Politica Esteri

Amazon si prepara allo sbarco nel mondo della cannabis? Rassegna Stampa della Canapa nelle testate estere, dall’11 al 15 febbraio 2019

L’utenza Amazon si dice pronta, per almeno un terzo, ad acquistare cannabis e prodotti derivati attraverso il colosso delle vendite online a livello mondiale. Resta però da considerare, qualora il fatto si avverasse, quale potrà essere lo scenario delle varie barriere di carattere giuridico-legale variamente poste in essere in ogni angolo del mondo. Una recente ricerca scientifica mostra una pervicacia nell’utilizzo di cannabis tra donne in stato di gravidanza per combattere la nausea ed il vomito. La medicina si è espressa contro il fumo per note ragioni, ma, nel caso della cannabis, prende tempo per verificare il rapporto costi-benefici per la salute delle donne gravide e dei loro feti. Per quanto riguarda gli investimenti borsistici, la cannabis ha avuto un incremento del 26 per cento nelle transazioni ed un 120 per cento nei capitali investiti nell’arco di un solo anno.

 

USA

Uno studio conferma le grandi attese verso la cannabis venduta nel circuito Amazon

Uno studio ha trovato che un terzo degli utilizzatori di Amazon ritiene che il colosso delle vendite online potrebbe a breve mettere in vendita cannabis con un proprio specifico marchio. Gli esiti della ricerca, infatti, mostrano che gli acquirenti di Amazon si sentono già pronti a vedere prodotti firmati Amazon nel settore della cannabis, appoggiandosi ad un brand ormai universalmente riconosciuto come leader nelle vendite online. I dati provengono da una ricerca condotta da Investing.com su 1.000 acquirenti Amazon, dove il 29.5 per cento ha affermato che si sentirebbero facilitati nel poter acquistare dal brand Amazon tali prodotti. E in un altro aspetto ancor meno prevedibile tra le propensioni dei potenziali acquirenti, la cannabis risulta comunque tra i primi cinque ipotetici oggetti potenziali d’acquisto che la clientela Amazon s’è detta pronta a vedere in listino nel breve periodo.

MarketWatch ha annotato che Amazon è, nei fatti, un grande attore tra i vari marchi impegnati nel business privato, con molti prodotti per bambini come Mama Bear, la linea di abbigliamento femminile Lark & Ro e più di 100 differenti marchi che stanno via via dominando in differenti industrie specifiche. L’intera industria della cucina vale da sola 17 miliardi di dollari nel 2017, mentre gli esperti del settore ritengono che l’industria della canapa vale, però, non meno di 57 miliardi di dollari raggiungibili agevolmente entro il 2027.

Può una compagnia che raggiunge vertici di valutazione di circa tre trilioni di dollari, una società che ha un amministratore delegato il cui patrimonio è due volte più grande di quello dell’intera industria della cannabis, aver mai valutato di scontrarsi con il dibattito che ha determinato una così profonda revisione della marijuana legale negli Stati Uniti? Al momento, Amazon è nota come marchio utile anche per acquistare tonnellate di prodotti per la cucina dove si può togliere il marchio così come si constata che anche la marijuana può avere un suo proprio spazio nell’ambito delle attività della cucina stessa. Ci si chiede ora se sia pazzesco pensare che Amazon acquisti un paio di fattorie oppure avvii in proprio la propria distribuzione in California aspettando che la legge federale si chiarisca in merito. Essendo il più grande distributore al mondo, le sole vendite potrebbero agevolmente coprire le spese di produzione.

Secondo un recente report proveniente dalla California, dalla piattaforma di consegne a domicilio Eaze sui trend dell’anno scorso, i californiani hanno inviato un ordine di consegna di marijuana ogni 8 secondi. Poi vi è il dato relativo al fatto che gli acquirenti che inviano un primo ordine sono aumentati nel 2018 del 140 per cento (una buona parte di tali acquirenti era già cliente Amazon). Amazon non avrebbe particolari problemi ad accontentare le richieste, in termini di spedizioni e servizio consegne ma nel caso della marijuana vi è da chiarire cosa possa accadere in termini di rispetto delle leggi non confederali ma dei singoli Stati degli USA, in quanto non tutti applicano o hanno rivisto le proprie leggi nella direzione della liberalizzazione e della legalizzazione anche a fini ricreativi.

