Economia Esteri

Canapa vs plastica: una sfida (im)possibile? In tempi di politiche green e di riciclo diffuso, quali sono le cause che frenano la diffusione delle bioplastiche?

Dopo il via libera del Parlamento europeo, anche il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato, il 21 maggio, la proposta di Direttiva «sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente» – COM(2018)0340. La Direttiva (UE) 2019/904 del 5 giugno, più nota come ‘Direttiva SUP’ («Single Use Plastics»), che entrerà in vigore il 2 luglio, bandisce una serie di prodotti plastici monouso, già sostituibili sul mercato con prodotti riutilizzabili e a minore impatto ambientale (stoviglie, bastoncini e cannucce, contenitori alimentari in polistirolo espanso, plastiche oxo-degradabili). Il documento prevede anche maggiori responsabilità in capo ai produttori per lo smaltimento dei rifiuti contenuti nel prodotto, misure volte a ridurre la dispersione nell’ambiente di oggetti accessori ‘volatili’ (come tappi e coperchi) e il consumo di contenitori e recipienti in plastica per alimenti e bevande, a partire dalle bottiglie in PET, il 77% delle quali dovrà essere riciclato entro il 2025 (il 90% entro il 2029) e derivare, almeno per il 25%, da materiale riciclato. 

Le virtù dei materiali alternativi, sia tradizionali sia di nuova concezione, rendono immaginabile un sistema progressivamente in grado liberarsi dalla plastica di origine fossile. La canapa (in questo caso, gli scarti della sua lavorazione industriale) è totalmente organica, compostabile e biodegradabile. Perché, allora, non è diffusa come prodotto di largo consumo? Detto altrimenti, in tempi dell’economia circolare, quali motivi ne impediscono la diffusione? Quali sono gruppi di pressione che che frenano lo sviluppo dei materiali organici alternativi?  I fattori in gioco sono molteplici. Si può provare a rispondere mettendo insieme alcune esperienze attuali con i dati offerti dalle analisi di settore, tenendo presente l’evoluzione della normativa in materia, di cui la Direttiva SUP è l’ultimo tassello.

 Se la canapa come ‘plastica’ è ancora una realtà di nicchia, i motivi non dipendono dalle sue proprietà meccaniche e strutturali, ma da una produzione ancora circoscritta e in concorrenza con quella di altre biomasse (derivate, ad esempio, da grano, mais o barbabietola); soprattutto, dalla ‘ragion di mercato’ e dagli interessi che la muovono.

La start-up siciliana Kanèsis, con l’utilizzo di filamenti vegetali destinati alla stampa 3D, è attiva nella produzione di utensili, oggettistica e nella creazione di prototipi con una quantità minima di scarto e un impatto ambientale dichiarato prossimo allo zero. Da una serie di studi effettuati a partire dal 2014 da Giovanni Milazzo, ideatore del progetto (e co-fondatore, con Antonio Caruso, dell’azienda MICA Srl), il canapulo si è rivelato più efficiente della fibra corta di canapa se miscelato ad acido polilattico (PLA) vergine e ad altri tipi di plastica. Il PLA è la bioplastica maggiormente utilizzata nella stampa 3D: ottenuta a partire dal mais, è più esigente in fatto di biodegradabilità e molto più costosa di quella derivata dal petrolio. Nel luglio 2015, Kanèsis ha brevettato Hemp Bio Plastic (HBP), un bio-composito ricavato da scarti di lavorazione della canapa industriale, più leggero e resistente dei filamenti standard in acido polilattico, più economico (2,5 euro al chilo contro i 5 euro del PLA), privo di tossicità e biodegradabile.

Oltre a queste qualità, la termoplastica prodotta dalla canapa è rigida, ma dotata di buona elasticità, insomma un ideale sostituto di quella plastica monouso che, finora, ha dominato nell’ambito del consumo, della conservazione e dell’imballaggio di alimenti

L’onnipresenza delle plastiche nel circuito di distribuzione e consumo di prodotti che fanno parte della nostra realtà quotidiana presenta forti implicazioni non soltanto sul piano dell’impatto ambientale, ma anche della tutela della salute (pensiamo alla contaminazione degli alimenti a contatto prolungato con contenitori plastici e all’incidenza delle variazioni di temperatura a cui sono esposti). Occorrerà, a tal fine, che gli Stati garantiscano una maggiore regolamentazione del settore e termini rigorosi di adeguamento alla nuova policy internazionale, già declinata nel quadro unionale dalle 4 Direttive UE sull’economia circolare vigenti dal 4 luglio 2018 (il disegno di legge delega per il loro recepimento è fermo in Senato dal novembre successivo; si vedano in particolare, gli artt. 14 e 15AS 944). 

