Politica Italia

Canapicoltura: lacune e opportunità di una policy integrata Importanza delle associazioni a base regionale e raccordo con la normativa europea. La legge 242/2016 e le criticità applicative nella tutale di un’economia storica, affacciata al futuro. Risponde Felice Giraudo, Presidente di AssoCanapa Srl

Come in tutte le piante, troviamo il nome botanico latino, ‘cannabis sativa’, e il nome volgare. Quando si parla di ‘light’, è errato usare botanicamente il termine ‘cannabis indica’.  ‘Hemp’, ‘chanvre’, ‘cáñamo’, ‘hanf’… Sono tutti nomi comuni. Per noi ècanapa ”.

Fatte queste precisazioni tassonomiche, Felice Giraudo, Sindaco di Carmagnola negli anni ’90, oggi Presidente e legale Rappresentante di AssoCanapa Srl – società pioniera nella lavorazione dei prodotti a base di canapa italiana -, inizia a raccontarsi:

Nel 1997 fui l’unico in Italia a fare mezzo ettaro di canapa, che poi mi hanno sequestrato. Poco dopo, i giornali avrebbero titolato: ‘I Carabinieri scambiano la canapa da lenzuolo con canapa da droga’… Da lì siamo partiti. Subito dopo aver partecipato a un convegno sulla canapicoltura organizzato a Caserta, all’alba del 1998 (era il giorno dell’Epifania), abbiamo costituito come associazione il Coordinamento Nazionale per la Canapicoltura. Oggi ‘AssoCanapa’ riunisce circa 700 realtà produttive, sedi operative in 14 Regioni italiane ed è presieduta dalla Dottoressa Margherita Baravalle. Ragione istitutiva dell’Associazione era cercare di riportare in Italia la coltivazione della canapa, che si era persa totalmente”.

Proprio alla fine del 1997, Il Ministero delle Politiche agricole reintroduce in via ‘sperimentale’ la coltura della canapa (Circolare n.  0734, del 2 dicembre). Con il successivo incontro, promosso a Carmagnola da AssoCanapa nel febbraio 1998, la questione sarebbe rimbalzata nel dibattito europeo. Su spinta della neonata Sezione campana di AssoCanapa, con sede a Frattamaggiore (Napoli), l’allora eurodeputato Ernesto Caccavale (FI) presentava, il 29 aprile, un’interrogazione al Parlamento europeo in difesa della reintroduzione della canapicoltura come preziosa e «secolare risorsa» economica: nei settori tessile, cartario, edile, fino a toccare l’industria delle auto e degli aeromobili.  I rischi di estinzione erano imputabili, in prima battuta, agli istituti di ricerca che avevano cessato di produrre fibre italiane (come ‘Carmagnola’, ‘Eletta campana’, ‘Fibronova’) oltre che a una certa inerzia imprenditoriale, mentre il ritorno della canapa avrebbe comportato, nel tempo, un’indipendenza dai sussidi europei e ulteriori vantaggi sul piano ambientale (la pianta è capace di assorbire agenti inquinanti e metalli pesanti) e della biodiversità.  Nonostante la risposta positiva in ordine alla possibilità di avviare azioni concertate e progetti a compartecipazione finanziaria, solo a seguito di successivi atti europei – a iniziare dalle Direttive di tutela dei prodotti vegetali (2000/29/CE, recepita dal D.Lgs. 214/2005) e di alcune varietà di canapa iscritte nel Catalogo comune (2002/53/CE) – , una specifica normativa nazionale avrebbe visto la luce nel 2016, con la Legge quadro n. 242.

Il testo, approvato all’unanimità dal Senato, promuove e tutela la coltivazione e la filiera agroindustriale della canapa, in particolare dispensando il coltivatore dall’autocertificazione sulle percentuali di principio attivo (THC). Inoltre, chi si attiene alle prescrizioni (obbligo di conservare le fatture di acquisto e, almeno per un anno, il cartellino di certificazione UE) non incorre in responsabilità se il tenore di THC riscontrato – le cui variazioni possono dipendere anche dall’esposizione ali raggi solari non supera lo 0.6%, nonostante nel Regolamento (UE) n. 1307/2013 sia ribadito il limite dello 0.2%. La quota annua dei finanziamenti destinati dal Ministero a vantaggio delle aziende del settore, soprattutto per la diffusione territoriale degli impianti di trasformazione, è legalmente stabilita entro il limite di 700.000 euro.

Alle decisioni assunte dall’Unione Europea nell’ambito dell’evoluzione di una politica agricola comune, hanno fatto riscontro anche Circolari ministeriali dettagliate, come quella dell’8 maggio 2002 (MIPAAF) in materia di tipologie ammesse, certificazioni e controlli amministrativi, o quella del 2009 (n. 2144) con cui il Ministero della Salute ha tutelato i consumatori rispetto alla produzione e al commercio di alimenti a base di semi di canapa.