Gli studi in essere condotti dalla National Cannabis Industry Association su quali effetti possano esplicare le barriere legislative nei confronti dell’industria Amazon nell’attuale momento storico si stanno concentrando proprio su questo tipo di valutazioni in fase di pianificazione . Morgan Fox, direttore di NCIA Media ha riferito a chi lo sollecitava sul tema che sembra che Amazon abbia necessità di una legislazione federale specifica a livello di commercio inter-Stati, o in seguito a questo, di una legislazione specifica che rimuova del tutto ogni impedimento in tema di leggi penali punitive in tema di cannabis.

Nel rispetto della legge federale, la società potrebbe essere conforme con tutte le leggi applicate nei vari Stati e sarebbe possibile operare secondo le normative dei singoli Stati che consentono le spedizioni di cannabis ma ovviamente tutto questo risulterebbe complesso da gestire oltre che particolarmente oneroso. Da questo punto di vista, la società dovrebbe valutare da una parte la ammissibilità del trasporto verso gli Stati che lo consentono e la mancata consegna negli altri che, invece, lo vietano a livello locale.

Nonostante tutti questi ostacoli, Fox ha affermato che vi è un atteggiamento positivo in base ai dati dello studio di Investing.com che non comporta la preoccupazione a proposito di una fuoriuscita massiccia dall’industria della cannabis. «Io credo – ha affermato Fox – che il fatto che un terzo dei clienti Amazon possa trovare confortevole l’ordinare cannabis dalla sua società sia indicativo di quanto lo stigma che gira intorno al consumo della cannabis sia stato fino ad oggi eroso e quanto il mercato della cannabis si sia evoluto in così poco tempo. Questo livello di accettazione pubblica non lo si poteva certo vedere 10 anni fa».

Una delle cose più incredibili, in tutto questo, è il fatto che i consumatori stiano ponendo già questo tipo di questioni mentre gli americani stanno ancora dibattendo su ciò che è consentito dalla legge e cosa è -invece- proibito.

 

USA

Capitali investiti nel mercato azionario cannabis raddoppiati nel 2018

Pitchbook ha recentemente emesso i dati relativi agli investimenti variamente correlati alla cannabis nel 2018 e sono di carattere davvero impressionante, come gli stessi autori del report ammettono mostrandone i contenuti ai media: 139 contratti hanno consentito la raccolta di 881 milioni di dollari in termini di controvalore. Questi numeri mostrano un andamento in crescita rispetto all’anno precedente pari ad un incremento del 26 per cento (per numero di transazioni) ed il 120 per cento (ammontare totale investito), il che riflette una crescita media più grande rispetto all’anno precedente nelle medie ponderate dei valori calcolati. Privateer Holdings guida la fila con 100 milioni di dollari di investimenti nella Serie C sotto forma di contratti di finanziamento. Appare in modo chiaro, quindi, che il successo della cannabis canadese in termini di creazione di spazi di offerta pubblica sta innescando un virtuoso effetto ciminiera dove da poche grandi uscite scaturiscono capitali al primo stadio che vengono tirati dentro l’intero sistema.

Ad esempio, l’offerta IPO di Green Organic Dutchman Holdings Ltd datata al maggio 2018 attualmente vede transazioni pari a 1 miliardo di dollari di mercato azionario. Allo stesso tempo, Privateer Tilray ha raggiunto 153 milioni di dollari di controvalore azionario transato nel mese di luglio ed attualmente si attesta a 6 milioni di dollari nel mercato azionario. Canopy Growth Corp. è valutata 17 miliardi di dollari. Il report di Pitchbook inoltre segnala la top dei primi dodici titoli investitori nel settore cannabis lista guidata da Altitude Investment Management, Casa Verde Capital e Salveo Capital, ognuna con investimenti pari o superiori nel 2018. L’ingresso di capitali sofisticati o istituzionali al mercato globale della cannabis sono ovviamente ben accetti nel partecipare al gioco borsistico internazionale. Il risultato si prevede darà numeri certamente positivi a breve anche nella qualità dei team societari dirigenti, anche a proposito della scalabilità e della difendibilità dei modelli di business e con una finale maggiorata attenzione verso la corporate governance. Tutti valori che potrebbero nel breve periodo migliorare il livello di profittabilità a favore degli utenti del business della cannabis.