La ‘plastica di canapa’ occupa un posto d’eccezione anche nel settore automobilistico. Lo sanno bene i produttori di componentistica del gruppo Faurecia, che negli ultimi anni ha collaborato con Bio Amber e Mitsubishi al progettoBioMat’ per l’adozione di una plastica vegetale miscelata a fibre di canapa e totalmente biodegradabile, da affiancare al NAFILean (composto da canapa e polipropilene) per i pannelli di rivestimento delle portiere. Tra gli altri esempi virtuosi, da ormai 6 anni la francese Automotive Performance Materials (APM) equipaggia diversi modelli di automobile con pannelli e cruscotti contenenti canapa al 25%, più leggeri e meno tossici. La stessa azienda, che esporta con successo queste soluzioni sul mercato europeo e asiatico, ha in programma di produrre materiali biobased al 100%, principalmente composti da fibra di canapa e residui vegetali. In termini strettamente economici, la concorrenza del petrolio è, però, ancora imbattibile rispetto ai costi di produzione e nell’assenza di normative nazionali più severe sulla gestione dei prodotti di scarto.

Negli Stati Uniti, Paul Benhaim, AD di Elixinol Global Ltd (impresa specializzata nella produzione di olio di CBD), nel 2018 ha annunciato il lancio sul mercato di una nuova eco-plastica derivata dalla canapa. Primo approdo di una ricerca iniziata nel 2000, il materiale, formato da 4 polimeri e ottenuto dagli scarti industriali della pianta, ha trovato una congiuntura di mercato favorevole grazie anche al ruolo di responsabile per lo sviluppo aziendale giocato, nella Hemp Plastic Company – HPC la start-up di Benhaim – da Kevin Tubbs, proprietario di un’impresa di imballaggi e presidente della società di consulenza nei settori biotech e medico-farmaceutico Best Practices LLC. Ora che negli USA, con il Farm Bill, la coltivazione di canapa da fibra è legale a livello federale, al progressivo incremento in ettari può corrispondere un abbattimento dei costi per il nuovo materiale: HPC stima un prezzo ottimale di circa 6,2 dollari al chilo, 6% in più di una comune bioplastica, e lo scorso dicembre ha annunciato una produzione prevista di 23 mila tonnellate per l’anno in corso. Anche se le oscillazioni subite dal prezzo del petrolio potrebbero aiutare a ridurre le asimmetrie (il polimero di origine fossile risulta costare fino a 1/5 della hemp plastic), un impegno dettato da scelte aziendali responsabili in fatto di sensibilità e sostenibilità ambientale – peraltro, in netta controtendenza alla politica economica dell’amministrazione Trump – è prioritario per il successo dell’iniziativa.

Tornando all’accelerazione impressa dalle politiche europee in materia di inquinamento ambientale si accompagnano, parallelamente, riscontri scientifici preoccupanti. Uno studio di sintesi appena pubblicato, commissionato dal WWF alla società di consulenza Dalberg e all’Università di Newcastle (Australia), basandosi sui dati provenienti da precedenti ricerche specialistiche, afferma che ogni settimana una persona ingerisce mediamente 5 grammi di plastica, di cui 1769 particelle rilasciate nell’acqua (sia di superficie che di falda). Inoltre, l’analisi rileva che, nell’arco di tempo compreso tra il 1950 e il 2016, il 50% della plastica vergine prodotta è imputabile agli ultimi 16 anni, con andamento crescente. Quanto al totale della quantità prodotta a livello globale, il 75% costituisce rifiuto.

