dispensari con insegne luminose ha da quattro a sei volte un effetto maggiore rispetto al numero di volte usate al giorno per aspettative positive, rispettivamente, in comparazione con altre associazioni con dispensari o farmacie dal solo uso medicale di cannabis. In questo modo, l’insegna proverebbe un maggior utilizzo e disponibilità all’uso rispetto alle farmacie stesse.

 

Israele

Lanciato il nuovo inalatore Teva, i materiali per assemblarlo giungono dall’Olanda

Dopo anni di sviluppo e decine di milioni di dollari di investimenti, Saiki ha annunciato il lancio del suo nuovo inalatore per cannabis. Il prezzo è 8 NIS + 1.950 per le cartucce. La cannabis proviene dall’Olanda con l’approvazione del Ministero della Salute, alcuni sostengono di essere contrari alla procedura. ‘Syge, l’impresa manifatturiera che realizza il nuovo inalatore che sarà siglato col marchio ‘Teya Pharmaceuticals, segnala il lancio del nuovo apparecchio già nella giornata di mercoledì al pubblico dopo 8 progetti realizzati in precedenza raccogliendo circa 83 milioni di dollari USA in controvalore. Il prezzo del nuovo inalatore è NIS 1.950 ed il prezzo delle cartucce è NIS 740. Ogni cartuccia durerà circa un mese e la dose di cannabis sarà determinata dal medico curante.

Le cartucce ‘Saiki’ sono precaricate con cannabis grezza che non è stata esaurita, senza additivi o manipolazioni chimiche. Un’infiorescenza grezza del tutto naturale. Secondo fonti del settore, si tratta di una palese violazione delle procedure, che è stata effettuata con l’approvazione del direttore dello ‘Yuval Landstaff’ della JNF, simile al permesso di importare piante di cannabis dagli Stati Uniti che aveva precedentemente dato ad una società privata in violazione della legge. Un esame della rivista Cannabis mostra che Saiki possiede anche il permesso di importare cannabis dai Paesi Bassi solo a scopo di ricerca ma ha ricevuto un permesso temporaneo per utilizzare questo certificato anche per il commercio, con l’approvazione di Landshft ed entro quanto descritto dal testo della legge.

 

Israele

Il Ministero della Sanità ammette: l’Unità Cannabis Medicale ha fallito

I dati del Controllo di Stato indicano che quest’anno una percentuale troppo grande delle denunce sono proprio contro l’Unità Cannabis Medicale del Ministero della Sanità. Voci hanno poi fatto seguito ai fallimenti dell’unità sotto la guida di Yuval Landstaff che recentemente hanno condotto alle dimissioni due dei suoi funzionari più alti in grado.

Un nuovo articolo della testata Here rivela alcuni dei fallimenti della unità per la cannabis medicale sotto la guida di Landstaff, la gran parte dei quali è stata illustrata circa le ultime settimane. Uno dei problemi di maggior spicco nelle falle evidenziate dall’amministrazione recente di tale unità ministeriale sulla cannabis ha riguardato lo scompenso nei numeri tra i pazienti autorizzati all’accesso alla cannabis medicale, le restrizioni che sono state imposte a livello nazionale e il reale novero di disponibilità presso le farmacie autorizzate con licenze governative.

Le inchieste giornalistiche hanno evidenziato queste falle nel connettere le due entità, ovvero la platea dei pazienti autorizzati alla cannabis medicale e le disponibilità reali messe a disposizione dal Governo nazionale, in tutte queste disfasie si sono poi infilate le varie mancanze dal punto di vista strettamente amministrativo. Questo tipo di falle amministrative hanno condotto alle dimissioni dei funzionari della Unità Cannabis del Ministero della Sanità ma hanno anche visto il raccogliersi di azioni legali, a fronte di improvvise mancanze di scorte disponibili.

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