Politica Esteri

Cannabis e demenza: i nuovi confini della sperimentazione sulle malattie degenerative Rassegna stampa della canapa nelle testate estere, dal 7 ottobre all’11 ottobre 2019

Grandi progressi e grandi prospettive nell’applicazione della cannabis e di prodotti medicali derivati nel trattamento della demenza e di altre patologie del sistema nervoso, così come si sta sperimentando anche -da tempo- circa gli stati epilettici, gli stati post traumatici etc. In questo caso, cioè circa la demenza, si è attivato un laboratorio australiano, le cui ricerche offrono grandi speranze circa patologie che riguardano ampi strati della popolazione mondiale, soprattutto tra gli anziani. Si studia anche che tipo di metodica possa essere applicata -nell’uso della cannabis- per combattere i mali di stagione in arrivo, raffreddori e stati influenzali. In Israele l’Alta Corte si è espressa, è possibile confermare le licenze finalizzate all’adozione di cannabis e prodotti medicali derivati come da permessi governativi precedenti, bisogna però svolgere una più accurata indagine sui prezzi, tema che sta riscuotendo parecchie polemiche nel Paese.

 

Australia

Cannabis e demenza: un nuovo studio esplora i potenziali dell’uso di cannabis tra i trattamenti utili

Uno studio innovativo è destinato ad essere avviato in Australia per determinare se la cannabis può migliorare la qualità della vita di coloro che soffrono di demenza. Nei decenni -da quando il movimento della marijuana medica ha iniziato sul serio ad espandersi negli anni ’70- la cannabis è stata aneddoticamente propagandata come un trattamento efficace per una varietà di malattie, compresi quelli che influenzano la funzione cerebrale, tipo convulsioni, ansia e depressione. Tuttavia, la ricerca scientifica sui benefici della pianta rimase bloccata a causa della proibizione federale sulla cannabis. Ma negli ultimi anni, nuove ricerche sia negli Stati Uniti sia all’estero stanno facendo scoperte su come la cannabis potrebbe essere un possibile trattamento per una ampia varietà di malattie.

Una vera e propria svolta nella ricerca risale al 2017, quando i ricercatori trovarono forti prove che la cannabis poteva aiutare a curare la demenza. Ora, gli studi clinici stanno per avere inizio in un’università australiana, per monitorare i cambiamenti nei pazienti affetti da demenza e per vedere se la cannabis può aiutare a sostenere chi ne soffre. Lo studio sarà condotto dall’’Institute for Health Research presso la ‘University of Notre Dame a Perth. Come riporta il canale australiano ‘7News’, il team di ricerca sta attualmente vagliando i candidati allo studio, che utilizzeranno cannabis coltivata in laboratorio proveniente dalla Slovenia. I ricercatori sperano soprattutto che il CBD fortemente presente nel ceppo utilizzato riduca gli effetti più deleteri e preoccupanti della demenza. La demenza è un termine onnicomprensivo per indicare le condizioni che causano una memoria e una capacità di articolare pensiero in declino, tra cui l’Alzheimer, il Parkinson e la demenza vascolare.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 50 milioni di persone nel mondo soffrono di demenza. Nello studio clinico australiano, i cannabinoidi saranno estratti e consegnati in uno spray per la bocca, rendendo più facile la somministrazione agli anziani. Lo spray sarà prodotto dalla ‘MGC Pharmaceuticals’, una società australiana fondata da ricercatori israeliani.

La sperimentazione clinica si svolgerà nell’arco di 14 mesi a partire dall’inizio del prossimo anno. Saranno coinvolti 50 partecipanti di 65 anni e più che hanno una lieve demenza e che attualmente vivono in una struttura residenziale di cura per anziani accreditata.

