Politica Esteri

Cannabis: tanti registri per un quadro europeo da comporre Cannabis: tanti registri per un quadro europeo da comporre. Esempi virtuosi, resistenze e una competenza necessaria al centro del dibattito istituzionale dell’UE. Intervista a Elly Schlein, Deputata europea di Possibile e membro del Gruppo Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici

Come sembrano suggerire le ‘dita’ della sua foglia, la ‘Cannabis sativa’, con le destinazioni e le politiche differenziate che la riguardano, ha imboccato varie direzioni.

Ragioni essenzialmente quantitative – la percentuale di THC, principio psicoattivo presente nella pianta – sembrano bastare a definire il divario tra lecito e illecito, aprendo le porte alla filiera agroindustriale della canapa, ai prodotti da essa derivati e al mercato del ‘light’, disciplinato in Italia in base alla Legge n. 242/2016 (che regola l’intera filiera), i cui prodotti sono venduti nelle tabaccherie ed esercizi specializzati.

Tuttavia le resistenze, nella società come nel dibattito politico interno ed europeo, permangono: non tanto per l’evoluzione dell’uso medico-terapeutico, rispetto al quale si è assistito, dal 2006, a un’evoluzione positiva nonostante i vincoli tuttora posti alla produzione nazionale, ma su una effettiva legalizzazione di ciò che ruota intorno al consumo personale (coltivazione, detenzione, reperibilità) della cannabis.

Sotto il primo profilo, l’assenza di un’armonizzazione tra Stati membri può porre problemi pratici, ad esempio, quando un cittadino UE esibisca una tessera che lo abilita all’uso medicinale personale della cannabis all’interno dello Spazio Schengen (per cui dovrebbe essere comunque tutelato), ma fuori dal proprio Stato. Per ciò che riguarda la produzione industriale diversificata, come risulta dall’analisi di Davide Fortin, Ricercatore del Marijuana Policy Group di Denver (Colorado), intervistato per ‘L’Indro’ da Alessandro Albano, un’omogeneità normativa potrebbe essere uno svantaggio allo sviluppo della canapicoltura, considerata l’influenza del clima (che, in Italia, produce tassi più alti di THC che in Nordeuropa), oltre a suscitare potenziali conflitti di interesse tra chi spinge per un alzare limiti di THC negli alimenti (come l’European Industrial Hemp Association) e alcune aziende sementiere che tuttora operano nello spazio europeo in regime di oligopolio.

Abbiamo visto come l’attitudine dei diversi Paesi verso la legalizzazione del consumo personale di questa sostanza comporti esperienze variamente connotate da Stato a Stato, e come il dibattito per l’approvazione di una legge in materia – avviato dall’iniziativa dell’Intergruppo parlamentare, corroborata dai dati della DNA – sia stato affossato nel corso della precedente legislatura.   La Decisione quadro 2004/757/GAI del Consiglio dell’UE, relativa alle sanzioni per traffico illecito di stupefacenti, distingue, come ha ricordato la Senatrice Nadia Ginetti,le condotte inerenti al consumo personale (escludendone dal proprio ambito) da quelle finalizzate allo spaccio. Una distinzione che in Italia manca.

Data la variegata attualità delle esperienze nazionali, è lecito interrogarsi sugli eventuali nodi di discussione presenti all’interno del foro europeo. Ne parliamo con Elly Schlein, Deputata europea di ‘Possibile‘ e membro del ‘Gruppo Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici

Onorevole Schlein, qual è il tenore del dibattito a livello istituzionale UE in materia di cannabis – nei suoi diversi utilizzi -, quali sono i Paesi più propositivi e qual è il ruolo dell’Italia, considerando l’evoluzione legislativa e la presentazione, nel 2018, delle nuove proposte di legge?

Anzitutto, ci misuriamo con un dato di fatto: le competenze europee in tema di cannabis sono abbastanza ridotte, nel senso che sono soprattutto inquadrate nell’ambito dei reati transnazionali inerenti al traffico illegale, con la possibilità aggiuntiva di integrare l’azione degli Stati membri nella riduzione dei danni alla salute.

Non abbiamo un’armonizzazione europea su questo tema e il quadro resta, purtroppo, molto frammentato. Anche l’Agenzia europea per i Medicinali (EMA) ritiene che, comportando la cannabis effetti psicoattivi, l’uso come farmaco rimanga sottoposto alle regole nazionali sull’uso delle sostanze stupefacenti. Diciamo che la discussione, in sede UE, sconta l’assenza di una competenza propria, europea, in grado di andare oltre l’approccio differenziato dei diversi Stati membri e delle legislazioni nazionali, e si concentra soprattutto sugli usi medico e industriale. Ciò non vuol dire che non vi sia un articolato dibattito in tale sede. Si sono tenute diverse conferenze, organizzate in particolare al Parlamento europeo, sui vari aspetti legati alla coltivazione e agli usi della cannabis, specie in campo medico e industriale. Il dibattito, perciò, è acceso.

