Economia Esteri

Cannabis light, un mercato ancora in via di sviluppo Ne parliamo con Davide Fortin, Research Associate del Marijuana Policy Group di Denver, e dottorando all'Università Sorbonne di Parigi

Che il mercato della canapa industriale sia in rapida crescita è, ormai, un dato di fatto. Nel solo territorio italiano, nel giro di 5 anni siamo passati dai circa 400 ettari coltivati nel 2013, agli oltre 4mila che verranno seminati nell’arco di quest’anno. Come abbiamo spiegato in un articolo del nostro speciale “Mondi di Canapa”, la ‘canapa – mania’ è esplosa anche come conseguenza dell’ingresso nel mercato della cannabis light, una canapa con infiorescenze a basso di contenuto di THC (al di sotto dello 0.6%) ma con un più alto CBD, che permette agli operatori un alto rapporto tra redditività e sostenibilità. Basti pensare che, con le adeguate tecniche di produzione, è possibile raccogliere almeno 500/600 chilogrammi di prodotto secco da un ettaro di coltivazione in campo. Lo scorso anno le infiorescenze sono state vendute dagli agricoltori a prezzi che oscillavano dai 60 euro chilo ai 4/500 euro.

Secondo una recente ricerca di Davide Fortin, Research Associate del Marijuana Policy Group di Denver e dottorando all’Università Sorbonne di Parigi, il fatturato minimo annuo del mercato della cannabis light vale circa 44milioni di euro, per un equivalente di almeno 960posti di lavoro. Un business che, tuttavia, potrebbe valere anche centinaia di milioni e un’occupazione molto più rilevante qualora le legislazioni in merito permettessero uno sfruttamento della pianta in toto e non parziale.

Abbiamo chiesto a Davide Fortin di spiegarci in che modo una regolamentazione più completa potrebbe lanciare definitivamente il business della cannabis light, e come si può rendere il mondo della canapa industriale italiana più competitiva nei mercati globali.

Ci può spiegare quali sono precisamente i ‘buchi’ della legge del 2 dicembre 2016 n. 242 in merito alla coltivazione della canapa?

Una delle mancanze principali è senz’altro il fatto che non venisse mai citato il termine ‘infiorescenza’. E con questo, si tralasciava l’uso di un terzo della pianta. Tutto questo, però, è stato chiarito da una circolare del Ministero dell’Agricoltura, nel quale è stato spiegato che i possibili usi della canapa coltivata per infiorescenza sono incluse nell’ambito del florovivaismo. Manca ancora l’uso erboristico della canapa, fatto che non è stato chiarito dalla legge e che rappresenta un altro ‘buco’ importante, ma la legittimità delle infiorescenze chiarita nella circolare risolve la questione riguardo all’uso tecnico della pianta, un uso che, fin ad ora, era stato al centro del dibattito.

Dalla legge approvata nel 2016 all’iniziativa lanciata nel 2015 dal Sen. Della Vedova arenatasi in Parlamento, cosa effettivamente manca alla legislazione italiana per avere quel quadro legislativo ad hoc che porterebbe ad avere un mercato della cannabis light in Italia in grado di generare, come sostiene lei nel suo report, un fatturato annuo minimo di circa quarantaquattro milioni di Euro?

Le due leggi regolavano due mercati differenti. La legislazione del 2016 regola il mercato della canapa industriale, quindi a basso contenuto di THC; mentre il disegno di legge proposto da Della Vedova ha cercato di regolamentare il mercato della cannabis ad altro contenuto di THC, ed andava a coprire la regolamentazione di tutto il mondo della cannabis. Anche in termini economici, le due leggi sono sostanzialmente diverse: se la prima riguarda un mercato potenziale di centinaia di milioni, la seconda rappresenta un mercato di miliardi di euro. Detto ciò, la mancanza principale riguarda il fatto che non venga dichiarato l’uso erboristico e, con questo, non vengono specificati i limiti di certificazione della qualità del prodotto e gli indicatori specifici come possono essere la presenza di metalli pesanti e altre analisi tossicologiche sul prodotto. Analisi che non vengono richieste ai produttori di cannabis light, venduta, appunto, ad uso tecnico e non ad uso erboristico. Questo rappresenta un’asimmetria informativa per i consumatori, che non riescono a discriminare tra un buon prodotto e un altro meno buono. Al momento, le aziende principali stanno cercando di superare questo stallo attraverso l’autocertificazione del prodotto, che ne garantisce la qualità. Credo che le potenzialità per arrivare a sviluppare un mercato di 44milioni, per altro un mercato di dimensioni minime, esistano già ora. Il chiarimento dell’aspetto erboristico potrà però aumentare di molto le prospettive di mercato in funzione della facilitazione dell’accesso.