Il leader dello studio Amanda Timler ha detto al giornale australiano occidentale di credere che la cannabis «funzioni bene con molti sintomi comportamentali e neuro-psicotici associati alla demenza, come l’aggressività e lo stato di agitazione nervosa. Si pensa anche che la cannabis medicinale aumenti l’appetito e migliori i cicli del sonno». Ha poi aggiunto al notiziario mattutino australiano Sunrise: «Noi pensiamo che la cannabis aiuterà a migliorare i segni e i sintomi comportamentali che vediamo derivanti dalla demenza. E’ uno di quei farmaci che tratteranno un certo numero di sintomi rispetto a tipicamente diagnosticato con la demenza e l’assunzione di un certo numero di farmaci diversi». Lo studio australiano sta seguendo un lavoro di laboratorio che si è rivelato molto promettente per l’efficacia dei cannabinoidi nel trattamento della demenza.

La svolta più significativa è stata riportata in uno studio pubblicato nel novembre 2017 dalSalk Institute for Biological Studies’ di La Jolla, California. Il Dr. David Schubert dell’Istituto ha guidato un team che ha sviluppato cellule nervose prelevate da un cervello umano per esaminare i fattori che influenzano i livelli di una proteina tossica legata al morbo di Alzheimer. La proteina, nota come ‘beta amiloide’, si accumula all’interno dei neuroni, infiammandoli e uccidendoli. Il team ha esposto i neuroni alla cannabis, scoprendo che eliminava le proteine, riduceva l’infiammazione e permetteva alle cellule cerebrali di sopravvivere. I risultati hanno avuto scarsa attenzione da parte dei media, ma la comunità medica ne ha preso sicuramente nota.

All’inizio del 2017, uno studio degli scienziati dell’’Università di Bonn’ in Germania, pubblicato sulla rivista ‘Nature Medicine’, ha scoperto che i topi anziani ai quali venivano somministrate quotidianamente piccole dosi di THC effettivamente subivano un’inversione del declino cognitivo.

Questo è stato determinato dal miglioramento delle loro prestazioni sui compiti cognitivi, come trovare la loro strada attraverso un labirinto. I ricercatori hanno detto di aver previsto potenziali trattamenti a base di cannabis per la demenza sulla base dei risultati.

 

Stati Uniti

Si può usare la marijuana per combattere raffreddore e influenza?

Quando arriva l’inverno i prodotti edibili a base di cannabis sono il miglior rimedio per ridurre i livelli di dolore e sofferenza. Ci stiamo rapidamente avvicinando ancora una volta a quel momento terribile: la stagione del freddo e dell’influenza. Tutto quello che si deve fare è trascorrere alcune ore in un aeroporto una vera e propria capsula di incubazione all’interno del sistema globale di viaggio- e diventa dolorosamente evidente da tutta i colpi di tosse e starnuti in tutto il terminal che non ci sarà bisogno di molto prima che qualche tipo di malattia ci metterà a breve con le spalle al muro. E questo ci garantisce che quasi certamente soffriremo di febbre, brividi e attacchi di tosse involontari, che ci faranno perdere il lavoro e quelle importantissime attività sociali che ci tengono sani di mente. Di fronte allo scenario tipico della febbre e delle sofferenze che ci vengono inferte dall’influenza o dalle varie forme più o meno gravi di raffreddore, si cerca di identificare ogni metodo che possa restringere tutto questo peana e condurci quanto più in fretta possibile al mondo reale ed alla vita di tutti i giorni. Alcuni hanno persino avanzato l’ipotesi -conseguita in modo personale ed empirico- che una via che passa attraverso l’uso della cannabis possa essere effettivamente efficace nel trattare questi patemi dell’inverno. Ci si chiede, però, con altrettanta solerzia se tutto questo sia realmente rispondente alla realtà o piuttosto una individuale sensazione che farebbe sperare più accertare il reale beneficio della cannabis nel trattamento delle forme influenzali. Come per la maggior parte delle cose, anche per la marijuana medica non c’è davvero molta ricerca scientifica che indica come sulla materia la cannabis possa essere ritenuta un legittimo rimedio per un raffreddore o l’influenza. Ma questo non significa che i cannabinoidi non abbiano un proprio ruolo per alleviare queste brutte afflizioni.