Nel mondo, in base ai dati comunicati dal WWF, la produzione di plastica, dai 15 milioni di tonnellate del 1964, ha superato nel 2018 i 310 milioni; quasi la metà (150) si trova negli oceani, con uno sversamento minimo di 8 milioni di tonnellate l’anno. A questo ritmo, gli esperti prevedono che, nel 2050, il peso della plastica presente in mare supererà quello dei pesci. Dagli anni Cinquanta, ne sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate: «Il 79% di questa plastica è finita appunto nelle discariche e in tutti gli ambienti naturali, il 12% è stato incenerito e solo il 9% riciclato». Per limitarci al Mediterraneo, un nuovo report, pubblicato dalla stessa Organizzazione alla vigilia della Giornata mondiale degli Oceani (8 giugno), rileva come le acque del Mare nostrum ricevano ogni anno 570.000 tonnellate di plastica: «come se 33.800 bottigliette di plastica venissero gettate in mare ogni minuto». Nell’arco di un trentennio, è previsto che «l’inquinamento nell’area mediterranea quadruplichi» mentre, ad oggi, «discariche e inceneritori sono ancora i principali metodi per la gestione dello smaltimento rifiuti in tutta la regione». Nonostante l’Italia, con il 38% dei rifiuti plastici raccolti, faccia parte dei pochi Paesi che hanno implementato la catena di differenziazione, tali evidenze motivano l’invito del WWF ai Governi regionali a stipulare un accordo tempestivo allo scopo di eliminare la plastica presente in natura entro il 2030.

Le potenzialità dell’economia circolare, all’attuale stadio di programmazione istituzionale e tenuto conto del nuovo orientamento impresso alle strategie di azienda, sono sufficienti a scongiurare conseguenze simili? Piuttosto, chi partecipa ai tavoli decisionali e qual è il peso dei soggetti portatori degli interessi coinvolti? E, ancora, questi interessi sono calibrati in funzione di imperativi oggettivi da soddisfare nel breve e medio periodo, a iniziare da una necessaria riconfigurazione radicale della filiera? I numeri, ancora una volta, sono un supporto incontrovertibile per capire l’entità problema, ma prima occorre accennare al particolare ‘volto’ assunto dalla guerra alla plastica, in una prospettiva che sembra ravvicinare – almeno, sulla carta – filantropia, grande industria e diritti umani.

 Il 29 ottobre 2018, poco prima che il Parlamento europeo approvasse la proposta di Direttiva già richiamata, i big dei materiali plastici da imballaggio, della trasformazione e delle bioplastiche, tra cui l’italiana Novamont (fondata da Raul Gardini nel 1990), hanno apposto la propria firma a un ‘Global Commitment’ volto a eliminare l’inquinamento da plastica alla fonte. Il documento, titolato «A line in the sand», è stato promosso dalla Fondazione Ellen Mc Arthur con il supporto di New Plastics Economy, iniziativa che riunisce 40 soggetti aziendali impegnati nell’urgenza di un ripensamento delle fasi di produzione, uso e riuso della plastica che ne garantisca la sostenibilità. Forte dell’adesione di circa 400 firmatari (tra enti pubblici, istituti di ricerca, ong, associazioni e supporter individuali) e del sostegno dell’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEA), il ‘Commitment’ ha obiettivi ambiziosi: poter riciclare, riutilizzare o compostare, entro il 2025, la totalità degli imballaggi plastici prodotti; una immissione crescente sul mercato di plastiche derivate da riciclo; una transizione effettiva dal monouso al riutilizzo dei prodotti difficilmente riciclabili.

Nel bilancio tracciato dall’ ultimo report di metà giugno, si legge che, nonostante i «progressi fatti dall’industria nell’eliminazione di materiali plastici inutili e problematici, e con l’adozione di modelli innovativi di riutilizzo, molto ancora resta da fare in questi settori». L’approccio al riciclo, si sostiene, è fondamentale e non è possibile riciclare senza considerare le criticità esistenti ‘a monte’ del programma: «riprogettare interamente nuovi modelli di imballaggio è una priorità» e il sistema monouso va superato mediante l’«espansione dei sistemi di riutilizzo e di ricarica». L’invito è stato raccolto da alcune firme, che si servono della piattaforma ‘Loop’ di Terra Cycle, l’azienda che ha fatto del riciclo ‘creativo’ di rifiuti la sua fortuna economica. Tra le imprese più note, Nestlé ha adottato piani dettagliati per l’eliminazione delle «plastiche problematiche» da imballaggi e confezioni, i gruppi Inditex (multinazionale della moda) e Schwarz (il maggior rivenditore europeo nel settore alimentare) hanno inserito in agenda l’eliminazione dei sacchetti di plastica monouso, mentre PepsiCo – che meno di un anno fa ha acquisito Sodastream per 3,2 miliardi di dollari – è tra coloro che investono in nuovi modelli di distribuzione su larga scala.

