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Cannabis: ragioni ‘sociali’ di una legge e incoerenza di sistema Evoluzioni americane, discrepanze europee e nuove spinte nazionali alla regolamentazione. Intervista alla Senatrice Nadia Ginetti, prima firmataria del Disegno di legge n. 231, presentato in Senato il 6 aprile

Se guardiamo all’attenzione istituzionale rivolta alla cannabis in diversi Paesi del mondo, venti di novità soffiano, già da qualche anno, sulla ‘vecchia’ Europa da oltreoceano. In particolare in Uruguay, troviamo un monopolio statale e la piena liceità di produzione e consumo personale legalmente registrati ai sensi della Legge 19.172 del 20 dicembre 2013, benché la vendita in farmacia abbia avuto inizio solo l’estate scorsa per due prodotti a basso contenuto di THC (la molecola responsabile degli effetti psicoattivi, principale ‘imputato’ nei dibattiti sulla legalizzazione). Altri Paesi, come Cile, Argentina, Perù e Colombia, si sono mossi: a una maggiore prudenza per le condizioni relative al consumo ‘domestico’, autorizzato per soglie legalmente definite (tra i 4 e i 20 grammi), è promossa la produzione di derivati a fini di ricerca e per curare malattie gravi come l’epilessia refrattaria (Sindrome di Dravet).  In Cile, nel dicembre 2015, un Decreto governativo ha regolamentato la coltivazione, l’elaborazione e la vendita a fini scientifici e terapeutici, previa autorizzazione dell’Istituto di Salute Pubblica. A differenza della detenzione personale (illegale), lo Stato autorizza il consumo ricreativo, auto-terapeutico o «spirituale», a condizione che ciò avvenga individualmente e in spazi privati. Intanto, a fine marzo la Camera dei Deputati cilena ha approvato un DDL (‘Ley del Cultivo Seguro’, che ora dovrà passare il vaglio del Senato) contenente importanti novità, soprattutto la possibilità di consumare – previa autorizzazione e rilascio di ricetta medica – cannabis auto-coltivata e prodotti da essa derivati a fini terapeutici.

Negli USA sono 30 gli Stati che, con legge nazionale, autorizzano l’uso medico della cannabis. Ai 5 Stati pionieri che hanno legalizzato la vendita, il possesso e il consumo a fini ricreativi (Colorado e Washington nel 2012; Oregon, Alaska e Washington D.C. nel 2014) si aggiungono, a valle del referendum del 2016,  Maine, Massachusetts, Nevada, California (dove è legale dal primo gennaio 2018)… E Vermont, un piccolo Stato a guida repubblicana che ha legalizzato il possesso (28 grammi) e la coltivazione (4 piante) per via parlamentare: l’unico modo possibile previsto dalla Costituzione, che in materia non permette di ricorrere all’ ‘Election Day’. La nuova Legge, che non prevede cessioni alla grande industria, entrerà in vigore nel mese di luglio.  Anche in Canada, dove per legge si rilasciano licenze produttive e per uso terapeutico, si sta lavorando a una nuova normativa sull’uso ricreativo, già annunciata in campagna elettorale (2015) dal premier Justin Trudeau, che dovrebbe vedere la luce – Senato permettendo – entro la fine dell’anno in corso.

La materia si evolve rapidamente e anche i diversi ordinamenti europei si mostrano sensibili in proposito. Il consumo legalmente autorizzato e controllato comporta un difficile bilanciamento tra funzione sociale, terapeutica e deterrenza contro gli abusi dannosi alla salute e il commercio illegale. L’attenzione sulla natura del consumo è evidente non solo in Paesi tradizionalmente ‘liberali’ come l’Olanda, la cui tolleranza sul consumo di droghe leggere risale agli anni ’70, ma anche in Spagna, Portogallo e Repubblica Ceca. La Francia, invece, sanziona penalmente ogni forma di autoproduzione, possesso e consumo ricreativo, mostrandosi piuttosto impermeabile alla nuova ‘corrente’ e limitandosi ad autorizzare, in base a una norma poco ‘reclamizzata’ (che fa parte del ‘Code de la Santé publique’ dal 2004, poi integrata nel 2007 e nel 2013), il commercio di prodotti tuttora poco disponibili sul mercato, quali il Sativex o il Marinol. Quest’ultimo, legale negli Stati Uniti dal 1986, è privo di CBD, un cannabinoide impiegato nella terapia del dolore (soprattutto per persone malate di tumore o di AIDS) e secondo solo al THC nella cannabis sativa, del quale tampona gli effetti psicotropi.