Sappiamo che i composti della cannabis hanno proprietà antinfiammatorie, e ci sono anche prove che dimostrano che possono aiutare ad alleviare il dolore a basso livello. Sebbene la pianta di cannabis in sé possa non essere un rimedio per il raffreddore comune, forse ci sono dei modi attraverso i quali può essere somministrata proprio durante i periodi nei quali il corpo umano è devastato da virus influenzali di varia entità ed origine. Da questo punto di vista, fumare la cannabis potrebbe evidentemente essere il metodo meno adatto, dato che il fumo irrita la gola e le mucose. 

Come è stato sottolineato all’inizio dello scorso anno dall’ex commissario della FDA Scott Gottlieb, «utilizzare un polmone come veicolo di consegna di farmaci non è ottimale». E chiunque abbia mai provato a fumare erba quando il proprio sistema respiratorio viene stressato da un virus, capisce che ci sono modi migliori per curare. «Questi effetti dannosi sono probabilmente dovuti al fumo e al calore che la combustione della cannabis produce», dice il ‘Medical News Today’.

Fortunatamente, ora ci sono tutti i tipi di prodotti a base di cannabis senza fumo sul mercato legale che sono ottimali per chi ha il raffreddore o l’influenza. Prodotti edibili, bevande e tinture possono essere acquistati in quasi tutti i dispensari di marijuana medica o nei negozi di erba del quartiere, nessuno dei quali causerà una sofferenza aggiuntiva come il fumo può fare quando si ha l’influenza.

Abbiamo anche visto infusi di cannabis e tè caldi in alcuni dispensari che sono esplicitamente progettati per le persone che si sentono sotto le sferze dell’influenza. Questi prodotti sono buoni per il trattamento di un raffreddore o influenza, tutti realizzati con cannabis, poiché il loro consumo prevede l’utilizzo di liquidi caldi, essi si adattano perfettamente agli abituali ordini del medico. Alcuni reports hanno anche suggerito che i prodotti a base di cannabis con un livello più alto di cannabidiolo CBD potrebbero essere metodo migliore rispetto ai prodotti pensati per dare un senso di relax all’utente finale.

 

Stati Uniti

Una nuova analisi di mercato indica che i prodotti CBD non sono venduti con contenuti rispondenti a quelli indicati nelle confezioni

Da dove provengono i prodotti CBD è fattore importante nel novero delle informazioni da dare correttamente sulle confezioni dei prodotti del settore. Non si tratta quindi solo di far menzione della popolarità riscossa dalla cannabis fin dai tempi in cui i Beatles mostrarono di farne uso nella direzione dello star rilassati nello spirito e nella mente. La cannabis, infatti, al giorno d’oggi sta acquisendo un ruolo sempre più rilevante in ambito medicale, svelando i suoi risvolti terapeutici interessanti e positivi nel trattare l’ansia e la depressione, per indicare solo alcuni stati o patologie che son via via sempre più terreno d’azione di farmaci a base di CBD. Ma -nonostante vi siano ormai numerose evidenze di tipo scientifico in tal senso- gli americani sembrano ancor oggi tendenzialmente portati a credere ciecamente senza oltrepassare certi stereotipi. Secondo certi critici della società americana, molti ancor oggi credono di agire nella propria vita quotidiana per Dio, la Patria e i fast food, credono a tutto quel che viene loro detto e riportato sulle confezioni come nelle campagne pubblicitarie. Tutto ciò è parte del motivo per cui l’industria CBD, un settore al quale è stato dato un forte impulso l’anno scorso con la legalizzazione della canapa industriale, si prevede possa diventare un mercato da 22 miliardi di dollari entro il 2024.

Gli studi di settore si affollano ogni giorno di più, generalmente mostrano la parte del popolo americano che ha investito nel settore CBD varie declinazioni di speranze, soprattutto in termini di redditività, qualsiasi sia la afflizione della quale si soffra in precedenza e in tempi più o meno remoti. Eppure, secondo recenti studi, come quello condotto da ‘CBS News’, si rileva che alcuni prodotti CBD venduti nei negozi di alimentari non hanno nei propri contenuti quel che promettono nelle iscrizioni delle loro relative etichette e soprattutto spesso non hanno in sé quel che dichiarano in termini medicamentosi. Si tratta di una esperienza dalla quale i consumatori USA possono trarre grande insegnamento.

