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Cannabis terapeutica, una settimana di passi avanti Dalla pubblicazione in G. U. del decreto per la semplificazione della prescrizione alla richiesta all' Olanda di un' aggiunta alla quota di importazione, fino alla proposta di Coldiretti per rendere l' Italia di nuovo competitiva nella produzione di cannabis

La ministra della Salute Giulia Grillo ha deciso di raddoppiare l’import di cannabis dall’Olanda per uso terapeutico, garantendo ai pazienti che la assumono una continuità di cura. «Cerchiamo così di dare una rapida e concreta risposta alle richieste pressanti e legittime dei pazienti e dei loro familiari. Questo è solo il primo passo di un percorso di attenzione che conto di rafforzare sempre di più nel tempo. Una somministrazione “a singhiozzo” e discontinua di cannabis, come di qualsiasi altro medicinale, mette a rischio i pazienti perché non garantisce i benefici che si ottengono solo grazie alla continuità terapeutica» ha dichiarato la ministra che ha inviato una lettera al suo omologo olandese, Hugo De Jonge, per richiedere l’invio di altri 250 kg di prodotto, anche se non se ne conosce la qualità (se FM-1 o FM-2) che si aggiungono ai 450 kg già pattuiti sia per il 2018 sia per il 2019. La decisione della ministra si spiega con la stima di crescita del fabbisogno dei pazienti calcolato dal ministero sulla base dei consumi effettivi degli ultimi due anni. Si tratta di ben 500 chilogrammi. Considerando che, al momento, la produzione di cannabis terapeutica è attualmente affidata (dal 2016) allo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze guidato da Antonio Medica (dove si è arrivati a produrre Cannabis FM-2 contenente THC, tra il 5% e l’ 8%, e CBD, tra il 7,5% e il 12%), con l’aggiunta delle importazioni dall’ Olanda che si sommano a quelle dalla Germania, si prevede di riuscire a coprire l’ intero fabbisogno. Ma la cosa non appare scontata e questo potrebbe richiedere, come già avvenuto, una gara pubblica europea per la fornitura di cannabis medica al governo italiano tramite il ministero della Difesa, al quale è demandata la supervisione la produzione e la distribuzione di cannabis medica in Italia.

In verità, nonostante l’ aumento della richiesta, sono innumerevoli le denunce di ritardi, mancanza di servizi, di scorte e di rifornimenti alle farmacie ospedaliere e territoriali, presentate dalle associazioni dei pazienti, tra i quali spicca il ‘Comitato Pazienti Cannabis Medica’ che, qualche giorno fa, aveva scrittoper l’ ennesima volta alla neoministra della Salute passando in rassegna tutte le criticità del settore. «Noi siamo quei malati a cui il suo predecessore disse di aspettare che le piantine crescessero … bene, abbiamo aspettato … e per molte settimane ad inizio anno molti di noi sono rimasti senza alcuna terapia» si leggeva nelle prime righe alle quali seguiva poi:  «Le ricordiamo che noi siamo, in primis, persone che hanno figli, mogli o mariti ed una vita sociale che spesso la cannabis terapeutica ci ha permesso di riottenere, dopo che moltissimi di noi avevano perso anche solo la dignità di una vita ‘normale’». Nonostante «non costituisca la panacea di tutti i mali», la cannabis salva la ‘qualità’ della vita di quanti se ne avvalgono e «per noi è tutto». Per questo – spiegava la missiva – sono intollerabili, ad esempio,  la mancata dispensa della cannabis «secondo le stesse modalità di tutti gli altri farmaci prescrivibili e per i quali è prevista l’ erogazione tramite SSN»; la non «garanzia della continuità terapeutica»; «non sia ancora stato recepito l’ art. 18 quater della legge di bilancio 2018 per regolare le norme regionali onde evitare disparità di accesso alle cure a seconda delle regioni di residenza»; la non assicurazione dell’ importazione di prodotti;  la non seria presa in considerazione di iniziative di produzione regionale di cannabis terapeutica; la non organizzazione di corsi di aggiornamento per medici MGG.

Insomma, un lungo elenco di richieste di intervento su problematiche cruciali al quale la Ministra ha risposto, ieri, con una lettera formalenella quale ha ricordato l’ avvenuta richiesta all’ omologo olandese di un raddoppiamento della quantità di prodotto destinata all’ Italia oltre che la semplificazione della prescrizione voluta dalla stessa ministra con decreto firmato il 25 giugno e pubblicato lo scorso 12 luglio che «sancisce l’uso della cannabis nella terapia del dolore in senso più ampio».

Difatti, la cannabis terapeutica, secondo quanto stabilito dal DM del 9/11/2015, può essere prescritta solo dal medico ed è permessa solo quando le terapie convenzionali non sono sufficienti: viene utilizzata in caso di gravi patologie, dalla sclerosi ai tumori alle lesioni del midollo spinale oltre che per ridurre gli effetti causati dalla chemioterapia e dalla radioterapia, contro i sintomi dell’ HIV, del glaucoma, della nella sindrome di Gilles de la Tourette. «Anche per questo è inaccettabile che la sua distribuzione non sia garantita in modo uniforme e capillare in tutto il Paese» aveva affermato la ministra qualche giorno fa.

Ma, per rendere sempre meno necessaria l’ importazione dall’ estero, si starebbe affacciando l’ idea dell’apertura di due nuove serre e altri assetti produttivi entro la fine dell’anno, magari coinvolgendo anche i privati. A questo proposito, il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvoha affermato che: «l’agricoltura italiana è oggi pronta a collaborare per la creazione di una filiera controllata. Capace di far fronte a una precisa richiesta di prodotti per la cura delle persone affette da malattia. Un progetto innovativo che potrebbe vedere il nostro Paese all’avanguardia nel mondo. La coltivazione, trasformazione e commercio della cannabis a scopo terapeutico per soddisfare i bisogni dei pazienti potrebbe avvenire anche in Italia, e garantire un reddito di 1,4 miliardi e almeno 10 mila posti di lavoro dai campi ai flaconi».

«Solo utilizzando gli spazi già disponibili nelle serre abbandonate o dismesse a causa della crisi nell’ortofloricoltura, la campagna italiana può mettere a disposizione da subito mille ettari  di terreno in coltura protetta» suggerisce Coldiretti. Infatti, precisa l’ associazione, «si tratta di ambienti al chiuso dove più facilmente possono essere effettuate le procedure di controllo da parte dell’autorità preposte per evitare il rischio di abusi. Una opportunità che va attentamente valutata per uscire dalla dipendenza dall’estero e avviare un progetto di filiera italiana al 100 per cento che unisce l’agricoltura all’industria farmaceutica».

«Negli anni 40 con ben 100mila gli ettari coltivati l’Italia era il secondo produttore mondiale della cannabis sativa, che dal punto di vista botanico è simile alla varietà indica utilizzata a fini terapeutici» ha ricordato il presidente Moncalvo.

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