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Cannabis e metodi di coltivazione: a proposito di clonazione Il mercato della cannabis è in continuo aumento. Ma quali sono le tecniche di coltivazione? Vediamolo insieme

La coltivazione della canapa e la sue origini così radicate nel tempo sono destinate a tenere il passo ad un mondo che sta rapidamente cambiando. La domanda di cannabis, infatti, è aumentata e sta aumentando un po’ ovunque. E stare dietro ad un mercato che, ogni anno, cresce circa del 27%, -secondo i dati di BDS Analytics-, non è affatto semplice. Per soddisfare questa domanda in salita, sono spuntate coltivazioni in molte aree geografiche prima dedite ad altro. Ma come viene coltivata la cannabis?

Gli agricoltori utilizzano le tradizionali tecniche di coltivazione unitamente alle più moderne pratiche agricole. Ma gli sforzi di coloro che vengono lasciati a se stessi, a volte, non sembrano essere sufficienti; a lanciare la denuncia alcuni dei ricercatori e produttori nordamericani. La catena di fornitura di canapa, fino ad ora, non è stata progettata per supportare la crescente domanda e le pratiche di coltivazione tradizionali hanno funzionato abbastanza bene finché hanno riguardato una scala ridotta, ma ora la storia è cambiata.

«Avremmo bisogno di abbracciare pratiche agricole moderne e scientifiche per garantire un flusso costante di prodotti puliti e coerenti su scala agricola», sottolinea Nick Hofmeister, C0-Fondatore di Front Range Biosciences.

I problemi relativi alla filiera della cannabis non sono nuovi: altre industrie hanno affrontato e risolto esattamente le stesse questioni. L’esempio più vicino è quello dell’industria nutraceutica derivata dalle piante, per capirci, quella relativa ai nutrienti contenuti negli alimenti e che hanno effetti benefici sulla salute. Un mercato assimilabile a quello della canapa e che ha avuto un simile boom con conseguenti difficoltà dovute alla sua crescita, risolte, poi, grazie allo sviluppo di catene di fornitura basate su impianti adeguati capaci di produrre ciò che il mercato chiedeva. «Secondo delle analisi recenti, il mercato dell’industria nutraceutica mondiale dovrebbe salire a 278,96 miliardi di dollari entro il 2021, un aumento della domanda che sarebbe impossibile realizzare senza una catena di approvvigionamento pulita e coerente», afferma Nick Hofmeister.

Ma cosa avviene, in particolare, nella filiera della cannabis? La produzione inizia solitamente mediante «talee radicate che i coltivatori usano per produrre fiori di cannabis». Se tale metodo è utilizzato correttamente, la cannabis piantata può prosperare nel migliore dei modi; se fatto male, le malattie, i pesticidi e le variazioni del fenotipo possono distruggere un intero campo. «Agenti patogeni e parassiti sono onnipresenti nella cannabis. Praticamente tutte le piante che abbiamo incontrato sono state infestate da parassiti come acari, afidi e tripidi, insieme a infezioni fungine e batteriche sistemiche».

Sono, quindi, gli agenti patogeni e i parassiti le principali minacce alla coltura, le cause di perdite e riduzioni della resa. Ma a costituire un problema, anche l’instabilità genetica e delle prestazioni degli impianti che creano risultati altamente imprevedibili nei prodotti di consumo. Il tutto si traduce in una riduzione dell’efficacia, della fiducia e del valore stesso della cannabis.

Dove sta la soluzione? Forse, nelle tecniche di coltivazione.

Sono proprio queste che, a volte, amplificano ciascuno dei problemi suddetti; più crescono gli ettari coltivati e più aumenta la probabilità di rischio che grava sul raccolto. E quello che ne va di mezzo è ovviamente l’intero capitale messo in gioco sia coltivatori che dai loro investitori. «Per garantire una base solida e salutare per la catena di approvvigionamento di cannabis, l’industria ha bisogno di una fornitura di piante pulite e coerenti che siano esenti da malattie, prive di pesticidi», continua Hofmeister. Piante ‘pulite’, cioè, ottenute con metodi precisi e artificiali. In America si parla in proposito di ‘Tissue Culture’ (TC), ovvero, del metodo con cui dei frammenti di tessuto della pianta vengono trasferiti in un ambiente artificiale in cui possono continuare a sopravvivere e crescere nel migliore dei modi. Niente di eccessivamente tecnico: basti pensare che, in tutto il mondo, sono già confezionati e venduti a piccoli coltivatori dei kit per la cultura dei tessuti fai-da-te.

