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Canapa, industriale sì, ma servono regia e quattrini Il bisogno di finanziamenti per un settore dalle enormi potenzialità. L’intervista a Vanis Campana, Presidente di Coop Italia Canapa

Sempre più frequentemente si parla di canapa. L’interesse per la coltivazione di questa pianta dalle origini antichissime è in aumento, eppure, pochi sanno bene cosa ci sia dietro il chiacchierato settore. Punto fermo è che, senz’altro, l’Italia sia stata penalizzata da 50 anni di buio e di proibizioni che l’hanno fatta retrocedere dall’Olimpo dei produttori di canapa. Ma ora che quel buio si sta dissipando, le cose iniziano ad essere diverse. Ad oggi, molti iniziano ad avvicinarsi ad un settore che incarna un ottimo sbocco professionale ed una nuova opportunità di guadagno, magari per uscire da una situazione di stallo, ormai troppo comune nella nostra Italia.

Ma se si punta ad un solido guadagno, non si può prescindere dal passare per le fasi necessarie a concretizzare le potenzialità del mercato. E qui, le difficoltà sono pronte in agguato. Insomma, non è tutto oro ciò che luccica. Ne abbiamo parlato con Vanis Campana, Presidente di Coop Italia Canapa, una cooperativa, nonché, start app innovativa con una precisa missione: la costruzione sul territorio nazionale di filiere produttive agro-industriali basate sulla canapa italiana per far dialogare tutti i potenziali soggetti che potrebbero costruire la filiera industriale. Partendo dall’Emilia-Romagna, la Coop Italia Canapa punta all’integrazione tra la fase di raccolta e quella di prima trasformazione, garantendo la permanenza della coltivazione agricola in Italia a seguito dello sviluppo e della commercializzazione di prodotti innovativi a base di canapa.

Quali sono le potenzialità di questo mercato e perché vi si affacciano in molti?

La gente ha bisogno di prospettive e punta alla canapa. Molti vi si affacciano proprio perché cercano alternative agronomiche alla crisi dell agricoltura. In tanti non sanno come fare, cosa piantare ed hanno capito e studiato che la canapa ha grandi caratteristiche per il terreno e potrebbe costituire un’ottima soluzione sia dal punto di vista economico che agronomico. Inoltre, hanno capito che con i derivati della canapa si possono fare tante cose: dalla case, ai filati, ai materiali sostituitivi della plastica, dalle farine, all’olio. A proposito di Green Economy, questa sarebbe la classica produzione green che va bene sia per l’agricoltura che per l’industria che per i consumatori. La gente ha bisogno di prospettive e punta alla canapa. Questa è la parte positiva che riscontriamo, la grande potenzialità ed il consecutivo interesse.

Questi ‘molti’, però, sono preparati ad entrare nel mercato?

Questi ‘molti’ studiano su internet, vanno ad incontri, insomma, stanno cercando delle soluzioni. Molti agricoltori mi hanno cercato per trovare uno sviluppo occupazionale, un’alternativa; c’è una ricerca quasi ossessiva nel trovare uno sbocco, quindi, molti verificano e cercano di capire. Dietro la parola innovazione cercano di vedere se può esserci una soluzione. Sono tutti disponibili, ma il vero problema qui, resta lo sbocco.

Quali sono i problemi che incontra chi decide di coltivare canapa in Italia?

Il problema è costruire una vera e propria filiera industriale che vada dalla produzione al consumo, e che lungo il percorso dia redditività a tutti i soggetti, ad esempio, all’agricoltore. Se non riescono a vendere almeno tre tipi di derivato, come la farina, l’olio e il filato, l’agricoltura non riesce ad avere una redditività adeguata. Poi, naturalmente, Nord e Sud Italia sono mondi molto diversi,  ma, comunque, occorre una filiera sia per la produzione che per la trasformazione che per la commercializzazione che attualmente non c’é. Vuol dire che tu puoi piantare canapa ma poi ti rimane li, oppure, puoi produrre per piccole nicchie, ma se vuoi una produzione che trasformi l’agricoltura e che dia posti di lavoro e produca materiali sostitutivi, hai bisogno di altro. La canapa, negli anni, è stata ‘uccisa’ dalla plastica, e adesso che potresti produrre materiale per determinati oggetti, quegli stessi oggetti vengono costruiti con derivati che provengono dalla Cina.

C’è un problema di consapevolezza?