«Complessivamente», si legge ancora nel report, «tuttavia, il livello di ambizione relativo all’eliminazione [del materiale critico] e all’innovazione verso nuovi modelli distributivi dovrà essere significativamente migliorato in futuro per provocare, entro il 2025, una vera e propria riduzione dei rifiuti di plastica e dell’inquinamento».

Si tratta di termini temporalmente vicini, definiti in risposta alle esigenze a più riprese prospettate. Risulta anche chiara l’identità dei firmatari dell’iniziativa: tra i partner oltre a quelli sopra citati , troviamo società che controllano il 20% del packaging globale, come Amcor, Coca-cola, Danone, H&M, L’Oréal, Mars, Unilever, Veolia, nonché Borealis, gigante europeo del polietilene con sede legale a Vienna e di proprietà al 64% della holding emiratina Mubadala, che nel 2017 si è fusa con la International Petroleum Investment Company di Abu Dhabi (con un fatturato pari a 8,3 miliardi di euro, per il 2018 Borealis ha dichiarato un utile netto di 906 milioni di euro). Inoltre, la stessa Novamont, che produce polimeri a partire dall’amido, figura insieme a Natureworks, Biotec, Purac e PSM tra i primi 5 attori del mercato dei materiali bio-rinnovabili, che già nel 2012 ne detenevano il 71,7%: così dichiara un report di VTT, società finlandese di ricerca e innovazione responsabile, «a riprova del fatto che solo pochi giocatori dominano la maggior parte del mercato». Quest’ultimo, suddiviso in tre aree, conta al primo posto (seguito da PLA e PHA) il segmento di polimeri a base di amido, il più diffuso nella regione Asia-Pacifico per le sue doti di buona lavorabilità e biodegradabilità, e per essere una bioplastica dal costo contenuto – ancorché facilmente deformabile se esposta al calore, provvista (a differenza dei biocompositi a base di canapa) di una bassa resistenza meccanica e di un eccessivo assorbimento dell’umidità. Proprio in Cina, la bioplastica di canapa ha conosciuto uno sviluppo sorprendente, che si estende ai settori dell’elettronica di consumo, dei giocattoli, dell’arredamento.

Per non lasciare sospesa la domanda ‘quali sono le lobby che frenano lo sviluppo e l’intero ciclo produttivo di materiali organici alternativi come i biocompositi contenenti canapulo e fibra di canapa?’, abbiamo visto che impegnati in prima linea nei programmi di sostenibilità sono grandi gruppi (nel caso di Borealis, un produttore di plastiche convenzionali saldamente legato all’industria del petrolio) che si rendono protagonisti di unadichiarata – ‘mutazioneeconomica. Peraltro, oltre al problema dei costi di produzione, il freno non consiste tanto nella possibilità, in sé immaginabile, di un futuro abbandono delle fonti di energia fossili, quanto nelle dinamiche di controllo e nelle relative asimmetrie che connotano il mercato delle bioplastiche, assistito dalla ricerca sulle nuove tecnologie e dal ricorso a materie prime rinnovabili. 

I dati relativi agli scenari europeo e nazionale della produzione di materiali derivati da petrolio e carbone (in senso lato, le ‘plastiche’ e i loro componenti) offrono un’idea più precisa delle difficoltà che può incontrare l’industria della bioplastica, ossia di «polimeri organici derivati da biomasse» – quindi anche dalla canapa –, stando alla definizione rigorosa adottata dall’Unione internazionale di chimica pura e applicata (IUPAC). 