La Circolare emanata 9 giorni fa dal Ministero delle politiche agricole «per chiarire la portata e le regole di attuazione della Legge 242/2016», mantenendo peraltro il silenzio sull’uso erboristico della ‘cannabis light’, fa rientrare le infiorescenze della canapa (nelle varietà ammesse e certificate a norma UE) tra le coltivazioni destinate al florovivaismo, sempre che il prodotto non contenga sostanze dichiarate dannose per la salute dalle Istituzioni competenti».

Facendo un passo indietro, che cosa ha determinato l’abbandono della canapa come coltura?

Non è un problema di leggi vigenti: le cause”, afferma Giraudo, “sono economiche. La normativa antidroga, che alcuni sostengono sia stata la causa della rinuncia a coltivare, hanno inciso per l’1%. Dell’altro 99% sono responsabili l’arrivo delle fibre sintetiche, la motorizzazione navale, un equipaggiamento per l’esercito che ha fatto a meno dei prodotti a base di canapa e – non dimentichiamolo – il lavoro pesante richiesto per produrla. Si è sparsa anche la voce, tra i coltivatori locali, che era vietata perché qualcuno è finito in carcere e a qualcun altro è stato sequestrato il prodotto… Ma il motivo reale è economico”.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, l’assenza di impianti per la trasformazione del prodotto hanno, nell’arco di trent’anni, abbattuto la produzione non solo in Italia (cento volte inferiore per ettari coltivati e prodotto tra il 1940 e il 1970), ma in tutta Europa, con l’eccezione parziale di Francia e Spagna. La ripresa è recente, dovuta soprattutto all’iniziativa di associazioni come la stessa AssoCanapa o la ‘European Industrial Hemp Association’, fondata in Germania nel 2000 e di cui fa parte anche l’Italia.

Rispetto alla ripresa”, prosegue il Presidente di AssoCanapa Srl, “dirò di ‘sì’, con un ‘però’! Il boom in atto si deve alla raccolta, vendita e uso delle infiorescenze, ossia un uso ai limiti del consentito. Non è, in altre parole, l’uso tradizionale della canapa che si è fatto nel mondo sino a pochi anni fa. L’impiego che, come associazione, sosteniamo da sempre è inerente al fatto che la canapa, nei confronti dell’ambiente, è un prodotto eccezionale. Attualmente, essa poggia su 4 ‘gambe’: la fibra industriale, ossia una fibra di serie B impiegata nell’edilizia; il tessile, che è stato appannaggio della Cina (che alla fine ha aumentato i prezzi, quindi potrebbe crearsi un nuovo spazio); l’alimentare, che abbiamo inventato noi in questa particolare stagione – una Circolare del Ministero della Salute prevede per uso alimentare il seme e i suoi derivati, come l’olio e la farina; infine l’uso cosiddetto ‘terapeutico’ , che è un discorso tutto da ‘vestire’ e regolamentare, dove c’è del vero, ma anche ‘bolle’ che non stanno né in cielo né in terra”.

Questi 4 ambiti produttivi non stanno, però, sullo stesso piano:

Mentre sulle prime 3 gambe si può tendere ai grandi numeri, sulla quarta si tratta di grandi cifre economiche, ma di piccoli numeri – parlo, in sostanza, di ettari coltivati. Una volta in Italia si facevano i 100.000 ettari ed eravamo il secondo Paese al mondo, dopo la Russia, come estensione e i primi come qualità, con rese di fibra che superavano fino al 60% le altre varietà. Oggi c’è tutto il discorso della quarta gamba, che può potenzialmente interessare – voglio esagerare – 1000 ettari. Per tutto il resto, ancora, non ci sono problemi legislativi, ma è questione di opinione pubblica”.

La questione ha a che fare con gli standard di vita e la loro sostenibilità. Sul ‘come è meglio vivere’, Felice Giraudo esprime una posizione netta: “Tutta la pubblicità che si fa sulla produzione di energia da fonti rinnovabili è un discorso che può stare in piedi: essa inquina di meno dell’energia ottenuta da fonti tradizionali, certo… Però inquina comunque. L’unica via per non inquinare è il risparmio energetico. Si potrebbe risparmiare il 40% dell’energia in Italia isolando le case e i fabbricati in genere con la canapa. Ciò vorrebbe dire risparmiare alle tasche degli italiani circa 40 miliardi di euro ogni anno.

Parlando di vantaggi ambientali, le carte a favore della cannabis sativa non mancano.

1 2
Canapicoltura: lacune e opportunità di una policy integrata Importanza delle associazioni a base regionale e raccordo con la normativa europea. La legge 242/2016 e le criticità applicative nella tutale di un’economia storica, affacciata al futuro. Risponde Felice Giraudo, Presidente di AssoCanapa Srl">