Nondimeno, lo scrimine più forte a livello politico esiste tra liceità dell’uso medico – e domanda crescente di somministrazione, oggetto di normative ad hoc in diversi Paesi del mondo – e percezione dell’uso ricreativo come ‘sovrastruttura’, tabù o termine ambiguo di un rapporto che lega aspetti patologici e sociali: l’attitudine verso le droghe leggere – e le sue potenziali implicazioni sulla salute – come ‘insieme sfumato’, le realtà favorevoli a un incontro tra domanda e offerta illecita, e le strategie criminali che gestiscono i diversi mercati. Proprio tale ambiguità percettiva, riflesso del tempo presente, può comunicarsi all’elaborazione o allo stallo di una proposta legislativa. Proprio in Olanda, queste frizioni risultano da un rapporto del Sindacato di Polizia (NPB), che definisce il proprio Paese un ‘narco-Stato’. Collegando il business derivante dalla vendita di cannabis, droghe sintetiche e cocaina alla tolleranza mostrata dalle autorità nel corso di quattro decadi, che oggi farebbe – secondo quanto riportato – da sfondo a ottime relazioni tra affaristi e politici, il documento ha innescato uno scontro interno e la reazione di smentita del Ministro della Giustizia, Ferdinand Grapperhaus, che ha ribadito l’impegno dello Stato olandese nella lotta al crimine organizzato intorno al narcotraffico.

In questo scenario variegato, in Italia anche la società civile è attiva nella raccolta delle firme. Pensiamo a ulteriori proposte di ‘allargamento’ sulle inerenti questioni produttive e di consumo che, ha osservato l’ex-Relatore Daniele Farina, saranno presentate in Parlamento da diverse realtà associative (come Antigone, Fuoriluogo, Associazione ‘Luca Coscioni’, Associazione Cannabis Terapeutica) nonché alle iniziative avviate a livello regionale – di cui peraltro le associazioni costituiscono l’anima –  secondo l’esempio recentissimo che arriva dalla Sardegna. Con un doppio quesito, incluso nelle proposte del Comitato referendario ‘Pro Sardinia’, guidato del Consigliere Paolo Zedda, la Regione Autonoma chiede l’autorizzazione a coltivare cannabis a fini terapeutici, ai sensi del Testo Unico del 1990 (Art.27) e del Decreto fiscale approvato a fine 2017, e «la legalizzazione della coltivazione, lavorazione, vendita e uso di cannabis e i suoi derivati per qualsiasi fine». Il ‘nodo’ del secondo punto, diversamente formulato ancorché assistito da un Dossier sugli effetti positivi della legalizzazione, è lo stesso che ha portato all’affossamento del DDL presentato e discusso nella trascorsa legislatura.

Nel Manifesto dell’Intergruppo parlamentare costituito nel 2015 su iniziativa del Senatore Benedetto Della Vedova, si legge che «L’opzione antiproibizionista sulla marijuana», intesa come «concreta strategia di governo», produrrebbe «effetti positivi sul piano sociale, sanitario e del contrasto alle organizzazioni criminali (…) con una dimostrabile efficienza sul piano fiscale». Sulla scia dei Paesi che si sono dotati di una disciplina specifica, con i dovuti adattamenti al contesto nazionale e in forza delle risultanze della Direzione Nazionale Antimafia (che ha denunciato gli effetti inibitori di un proibizionismo assoluto sull’azione repressiva e il contrasto delle organizzazioni criminali), il legislatore è stato, a suo tempo, invitato a  «organizzare una vera riflessione pubblica su questo tema».

Oltre all’iniziativa referendaria della Regione Sardegna troviamo, oggi, 3 proposte di legge depositate tra marzo e maggio.  Riprendiamo, allora, i fili dell’iter legislativo alla luce del Disegno di legge n. 231 presentato lo scorso 6 aprile dalla Senatrice Nadia Ginetti (PD) – «Disposizioni in materia di impiego farmaceutico e medico della cannabis e legalizzazione della coltivazione, detenzione e consumo personale della stessa e dei suoi derivati» – cui lasciamo la parola.

 

Senatrice, leggendo Sua Relazione al documento, la proposta risulta molto articolata. Gli articoli, 6 in totale, riguardano un bilanciamento di interessi che tocca sia la tutela della salute che la repressione di attività illecite legate al traffico, oltre a una particolare attenzione alle giovani generazioni e agli aspetti sociali (e sociologici) legati alla circolazione e all’uso delle sostanze in questione. Soffermandoci sui primi 3 articoli, che prevedono un diverso regime sanzionatorio relativo alla produzione e al consumo ‘privati’, cosa propone questa legge in termini di novità rispetto alla disciplina vigente, in una materia tanto gravata da successivi ripensamenti?