Per quanto attiene all’uso ricreativo, su cui pure abbiamo cercato di rianimare la discussione in Italia con la presentazione di una Legge di iniziativa popolare  lanciata con la campagna ‘Legalizziamo’, nonché con altre iniziative che si collocavano nel solco tracciato dall’Intergruppo, per ora è concesso, per piccole quantità, solo in alcuni Paesi: Olanda, Austria, Lussemburgo, Spagna… Invece, sull’uso medico i Paesi aumentano di numero: anche Repubblica Ceca, Finlandia, Germania, Italia e persino Polonia.

Ci sono stati sviluppi anche recenti: l’anno scorso è stato avviato un dibattito in Grecia, mentre sia in Irlanda che in Danimarca si lavora per regolamentare l’uso medico della cannabis. Ricordiamo che è scientificamente provato che abbia effetti importanti nella cura di persone affette da gravi patologie come la sclerosi multipla o l’epilessia, oltre a lenire gli effetti della chemioterapia. Tutto questo non si può più ignorare e gli sviluppi, a livello europeo, sembrano dare risultati positivi.

Circa l’uso industriale, è evidente come esso abbia scontato l’approccio proibizionista. Pensiamo all’Italia che, negli anni 50, figurava tra i primi produttori di canapa. Abbiamo perso questo primato per effetto di una politica proibizionistica. Gli usi sono molteplici: carta, plastica biodegradabile, un importante apporto alla bioedilizia, ma anche vestiti… Quindi ci sono potenzialità di sviluppo molto importanti, che sono state in qualche modo mortificate da legislazioni poco avanzate. Qualche passo positivo in Italia è stato fatto recentemente dalla Legge 242/2016. In più, qualche giorno fa, gli agricoltori italiani hanno chiesto di rivedere gli aspetti della normativa sull’uso industriale per ciò che riguarda le infiorescenze, oggetto dell’ultima Circolare ministeriale.

Meno vivo si presenta, negli Stati membri, il tema dell’uso ricreativo, malgrado tutta l’urgenza di avviare una riflessione. Ci sono modelli virtuosi. Per rimanere in Europa, il Portogallo, che nel 2000 ha deciso per la depenalizzazione, al tempo molto criticata. I risultati, però, si vedono: parliamo di un Paese in cui le morti da overdose sono scese, il tasso di mortalità comunque legato all’utilizzo di sostanze stupefacenti è di 5 volte inferiore alla media europea e non abbiamo assistito a un aumento dei consumi – una delle argomentazioni più usate dai detrattori… Aumento che non c’è stato neppure nel caso del Colorado, dove i dati sono positivi anche per gli adolescenti (la categorica più vulnerabile, in questo senso).

Tutto porta ad aggiornare le riflessioni, a un dibattito più articolato. In Italia fece discutere anche l’intervento della Procura nazionale Antimafia, che già nel 2015 si espresse a conferma del fatto che l’approccio proibizionista, oltre a essere inefficace, è molto più costoso. Non solo perché andare nel senso della legalizzazione toglierebbe alla criminalità organizzata uno dei settori maggiori per le sue entrate, ma anche in quanto la repressione penale e l’intero apparato che serve a farla funzionare hanno un loro costo, anche per ciò che riguarda l’uso della cannabis.

Esiste un’Autorità europea di controllo?

Il monitoraggio è compito della European monitoring Centre for Drug and Drug Addiction (EMCDDA), che fa statistiche utili alle nostre riflessioni sul tema a livello europeo. Da una sua indagine recente, emerge che la quota più ampia del mercato europeo di sostanze illecite è rappresentata proprio dalla cannabis. A maggior ragione, questo ci fa capire che, se l’approccio fosse un altro, potrebbe portare a un contrasto forte delle mafie e di altre forme di criminalità organizzata radicate in tanti Paesi europei, che gestiscono la produzione e la distribuzione di queste sostanze.

Per il resto, ne abbiamo parlato nell’aula plenaria di Strasburgo, ma, ripeto: non essendoci una competenza chiara su questo tema, è evidente che ne parliamo soprattutto in occasione delle riunioni in sede ONU in materia di droghe e, ovviamente, quando si tratta di aggiornare il Piano europeo (EU Drug strategy and Action Plan) della Commissione.

Questa mancanza di competenza, comunque, impedisce di poter avanzare proposte di argomentazione a livello europeo. Sono fermamente convinta che tutti questi sono temi che hanno una forte dimensione europea e che potrebbero essere essere meglio affrontati dagli Stati membri a un livello unionale, secondo approcci più coordinati. Per ora ci dobbiamo accontentare dello sviluppo positivo di alcuni singoli dibattiti nazionali, nella speranza che portino anche altri Stati ad andare nella stessa direzione.

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