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Cannabis: oltre il ‘reflusso’ politico? Lo stato dell’arte a 3 anni di distanza dall’iniziativa di Benedetto Della Vedova, tra nuove proposte di legge e questioni aperte. Risponde Daniele Farina, Relatore nella XVII Legislatura presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati

II tormentato iter legislativo per una nuova possibile disciplina in materia di cannabis si rinnova, nell’anno in corso, con la presentazione di proposte normative provenienti, in parte, della precedente legislatura. Finora se ne contano 3: una di iniziativa popolare del 23 marzo, risalente al novembre 2016 e promossa da Radicali Italiani e dall’Associazione Coscioni (poi approvata dalla Camera dei Deputati in testo unificato il 19 ottobre 2017), il DDL presentato dalla Senatrice Nadia Ginetti (PD) il 6 aprile e una proposta datata 10 maggio – il cui testo non è ancora disponibile – che porta la firma di Vincenza Bruno Bossio, Deputata del Partito Democratico. Le proposte riguardano sia l’aspetto produttivo (coltivazione e lavorazione) e commerciale, sia la disponibilità e il consumo di cannabis e dei suoi derivati, comprendente l’uso medico e quello personale ‘ricreativo’ in spazi privati.

Nelle prossime settimane”, afferma Daniele Farina (Sinistra Italiana), Relatore nella XVII Legislatura presso la Commissione Giustizia della Camera, “è probabile che diverse Associazioni (come ‘Fuoriluogo’ o ‘Antigone’) presenteranno alla Camera e al Senato proposte di rilievo per il futuro lavoro legislativo. Anche per questo, sui singoli progetti sinora presentati, Farina non rilascia per ora specifici commenti.

Facendo un passo indietro, l’iniziativa lanciata all’inizio del 2015 da Benedetto Della Vedova, allora Sottosegretario agli Esteri, ha visto costituirsi un Intergruppo parlamentare ‘trasversale’ e la definizione di un Disegno di legge (sostenuto da quasi 300 firme) arrivato alla Camera nel luglio 2016, più volte discusso e trasmesso al Senato nell’ottobre 2017, si è arenata. Già il 13 giugno scorso Matteo Renzi ne escludeva l’approvazione entro fine legislatura, mentre il testo in 10 articoli approvato dalla Camera, proposto da Anna Margherita Miotto (PD), Relatrice presso la Commissione Affari Sociali,  interessava unicamente l’utilizzo terapeutico, stralciando le componenti innovative della legalizzazione, ovvero: coltivazione di cannabis in proprio – nel limite di 5 piante – , detenzione per uso ricreativo fino a 5 grammi (15 grammi in privato domicilio), divieto assoluto per i minorenni e punibilità del micro-spaccio, associazioni per il consumo regolamentato (i cosiddetti ‘cannabis social club’), monopolio di Stato per la vendita, proventi pubblici destinati a prevenzione, cura e riabilitazione inerenti alla tossicodipendenza.

Credo che i nodi politici presenti sotto la scorsa legislatura”, prosegue Farina, “si ripresenteranno in questa, con ‘parti in commedie diverse’.  Se abbiamo visto il PD affondare il tentativo di riforma normativa sulla cannabis, penso che, nel nuovo scenario, il ‘convitato di pietra’ per ogni modifica sarà interpretato dalla Lega. Le ipotesi di regolamentazione sono, ripeto, molto diversificate e i progetti di legge saranno, anche qui, numerosi ”.

Una legge italiana organica – che si occupi non solo di produzione, commercio e distribuzione, ma dei diversi tipi di utilizzo della cannabis –  sarebbe stata la prima di questo tenore in Europa, ma non ha incontrato sufficiente consenso, con il PD spaccato, l’opposizione costante delle forze di centrodestra (alfaniani, Fi, Lega, Fratelli d’Italia) e un Movimento 5 Stelle favorevole all’uso medico. Al Testo Unico del 1990, attualmente in vigore con le sue varie integrazioni, è seguito un Referendum che, nel 1993, ha depenalizzato il consumo di droga, marcando la differenza giuridica tra chi spacciava e tossicodipendenti che, fino a quel momento, finivano in carcere. In seguito, una legge del 2006 (Legge ‘Fini-Giovanardi’) che teneva sullo stesso piano droghe pesanti e leggere, classificando automaticamente come spacciatori i consumatori che avessero oltrepassato la dose massima consentita, è stata dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Consulta nel 2014 (Sentenza n. 32), ripristinando la precedente disciplina – con sanzioni penali differenziate rispetto al tipo di droga. Oggi lo Stato può produrre cannabis per uso medico, ma attualmente non soddisfa la domanda. In Europa, a parte l’Olanda – dove vendita di droghe leggere nei ‘coffee shop’ e coltivazione in proprio, illegali, sono tollerate per consuetudine -, aperture legali su coltivazione e possesso personale arrivano dal Portogallo (fino a 25 grammi) e Repubblica Ceca (fino a 15), mentre in Spagna è autorizzato l’uso ricreativo nei ‘social club’.

A livello UE, si sta discutendo una proposta in Parlamento, che però riguarda la coltivazione di cannabis sativa (una ‘spugna’ di CO2) in funzione anti-inquinante. Per restare in tema, esiste invece una Decisione quadro del Consiglio dell’UE dell’ottobre 2004, citata da Nadia Ginetti nella Relazione introduttiva al DDL del 6 aprile, che invita gli Stati a produrre e fissare norme minime relative alle fattispecie che costituiscono reati e alle relative sanzioni applicabili in materia di traffico illecito di stupefacenti, escludendo dal campo di applicazione della decisione le condotte finalizzate al consumo personale.

In generale, manca un’armonizzazione e ogni Stato ha le sue normative, il che pone problemi pratici, ad esempio, quando un cittadino UE esibisce una tessera per l’uso medicinale personale della cannabis all’interno dello Spazio Schengen (per cui dovrebbe essere comunque tutelato), ma fuori dal proprio Stato.

Le maggiori incognite sull’approvazione delle future proposte di legge dipendono dalla rappresentazione divisiva tra ambito ricreativo e uso terapeutico, oltre che dagli interessi legati a un incremento dei centri produttivi (oltre allo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze) e al potenziamento della rete distributiva. L’Italia è, dopo l’Olanda, il secondo produttore europeo e uno dei più avanzati

Se il testo al quale si era arrivati ha ancora una validità”, commenta ancora Daniele Farina, “ciò interessa l’esistenza di un monopolio attenuato: questo dicevano i vari testi – ce n’erano diversi, a partire da quello redatto dall’Intergruppo, che faceva un po’ da sintesi. Mi riferisco a un monopolio sulla cannabis da parte dello Stato sulla scorta di quanto accade per i tabacchi lavorati, ma con la compresenza della liceità della coltivazione per uso personale… E, dal mio punto di vista, anche associata, perché ritengo che l’esperienza dei ‘cannabis social club’, per quanto piuttosto ondivaga in Europa secondo i contesti, sia un buon elemento di riflessione. Questo è lo schema, che anche SI riadotterà come proposta appena si capisce dove va questa legislatura”.

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