È un periodo in cui si fa più propaganda che fatti. Occorre una regia pubblica o privata che metta in moto dei finanziamenti. Ad esempio, per produrre occorrono macchine per la raccolta e la trasformazione che costano qualche centinaio di migliaia di euro. Se vuoi coltivare canapa, bene, ma se vuoi farlo a livello industriale, lo devi fare con dei finanziamenti. È il classico esempio in cui un Paese, un Governo, insieme a dei privati, fa una scelta strategica. La Green Economy sarebbe questa. Altrimenti, continueranno a lavorare piccole start up, continueranno a farsi piccoli raccolti, prodotti di nicchia che vanno bene per la sopravvivenza di qualcuno. Ma qui c’é una potenzialità straordinaria! Abbiamo lavorato per anni per ottenere una legge, perché, anni fa, non c’era nemmeno una legge che permettesse di coltivare; adesso c’é, ma bisognerebbe che fosse finanziata.

Secondo lei c’è anche un problema di reputazione?

La canapa ha una brutta reputazione: è sinonimo di droga, ma con questa nuova legge pian piano si sta cambiando orientamento. Però, è chiaro che questa cosa conta, come contano anche i fallimenti di chi in Italia ha fatto qualche esperienza per costruire una filiera non supportato e dopo non è andata bene. La conseguenza è che, poi, dicono che c’è stata l’esperienza e che c’è un problema di credibilità, ecco perché dico che c’è bisogno di qualcuno che prenda la cosa per mano.

Che tipo di investimenti andrebbero fatti in tal senso? Ad oggi vi sono investimenti pubblici o azioni dello Stato volte a coinvolgere investitori privati sulla produzione di canapa?

Servono investimenti pubblici e privati. Ad oggi, ci sono le singole regioni che mettono a disposizione qualche soldo con dei bandi, ma questo va bene per qualche sperimentazione, ma non per qualcosa in più. Si è verificato che la canapa avrebbe una grande potenzialità, lo abbiamo sperimentato, bene, ma ora per mettere tutto a frutto, occorre qualcosa in più.

Qual è il quadro italiano ad oggi? Il produttore che cosa ha davanti?

L’agricoltore può decidere di piantare diversi tipi di canapa: alcune sono più adeguate per il fiore e per prodotti farmaceutici o cosmetici, poi ci sono altre piante. Il problema resta la commercializzazione. Qualche azienda italiana punta alla commercializzazione e se trova chi la aiuta, bene, ma non è facile. Non è semplice trovare lo sbocco commerciale. Alcune parti che andrebbero benissimo per l’edilizia, ad esempio, ancora non sono state sfruttate perché ci vogliono delle macchine troppo costose. Se vuoi fare una coltivazione industriale maggiore c’è tutto il problema della raccolta, della lavorazione, dello sbocco commerciale, tutte cose che vanno costruite.

Quali sono le condizioni basilari che dovrebbero essere create dallo Stato e di cui ha bisogno un potenziale coltivatore?

Bisognerebbe aiutare le aziende perché accompagnino il produttore, anche con le associazioni degli agricoltori, e perché si possa costruire una filiera. Bisogna avere una visione unitaria. Se il Governo mettesse a disposizione qualche soldo per la costruzione della filiera, sarebbe già qualcosa. C’è qualche investitore che sarebbe disponibile e che vuole conoscere il business plan; noi stiamo lavorando per dimostrare che il business clan potenziale sta in piedi. Ma ecco che ritorniamo al sodo: se oltre la legge ci fosse qualche soldo come indirizzo programmatico, sarebbe tutta un’altra cosa. Io non voglio un’economia assistita, ma non può essere nemmeno che i bambini nascono sotto i cavoli.

Qual è, ad oggi, il ruolo delle grandi imprese nella produzione di canapa?

Le grandi imprese quando gliene vai a parlare dicono ‘va bene, fatemi vedere un business plan’, ed io che sono una start up che cosa posso fare? Torno al punto: investimenti. In Italia, le grandi imprese ad oggi interessate non ci sono. L’Emilia è la Motor Valley e le Marche sono note per la costruzione delle barche. Larga parte potrebbe essere fatta con fibra di canapa che è elastica e leggera. Ma chi è che si mette a produrre questa roba? La sostanza è che molti stanno cercando  di produrre canapa come soluzione e si è dimostrato che è una pianta con cui potrebbero costruirsi molte cose . Si parla tanto di economia green o circolare, ma, per farlo, bisogna che ci sia una regia di poteri pubblici con qualche soldo che aiuti a mobilitare qualche capitale pubblico di grandi aziende per sfruttare queste potenzialità. Bisogna creare le condizioni affinché si possano esprimere.

Le multinazionali della canapa, secondo lei, avranno spazio sul mercato italiano e cosa richiedono all’Italia per poter investire?

Se c’é lo spazio se lo prenderanno. Non so se il Canada oltre che darci il grano ora ci darà anche canapa. Può anche darsi che le multinazionali arrivino. Se l’Italia non si darà una strategia, il rischio di ingerenza estera è evidente. L’occupazione la fanno le imprese. E e imprese stanno in piedi perché c’è qualcuno che ci mette i soldi e chi ce li ha, ti dice ‘ti comando io’, è lineare la cosa. Con una start app come posso competere con una multinazionale?

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