Il mio DDL era già stato presentato nella scorsa legislatura. L’obiettivo era intervenire anche rispetto all’estensione della produzione per uso terapeutico della cannabis, in parte soddisfatto con l’emendamento al Decreto fiscale di fine 2017. Dico ‘in parte’ perché, in realtà, il testo prevede ulteriori estensioni sulla possibilità di produzione, che non è solo appannaggio dell’Istituto chimico farmaceutico militare di Firenze o di enti individuati e autorizzati, ma è un po’ più ampio: sempre su autorizzazione, ma meno contingentato, esso mira a una produzione molto più estesa, fermo il rispetto dei protocolli di qualità di livello internazionale. A parte le disposizioni relative all’impiego farmaceutico e medico, il DDL disciplina, nei primi articoli, la coltivazione e la detenzione ai fini del consumo personale: il loro divieto, oggi, è in contrapposizione con la stessa possibilità di consumare cannabis a fini personali. Questa possibilità, come sappiamo, comporta oggi una sanzione amministrativa, non penale; tuttavia, la coltivazione e la detenzione non sono consentite, generando un’incoerenza interna al sistema normativo.

Potrebbe esemplificare questa situazione?

Pensiamo a un ragazzo trovato con un quantitativo legato al consumo personale: non è perseguibile penalmente, ma non può coltivarla né detenerla, quindi dovrà per forza approvvigionarsi attraverso il mercato illegale legato alla microcriminalità.

L’obiettivo finale è, naturalmente, quello di scoraggiare l’uso con una serie di interventi educativi, soprattutto nelle scuole, attraverso programmi di educazione alla salute. Il divieto e l’impostazione del Testo Unico sugli stupefacenti, fortemente penalizzante, non ha affatto diminuito la diffusione del consumo. Anzi: è aumentato il consumo e, di conseguenza, si è esteso il margine di illegalità intorno al fenomeno. Inoltre, è diminuita l’età dei giovani che si avvicinano all’uso delle droghe, anche di più droghe consumate contemporaneamente.

Possiamo dire che il Disegno di legge è assistito da una doppia ‘ragione’ giuridica?

SI tratta di più ‘ragioni’ collegate: da un lato, risolvere un’incoerenza del sistema giuridico, dall’altro scoraggiare l’uso di quelle sostanze e, al tempo stesso, colpire il sistema criminale che gira intorno allo spaccio, consentendo alle forze dell’ordine di non distogliere tempo ed energie a perseguire il micro-spaccio a vantaggio di attività legate alle organizzazioni criminali più importanti. Anche questo è un elemento significativo, visto che intorno allo spaccio ruotano proventi altissimi e organizzazioni di stampo mafioso. Se la polizia deve adoperarsi per combattere il micro-spaccio, non potrà concentrarsi su tutti i fenomeni che stanno ‘a monte’.

Sia l’Art. 1 che l’Art. 2 del DDL (che riguarda la cessione di sostanze stupefacenti), vanno proprio nella direzione di una modifica in tal senso del TU (309/1990, Art. 73). L’Art. 3 riguarda gli illeciti amministrativi (quindi l’Art. 75 TU), propaganda pubblicitaria compresa, mentre l’Articolo 4 considera la possibilità di coltivazione della cannabis a fini farmaceutici, ampliando in base al fabbisogno nazionale sia le tipologie di soggetti deputati alla sua produzione sia di coloro che saranno abilitati a elaborare i preparati.

Ci sono possibilità diversificate a livello regionale?

Le Regioni potranno concorrere, anche per l’ampliamento delle tipologie di trattamenti per i quali utilizzare la cannabis. Quindi c’è un’attenzione favorevole all’incremento dei tipi di cura applicabile.

Come si inserisce il dettato della nuova normativa in relazione alla Sentenza della Corte Costituzionale n. 148/2016, che conferma quanto disposto dall’Art. 75,1 TU, ossia la legalità del consumo personale privato per gli adulti (nei limiti dei 5 grammi)?

Proprio su questo punto si cerca di creare una coerenza di sistema. Come dicevo, se io posso per uso personale consumare quella quantità, ma non posso produrla o detenerla, con l’obbligo di acquistarla sul mercato illegale entrando in contatto con il crimine, la cosa non ha senso: posso consumarla… Ma non detenerla o coltivarla.