Cannabis light a parte, quanto varrebbe il resto del mercato della canapa italiano? sempre potendo disporre di una legislazione più avanzata. E quale settore varrebbe di più?

Il mercato della canapa in generale ha una valutazione che supera ampiamente le centinaia di milioni di euro. La parte più importante di questo mercato è rappresentato dagli estratti di CBD, per il valore aggiunto che gli estratti riescono a dare al fiore, e anche per il fatto che la domanda a livello globale sta crescendo fortemente. In Italia c’è un forte potenziale per l’export del settore agro-alimentare, anche se i limiti di THC per questo determinato settore non sono stati ancora chiariti sia a livello nazionale che europeo. In parallelo, un altro potenziale mercato in cui l’Italia potrebbe espandersi è rappresentato dall’industria nutraceutica.

Anche il ramo dei cosmetici è rilevante, soprattutto per gli effetti terapeutici dimostrati nell’uso della cosmetica a base di canapa. Si parla anche del settore edilizio, sul quale però è importante fare delle riflessioni sui costi della materia prima e sull’evoluzione successiva di questi costi. Questi infatti dipendono soprattutto dalla prossimità delle coltivazioni ai centri di prima trasformazione che lavorano le paglie di canapa dalle filiere per poi dividerle nelle due parti costituenti, il canapulo e la fibra tecnica, che poi possono essere integrate per varie applicazioni industriali. Al momento ne esistono solo due in Italia, quindi sono necessari incentivi pubblici che supportino l’investimento nella costruzione di questi centri in luoghi che non siano distanti più di 70 chilometri dai terreni coltivati. Questo permetterebbe agli operatori di sfruttare al meglio tutte le componenti della canapa, per esempio con delle filiere a doppia vocazione che possano lavorare a pieno sia il seme ma anche lo stelo, e in più si avrebbero delle conseguenze positive sugli altri settori come quello edilizio e altri settori tecnici, in quanto verrebbe garantita la costante produzione materie prime ad un costo minore, aumentando la loro competitività nei confronti di altri materiali da costruzione.

Per quanto riguarda il settore tessile, la situazione è un po’ più complessa. L’evoluzione di questo mercato in Italia dipende molto dal possibile sfondamento della barriera tecnologica per trovare metodi alternativi alla macerazione che ha delle forti esternalità anche a livello ecologico.

Gli agricoltori lamentano la mancanza di controlli che determinano un ingresso sul mercato di operatori che producono una qualità che di fatto ‘rovina’ il mercato.

Al momento non esistono controlli delle certificazioni relative alla qualità del prodotto da parte degli organi pubblici. É sicuramente importante avere delle regolamentazioni in merito a sostanze dannose, in rispetto del consumatore finale. Questo è stato introdotto, in parte, nella circolare del Ministero che però cita un decreto del ministero della salute che non è stato ancora emanato. Questo dovrebbe migliorare la qualità media, oltre a ridurre la presenza di operatori che rovinano il mercato con prodotti qualitativamente bassi che possono avere delle conseguenze sulla salute pubblica. In aggiunta al testo, è necessario che i controlli vengano messi in atto anche a livello pratico per fare garantire standard di qualità alti.

1 2
Cannabis light, un mercato ancora in via di sviluppo Ne parliamo con Davide Fortin, Research Associate del Marijuana Policy Group di Denver, e dottorando all'Università Sorbonne di Parigi">