La nuova fonte di ricerca ha recentemente commissionato i ‘Mile High Labs’ in Colorado di effettuare test su alcuni prodotti CBD provenienti un po’ da tutta la Nazione per scoprire eventuali discrepanze. E, in effetti, ne sono state rilevate. Tra altre cose, i laboratori hanno effettuato test se alcuni dei prodotti contenessero elementi chimici pericolosi, pesticidi e metalli pesanti. «Abbiamo testato quattro differenti metalli pesanti: mercurio, arsenico, cadmio, piombo», ha chiarito Joshua Cogell, Associato Senior del Laboratorio al corrispondente CBS Barry Peterson. Fortunatamente, i prodotti CBD che sono stati messi sotto il microscopio non hanno mostrato ingredienti più tossici di quelli che il Governo federale permette. Dopo tutto -affermano i critici americani- la Food and Drug Administration degli Stati Uniti permette una certa quantità di feci di ratto nei prodotti alimentari, quindi figuriamoci se ci si debba scandalizzare nell’aver concesso un po’ di metalli pesanti nel CBD, dopotutto non sarebbe del tutto fuori dalle sue ‘abitudini’.

Si tratta di temi che sicuramente getteranno una luce chiarificante sull’intera questione connesso al CBD, soprattutto in termini di potenziale e futura legislazione. Ma -al momento- c’è molta confusione sotto il cielo mentre le cose sembrano andare avanti per propria forza.

La maggiore discrepanza che emerge dalla relazione riguarda il dosaggio. Quattro dei nove campioni analizzati hanno dimostrato di contenere quanto pubblicizzato sull’etichetta. Gli altri non erano altrettanto precisi, come da legge: Due dei prodotti sottoposti a test avevano solo il 60-80% del dosaggio descritto sulla confezione, altri invece, contenevano il 10% in più. Un prodotto CBD sottoposto a test aveva nel proprio contenuto il 200% in più di quanto riportato in etichetta.  In tal proposito Cogell ha affermato: «Quest’ultimo campione riportava che conteneva 500 milligrammi nel flacone mentre, in realtà, ne conteneva il 210% in più rispetto a quanto sottoscritto nelle indicazioni riportate in etichetta».

Il problema nell’attuale business della cannabis negli Stati Uniti è che non vi sono controlli federali per tenere tutte le società del settore allineate. Praticamente, allo stato attuale, possono mettere qualsiasi cosa nei loro prodotti, smussare gli angoli delle normative vigenti e, alla fin fine, lo Stato Centrale non comminerà loro alcunché nel clima di generale incertezza e vacuità del settore soprattutto in ambito normativo ed attuativo. Non ci sono obblighi di riportare sulle confezioni scritte come: ‘I nostri prodotti non provocano alcuna forma di reazione cancerogena’, praticamente tutto è consentito e non entra nel radar dei controlli di natura statale. Quindi, naturalmente, c’è un ampio spazio per i truffatori che intendano capitalizzare tutto quel che è possibile nell’attuale crescente e fiorente mercato CBD. E’ solo questione di tempo per questo genere di persone che, considerando il livello di saturazione, non sono facili da individuare e isolare.

Questa non è la prima volta che i ricercatori hanno scoperto che CBD non è stato prodotto ai più alti standard. Un report pubblicato lo scorso anno su ‘Journal of the American Medical Association’ mostra che circa il 40% dei prodotti con o derivanti da CBD acquistati online contiene meno degli ingredienti indicati nelle scritte delle etichette esterne. Circa il 26% conteneva concentrazioni significative più di quanto era stato riportato nel testo delle etichette. Alcuni prodotti derivati dalla lavorazione del CBD sono risultati positivi ai test per sufficiente presenza di THC (il composto base che produce gli effetti stupefacenti) risultando complessivamente fallaci ai test sulle droghe assunte. I risultati, così come nella ricerca CBS, mostrano che questi prodotti popolari semplicemente non possono essere ritenuti credibili ai fini di accuratezza nella valutazione del rilascio. Ovviamente questo non significa che non vi siano aziende che operano seriamente e con alti livelli di affidabilità, da tutto questo derivano affari chiari e leciti e si attengono strettamente agli standard specifici richiesti. Non potrebbe essere una cattiva idea di verificare con la U.S. Hemp Authority le aziende certificate lungo tutti gli Stati Uniti e che si occupano di CBD.