PlasticsEurope, l’associazione di categoria europea dei produttori di materie plastiche, riunisce oltre 100 imprese che coprono il 90% dei polimeri prodotti nel vecchio Continente, e un totale di circa 60.000 soggetti, principalmente piccole e medie imprese trasformatrici, che generano un giro di affari pari a 355 miliardi di euro l’anno, con un surplus di 17 miliardi (15 nel 2016), e quasi 1,6 milioni di posti di lavoro: sono i dati dell’ultima analisi pubblicata dall’associazione, che dichiara per il 2017 una produzione mondiale superiore a quella – già vista – stimata dal WWF per il 2018: 348 milioni di tonnellate (contro 310), di cui 64,4 in territorio europeo. Insieme a PlasticsEurope, il settore è rappresentato dal fitto network di associazioni dei convertitori (EuPC, nella quale l’Italia è rappresentata da Federazione Gomma Plastica – Unionplast, con sede a Milano e 437 aziende registrate), dei riciclatori (tra gli 80 membri attivi, oltre a Montello Spa, ritroviamo la francese Veolia, che, in modo non sempre trasparente, ha fatto dei servizi ambientali il cuore del proprio business) e dei produttori di macchinari (tra cui Amaplast, con sede ad Assago). Dati significativi, benché fermi al 2016, riguardano: la raccolta di rifiuti plastici per oltre 27 milioni di tonnellate, di cui 11,3 destinati al recupero energetico e 8,4 al riciclo meccanico, in parte in Asia; 7,4 milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiti nelle discariche, che in Italia (allineata con Francia e Spagna) non arrivano al 50% di quelli raccolti (10% in Germania, Svizzera, Austria e Paesi scandinavi), mentre la ‘maglia nera’ spetta ai Paesi dell’Est europeo. Al 2018, circa 11.000 imprese italiane lavorano alla trasformazione della plastica (nel 2017 il fatturato complessivo era di 31 miliardi di euro). Se il mercato interno conosce una crescita piuttosto lenta, nel 2017 l’export ha segnato un incremento prossimo al 7% (11,7 miliardi di euro) rispetto all’anno precedente – secondo l’analisi di settore fornita dalla Srl Plastic Consult al quotidiano digitale ‘Polimerica’.

Preoccupazione degli industriali europei, ribadita nell’incontro tenutosi a Milano il 24-25 maggio 2018 «A circular future with plastics» (il titolo è inequivocabile: «with»), è «ribaltare la percezione troppo spesso negativa» della loro attività, sviluppandone di «nuove e migliori (…) sul fronte del riciclo» con campagne di sensibilizzazione sul tema specifico dei fondali marini: «è infatti anche su queste sfide che si giocherà il futuro del settore», ha affermato il presidente di EuPC Michael Kundel.

La dispersione nell’ambiente produce danno anche all’industria (cattiva pubblicità): così Unionplast, dopo aver affermato che la bioplastica non risolverà il problema dei fondali, sostiene tuttora la necessità di ridurre lo spreco e aumentare il riciclo, l’importanza – contro una guerra acritica alla plastica – di efficienti sistemi di raccolta e di adeguate valutazioni di «sostenibilità delle opzioni alternative». Negativo, da parte dell’Associazione, è anche il giudizio sugli effetti che la Direttiva SUP avrà sull’Italia, che «è il principale mercato di produzione europeo (con esportazioni che toccano oltre 30 nazioni estere), con circa 3000 posti di lavoro (senza considerare l’indotto)».

Sempre in ambito nazionale, nel settore delle bioplastiche si è registrato, per il 2018, un notevole aumento della produzione, con un fatturato annuale di 685 milioni di euro (il 26% in più rispetto al 2017 e l’87% negli ultimi 6 anni): lo dice, sulla scorta di una ricerca effettuata da Plastic Consult, il 5° Rapporto annuale di Assobioplastiche, che in Italia rappresenta la filiera dei produttori e trasformatori di plastiche compostabili. Oggi 252 aziende e 2550 addetti lavorano alla produzone di granuli e compound, alla fornitura di prodotti chimici di base e intermedi, alla prima e seconda trasformazione, mentre sono circa 50 le imprese di prima trasformazione che, forti degli esperimenti già condotti su questo tipo plastiche, rappresentano potenziali new entry per un comparto che, allo stato attuale, cresce ogni anno dell’11%.