Dove si acquista? Come si produce? Questi aspetti non sono legalizzati! Il testo discusso dalla Camera prevedeva la possibilità di coltivazione fino a 5 piante e l’autorizzazione a coltivare la cannabis da parte dello Stato – coltivazione ‘pubblica’, una specie di monopolio, come i tabacchi – che io invece non ho previsto: nel DDL, troviamo solo la possibilità di coltivare un quantitativo di cannabis corrispondente alla quantità che oggi, per legge, è riferibile al consumo personale: ossia, che è depenalizzata.

Come ragionano i consumatori più giovani?

La loro età è abbassata e la quantità dei consumi è aumentata notevolmente: ciò basta a constatare che questo sistema non scoraggia l’uso e la diffusione della droga. E che questi ragazzi, per poterla consumare, vengono a contatto con criminali, ossia quel ‘micro-spaccio’ che è comunque collegato ai traffici organizzati ai quali accennavo.

In base ai dati citati nella Relazione al DDL, il Procuratore nazionale Antimafia ha espresso una stima di «3 milioni di consumatori stabili», mentre il Dipartimento per le Politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri parlava di un’età compresa tra i 15 e i 24 anni, che scende a 13 secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (OEDT).

Cifre spaventose interessano sia l’età che le quantità consumate (su scala nazionale, la DNA stima fino a 200 dosi a persona di cannabis ogni anno): è diventato uno ‘stile di vita’, nel senso che non parliamo di un consumo occasionale, ma continuo. Da qui l’urgenza di un intervento nelle scuole. Ai miei tempi c’era l’educazione alla salute…  Oggi è necessario, da un lato, intervenire con una lotta più efficace, capace di risalire alla fonte delle grandi quantità in circolazione a livello internazionale, che oggi in parte sfuggono al controllo delle forze di polizia. Parlo di operazioni molto significative. Dall’altro, si eliminerebbe il micro-spaccio legato al consumo molto diffuso di cannabis, che non è qualcosa di ‘isolato’, ma si collega alle altre droghe, quelle chimiche, il cui elenco è aggiornato annualmente ed è spaventoso.

Occorre, perciò, rivedere tutta l’impostazione, secondo un approccio comprensivo di prevenzione e deterrenza. Il sistema vigente non ha prodotto l’effetto sperato: non ha scoraggiato il consumo e, in fin dei conti, ha alimentato l’illegalità.

A cosa possiamo attribuire le principali resistenze politiche a questa innovazione sul piano giuridico?

È culturale, come tutte le liberalizzazioni. Non si produrrà un effetto automatico semplicemente vietando e prevedendo una sanzione. Quel comportamento non sarà scoraggiato. Qui sta tutta l’importanza del livello educativo, ripeto: non prevedendo la sanzione. Soprattutto, bisogna distinguere tra le tipologie di stupefacenti per cercare di concentrare l’azione repressiva nei confronti dello spaccio, del consumo, del traffico e della produzione delle droghe cosiddette ‘pesanti’.

Accanto alla cannabis, assistiamo al ritorno dell’eroina, anche fumata. Stiamo raggiungendo livelli di consumo elevati, pericolosissimi. ‘Mix’ che i ragazzi assumono, anche se ne conoscono gli effetti.

Come spiega questo comportamento?

I più giovani non sono scoraggiati dalla conoscenza degli effetti negativi dell’uso delle droghe. Non è la conoscenza a mancare: oggi, con internet, si possono avere tutte le informazioni necessarie. I ragazzi sanno benissimo degli effetti, ma manca loro la consapevolezza, che è una fase diversa della conoscenza. Consapevolezza e responsabilità si acquisiscono con un percorso educativo e formativo.

A livello europeo, anche la Decisione quadro del Consiglio del’UE, del 25 ottobre 2004, sul traffico illecito di stupefacenti, esclude dal suo ambito applicativo – rivolto agli Stati – le condotte finalizzate al consumo personale.

Questo per dire che, anche a quel livello, si ritiene di dover distinguere tra il consumo personale (e relativo a certe tipologie di droghe) e la produzione, coltivazione, detenzione, acquisto e trasporto finalizzati allo spaccio – non al consumo personale. È la distinzione che, tuttora, manca in Italia: la coltivazione a fini personali e la detenzione sono comunque penalizzate e sanzionate.

Cannabis: ragioni ‘sociali’ di una legge e incoerenza di sistema Evoluzioni americane, discrepanze europee e nuove spinte nazionali alla regolamentazione. Intervista alla Senatrice Nadia Ginetti, prima firmataria del Disegno di legge n. 231, presentato in Senato il 6 aprile ">