 

Israele

L’Alta Corte di Giustizia consente la riforma della cannabis medicale ma richiede maggiori controlli sui prezzi 

Nel corso della settimana corrente, i giudici dell’Alta Corte di Giustizia hanno emesso una prima decisione sulla riforma della cannabis medicale: estendere le licenze di cannabis per i pazienti precedentemente inseriti nella lista ufficiale e autorizzarli ad adottare la normativa contenuta nel vecchio regolamento da estendersi entro la fine di marzo 2020. Tuttavia, la maggior parte delle aziende ha già trasferito i pazienti al nuovo regolamento, quindi questa potrebbe essere una decisione senza senso. I giudici della Corte Suprema nella giornata di domenica scorsa hanno presentato la loro decisione sulla petizione dove si chiede uno stop alla riforma della cannabis medica (‘medicalizzazione’) e per consentire ai pazienti di continuare a ricevere cannabis medica secondo il vecchio regolamento – in altre parole – direttamente da aziende e farmacie fino a 370 Q H al mese,  almeno fino al completamento del programma pilota e per assicurarsi che non ci saranno danni per i pazienti, compreso il fermare la crescita dei prezzi. I giudici non hanno congelato la riforma come richiesto dalla ‘Medical Cannabis Association’ ma hanno stabilito che il vecchio regolamento può continuare ad operare ed i pazienti nel vecchio regolamento potrebbero veder estesa la loro licenza fino alla fine di marzo 2020, nonostante la loro licenza sia scaduta lo scorso 31 luglio. I giudici del Ministero della Sanità chiedono anche che non ci siano aumenti di prezzo e che nessun paziente del vecchio reparto venga danneggiato da riduzioni o assenze di forniture. Anche se può sembrare che i pazienti possano ricevere 370 NIS israeliani in cannabis medica al mese, questa affermazione, che può aver soddisfatto i pazienti, può essere priva di significato in quanto il Ministero della Salute ha già approvato affinché tutte le aziende passino alla nuova prescrizione, attraverso le farmacie e a prezzi elevati – e la maggior parte lo hanno fatto anche. Secondo la amministratrice delegata della ‘Cannabis Medical Association’, Dana Baron, che ha presentato la petizione presso l’Alta Corte, i pazienti saranno ora costretti ad aspettare e vedere cosa faranno il Ministero della Salute e le aziende del settore cannabis. La Baron ha affermato che se avessero continuato il processo di trasferimento dei pazienti alla nuova serie, senza fornire la vecchia cannabis autorizzata ai prezzi originali, intende fare domanda per una revisione giuridica di tutta la materia. Nel testo del dispositivo della sentenza, i giudici scrivono: «Abbiamo concluso che l’attuale calendario stabilito dal Ministero della Salute per convertire tutte le licenze per l’uso di cannabis nel nuovo formato di regolamentazione (31 dicembre) può causare danni alla sequenza terapeutica di un gran numero di pazienti e di conseguenza danneggiarli».

In buona sostanza, i giudici hanno scritto: «Senza derogare a quanto sopra, il Ministero della Sanità aggiornerà il Tribunale sui progressi della conversione delle licenze d’uso ai sensi del nuovo regolamento, così come sui modi proposti o introdotti, per risolvere i problemi che si presentassero durante i periodi di transizione, in modo che nessuno dei titolari di licenza finora concessa in conformità con la vecchia legge abbia a ricevere danni. In questo contesto, sarà presentata una relazione anche in merito alle discussioni del Comitato sui prezzi». Questi aggiornamenti sono rilasciati il 1° novembre 2019, il 2 dicembre 2019, il 1° gennaio 2020 e il 3 febbraio 2020. «Le altre parti in causa possono rispondere a tali avvisi di aggiornamento fino a una settimana dopo la loro presentazione. Dopo aver presentato qualsiasi aggiornamento e risposta, prenderemo ulteriori decisioni, se necessario».