Dal punto di vista del consumatore, la sola esistenza di sistemi attivi di riciclo non sempre virtuosi e l’etichetta ‘biodegradabile’ collegata alle bioplastiche possono spingere a generare domanda anche là dove i consumi potrebbero essere ridotti. In un sistema normativo frammentato, che facilmente può produrre confusione e disorientamento tra i consumatori, ‘biobased’ (‘a base biologica’) non equivale abiodegradabile’. Il distinguo è ribadito da Assobioplastiche per i dati sulla produzione, riferiti esclusivamente a plastiche compostabili, che in quanto tali dovrebbero decomporsi al 90% entro 3 mesi (primi fra tutti i sacchetti per l’asporto merci e quelli ultraleggeri, con 88500 tonnellate processate in totale nel 2018, 125% in più rispetto al 2012). Un prodotto è ‘biodegradabile’ se conforme a precisi standard internazionale, statunitense ed europeo (rispettivamente: ISO 17088, ASTM 6400, EN 13432). Lo standard europeo prevede che almeno il 90% del materiale organico si converta in CO2 entro 6 mesi. Anche con questi requisiti, tuttavia, difficilmente le bioplastiche saranno assorbite in ambiente marino (perché ciò avvenga, la temperatura dovrebbe raggiungere almeno i 50°C). A differenza del PLA, altri prodotti cosiddetti biobased, come il bio-PET, non sono biodegradabili, pur rientrando nella definizioneallargata’ di bioplastiche adottata da European Bioplastics, associazione che riunisce i rappresentanti del settore nell’area europea, con sede a Berlino (l’Italia è rappresentata da 7 membri, tra cui Novamont, Lavazza e Ferrero).  

Più rigorosa la definizione contenuta nello Statuto di Assobioplastiche, che all’art. 5, lettera a, richiama lo standard europeo, escludendo i polimeri oxodegradabili, cioè prodotti con l’uso di additivi che ne facilitano la frammentazione (sui cui effetti positivi per l’ambiente la stessa Commissione europea nega ogni evidenza), ogni tipo di additivo impiegato a tale scopo e le miscele di polimeri biodegradabili e non-biodegradabili.

Il problema definitorio è direttamente collegato al futuro dell’industria delle bioplastiche (ad esempio, in italia, in rapporto alla gestione controllata di prodotti monouso compostabili). Mentre usciva l’ultimo rapporto annuale, il 5 giugno Marco Versari, Presidente dell’Associazione, si è pronunciato a favore di un recepimento ‘selettivo’ della nuova Direttiva sulle plastiche monouso (SUP), sottolineando l’importanza «dei singoli contesti nazionali e dei relativi sistemi di gestione dei rifiuti, differenziando le misure di riduzione in base al diverso impatto ambientale dei singoli prodotti, come espressamente previsto dalla Direttiva». Quest’ultima, all’art. 3, riporta infatti definizioni piuttosto brevi e restrittive, che potrebbero comportare rischi concreti di ridimensionamento o di trasferimento delle attività all’estero, con conseguente impatto negativo sull’occupazione.  

Oltre a una più esigente ‘educazione’ al consumo, che è il primo passo verso una effettiva riduzione dello stesso, è indispensabile una maggiore trasparenza, sia per le aziende che operano nel settore, e che sono, al momento, la sola alternativa in grado di affrancare l’industria della plastica dalla dipendenza dal petrolio.

Occorre, però, anche un’altra trasparenza. Secondo la logica commerciale dei grandi gruppi, infatti, non esiste una linea rigida di separazione fra produttori di plastiche e di bioplastiche. La galassia degli attori, che comprendono reti di imprese e grandi holding, mostra le lobby della plastica non troppo intralciate dai nuovi vincoli e obiettivi posti da accordi e direttive. Gli attori, talvolta, coincidono con i decisori (è il caso del ‘Global Commitment’ del 2018) o sono in grado di far sentire la loro influenza: i costi di lobbying nel 2018 hanno sfiorato i 2 milioni di euro e 18 riunioni con la Commissione europea nell’arco di 5 anni (2014-2018). Nella stessa logica, si delocalizza parte delle attività (di produzione o di riciclo) fuori dall’Europa, dove le normative e i controlli sono meno severi.

In questo senso, mentre la canapa e le plastiche fossili si fronteggiano ancora come Davide e Golia, è prioritario chiarire la natura e i collegamenti di interessi soggiacienti a regole che rischiano di restare obiettivi ‘del domani’. 

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