Prima che la TC entrasse nel mondo della cannabis, si parlava solo di semina o di talee. Vediamo meglio di cosa stiamo parlando. Sulla semina, poco c’è da dire. Il taleaggio, invece, è un sistema di riproduzione che sfrutta le proprietà rigenerative dei vegetali e che produce cloni di una pianta madre. La differenza tecnica tra talea e TC è semplice: nella prima tecnica si ha un pezzo tagliato dalla pianta e posto in acqua o in terra dove, poi, si sviluppano radici e si ottiene una pianta geneticamente identica alla madre. La Tissue Culture avviene, invece, quando un piccolo gruppo di cellule prelevate, viene coltivato in un terreno fertile, ricco di sostanze nutritive e sterile, fino a quando sviluppa le radici e il fusto e viene trasformato in una pianta geneticamente simile alla pianta madre.

Ora, piantare fisicamente i semi richiede molto tempo e i rischi, come abbiamo visto, sono molti. L’utilizzo di talee da una pianta madre, invece, riduce il periodo di propagazione e consente agli agricoltori essenzialmente di clonare ceppi e piante con caratteristiche scelte. Ma anche i cloni non sono esenti da problemi. Sono, infatti, inclini a malattie, parassiti e infezioni. Il principale vantaggio della cultura dei tessuti è che puoi coltivare migliaia di nuove piante, se lo desideri, molte più di quante tu possa mai ottenere facendo talee. Per molti aspetti, la Tissue Culture rappresenta un miglioramento rispetto alle tecniche convenzionali, è più veloce, più resistente alle malattie, il tutto fornendo un controllo quasi completo sulla genetica preferita di un raccolto.

I coltivatori possono conservare un esemplare vivo, quasi perennemente, con il minimo sforzo e utilizzando uno spazio minimo. Insomma, piccoli pezzi di tessuto vegetale presi dai campioni di cannabis possono produrre centinaia di cloni perfetti.

Certo che non è un metodo esente da particolari attenzioni. Tutte le colture artificiali di tessuti iniziano con un cruciale processo di sterilizzazione. Il tessuto vegetale entra, poi, in una densa coltura nutritiva – tipicamente un gel di agar- con una miscela di nutrienti, ormoni e zuccheri accuratamente preparati. Seguiranno delle miscele ormonali per avviare e terminare al meglio lo sviluppo. Attraverso l’introduzione di nuovi ormoni e soluzioni nutritive ricche di nutrienti, il coltivatore può innescare la crescita, lo sviluppo delle radici e la moltiplicazione. Quando la pianta è abbastanza grande da moltiplicarsi, sarà pronta per essere trasformata in centinaia di individui separati. Da un piccolo campione di tessuto, un coltivatore ben organizzato può creare centinaia di cloni, senza alcuna contaminazione da parte della madre.

La produzione di piante geneticamente identiche può, inoltre, avvenire senza il problema delle mutazioni infettive e genetiche portate dalla madre. Inoltre, a differenza delle talee che richiedono un’attenzione costante, i tessuti vengono posti in piccoli spazi per lunghi periodi, a seconda delle necessità, senza richiedere troppi spostamenti. Per le produzioni più grandi, poi, un altro punto a favore della coltura dei tessuti, poiché, la TC ha un fattore di moltiplicazione considerevole che i metodi tradizionali di clonazione non hanno perché semplicemente non possono essere replicati; efficienze di scala incomparabili rispetto alle talee convenzionali.

Un modello interessante in tema di coltivazione è quello della California, «un esempio eccellente del motivo per cui è necessario investire in qualcosa di pulito e coerente di una catena di approvvigionamento di cannabis», afferma Hofmeister.

A partire dal 1 luglio 2018, la California, inoltre, implementerà la regolamentazione sui prodotti chimici usati nei campi, richiedendo dei test su pesticidi e solventi. I coltivatori che saranno più reattivi nel rispondere a tali previsioni, avranno probabilmente il sopravvento nel grande mercato della California. Perché? Non per semplice osservanza alla legge, ma perché saranno in grado di fornire un flusso costante ed ininterrotto di prodotti di qualità e, quindi, vendibili ad un prezzo elevato.

Nella maggior parte delle colture agricole che utilizzano la clonazione, il metodo preferito per ridurre i rischi presenti su larga scala è implementare un programma di TC che consenta di avviare le piante per ogni ciclo di crescita in un ambiente sterile prima di acclimatarle in una coltivazione indoor o outdoor. «Un simile programma verificherebbe che tutto sia privo di pesticidi, esente da malattie e di tipo ‘true-to-type’ per limitare variazioni e rischi costosi per il coltivatore», spiega Hofmeister. «Affinché la cannabis raggiunga il suo pieno potenziale, i coltivatori dovranno eseguire operazioni sempre più efficienti». Investendo in una prima fase della filiera capace di garantire una solida crescita, «i coltivatori salveranno se stessi ed i loro investitori ma, soprattutto, saranno in grado di soddisfare la crescente domanda di cannabis».

Insomma, servirebbero ancora tempo ed ingenti investimenti per ottenere una pianta ‘perfetta’. Ma siamo sicuri di volerla davvero?

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