Pertanto, sembra che al ministero della Sanità siano state concesse alcune settimane per trovare una soluzione all’aumento dei prezzi e nel caso in cui non si trovi una tale soluzione, il Tribunale potrebbe emettere una decisione più significativa di quella data questa settimana. Il Ministero della Salute ha già pubblicato un manuale sull’ ‘Operatività per i pazienti, si sposterà a favore della nuova serie e promette di estendere la propria licenza amministrativa, automaticamente, fino a giugno 2020 e senza la necessità di una visita del medico che può indurre i pazienti a passare alla nuova serie a causa della mancanza di cannabis medica nella vecchia serie.

Questa operatività è rilevante anche per i pazienti la cui licenza si è conclusa dopo il 31 luglio 2019 e per i quali non è stata disposta alcuna sentenza specifica all’interno della più recente sentenza dell’Alta Corte. Come pubblicato in settimana nella testata ‘Cannabis Magazine’, l’industria della cannabis medicale è attualmente ad un livello basso senza precedenti, in tal senso, con migliaia di pazienti lasciati senza forniture di cannabis medicale del tutto o in modo parziale. Le società della cannabis e di trasporto, così come quelle di trasporto via nave su questo tema non rilasciano alcuna dichiarazione.

 

Israele

E’ possibile fumare cannabis durante lo Yom Kippur? Risponde il rabbino

Questioni di carattere mistico, etico. Religioso e sociale in Israele. E’ possibile assumere cannabis fumandola in bottiglia ed inalandola durante lo Yom Kippur, mentre sono disponibili altre alternative nel caso di cannabis ad uso medicale? Il Rabbino Hanan Shukron risponde a tutti questi quesiti in occasione delle risposte date ad un paziente che fa uso di cannabis medicale, il quale si meravigliava, nonostante fosse iscritto nell’elenco ufficiale dei soggetti con autorizzazione apposita ad usare cannabis medicale nel corso delle proprie quotidiane terapie, che si potesse usare cannabis durante le festività dello Yom Kippur attraverso il supporto di vari metodi come, ad esempio, una bottiglia riempita di fumo da cannabis, conservata prima dello Yom Kippur stesso.

Shukron, rabbino della comunità di Gerusalemme, sul tema posto in discussione nel compound di Nahalim situato a Petah Tikya e che era stato anzitempo pubblicato sul sito web Kippah, ha riferito al paziente: «Io stesso sono stato curato con cannabis, usato unitamente al tabacco e non vi è giorno dell’anno che io non ne abbia bisogno. Quando io non fumo, vi è fenomeno notturno di sudorazione che mi rende difficile digiunare (accade ad ogni Yom Kippur) così mi procura capogiri ed una sensazione che non riesco a descrivere e che mi deriva quando ne evito il consumo». Poi ha anche aggiunto la questione: «E’ possibile in occasione dello Yom Kippur trattenere fumo da cannabis in una bottiglia e consumarla durante il digiuno? Naturalmente solo quando è effettuata la carica?». E la risposta del rabbino è stata: «L’opzione relativa al fatto che avvenga la ricarica prima incontra le tue esigenze e puoi farlo. Un’altra opzione, nel caso in cui quella soluzione non sia possibile, è acquistare un vaporizzatore o una sigaretta elettronica di sabato e attendere di inalare. E’ la stessa priorità halakhic. Terza opzione: nel caso in cui vi siano reali necessità o pazienti in situazioni gravi, è possibile spruzzare olii estratti da cannabis, dato che hanno un gusto migliore».

Nel 2016, il rabbino Haim Kanievsky fissò che la cannabis medicale era kosher per la Pasqua con alcune condizioni. Il video del rabbino Kanievsky del benvenuto ad una fresca piantagione di cannabis fu mostrato per la prima volta proprio sul canale web della testata ‘Cannabis Magazine’

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