 

Canada

Il mercato azionario della cannabis è rimasto di fatto immutato e il numero di utilizzatori canadesi di marijuana sono gli stessi dell’anno scorso, cioè prima della legalizzazione. Gli analisti studiano i motivi

Allo stato attuale, soprattutto dopo la piena legalizzazione e liberalizzazione del mercato della cannabis in Canada lo scorso ottobre, ci si sarebbe aspettati prestigiose e luminose performance in Borsa e nelle principali piazze azionarie mondiali, dove certo il Canada primeggia insieme agli Stati Uniti, più di recente accodatisi sulla strada della legalizzazione nella luce dell’amministrazione Trump. Ma così non è stato, in base ai calcoli effettuati -il più delle volte sotto forma di stime- da parte degli esperti del settore in Canada, risulta che la massa critica degli utilizzatori di cannabis in Canada permane di fatto costante e che non vi è alcuno scostamento notabile tra il 2018 ed il 2019. Per certi versi, la legalizzazione canadese, che si è auto-costituita Nazione apripista in tal senso, avrebbe indotto a pensare che molti più attori si sarebbero radunati sulla scena della competizione borsistica globale e -in derivazione di tale punto di vista- le aspettative erano molto alte, dopo un lunghissimo periodo nel quale anche solo immaginare di investire titoli in Borsa puntando sulla canapa e sulla cannabis sarebbe stato bollato come alquanto azzardato o del tutto privo di senso. Oggi però, lo scenario è parecchio mutato.

Dallo scorso ottobre la marijuana è totalmente legale in Canada. Questo significa che tutti i marchi che operano in questo settore in quella parte del mondo possono muoversi senza temere di vedersi accusare di reati con la conseguenza delle pene comminate con la produzione o diffusione di sostanze proibite. Ora tutto nell’industria della cannabis sembra operare al meglio e liberamente in Canada. E così, ci si chiede come mai, allora, il trend della cannabis è – tutto sommato – rimasto costante e uguale a quello dell’anno prima?

Le azioni legate al mondo della cannabis restano volatili e deboli, un report di Statistics Canada mostra che il consumo della cannabis non è poi cambiato molto da quando il mercato specifico è stato legalizzato. I numeri, sia dei consumatori legali sia di quelli del mercato nero (nel report sono stati conteggiati entrambi) mostrano che 4.6 milioni di persone consumano marijuana, il che rappresenta lo stesso numero di utilizzatori registrato nella seconda e finale parte del 2018. Il report poi prosegue nel delineare un potenziale e improvviso incremento di canadesi utilizzatori di marijuana nei prossimi mesi ma, in realtà, nessun dato al momento rassicura in tal senso. Le scorte di cannabis hanno ripreso a crescere nuovamente negli Stati Uniti, soprattutto grazie al gran numero di investitori che si sono via via convinti che la cannabis è sulla strada della più totale legalizzazione. Allo stesso tempo, gli esperti finanziari mettono in guardia sul fatto che produzione e scorte possano andare incontro alla fenomenologia delle mode borsistiche che possono esplodere e collassare in ogni momento, un po’ come accaduto con i titoli hi tech degli Anni ’90 del Secolo scorso. Una bolla che potrebbe scoppiare, afflosciarsi e lasciare i super-investitori col cuore distrutto e seduti per terra, insomma, un desolante spettacolo al quale abbiamo già assistito nel passato.

«Le azioni del settore cannabis sono una moda – ha affermato George Boyan presidente di Leumi Investment Services, rivolto ai media internazionali – chi può mai sapere dove andrà il mercato? E che dire del problema degli investimenti speculativi? Hanno tutti una data di scadenza».

Questo non vuol dire che l’industria della cannabis sia destinata a fallire, piuttosto significa che queste società potrebbero non avere il valore che c’è scritto sui titoli. Molte azioni di società quotate in Borsa nel settore cannabis sono sovrastimate, in altre parole, questo settore d’affari deve ancora compiere un lungo cammino prima di diventare un mercato maturo. Inoltre, tutto questo non ha fermato molte società dall’andare a investire al Nord per compartecipare il mercato della cannabis legale senza ricevere contraccolpi negativi.

Si può pensare però, che la maggioranza di queste operazioni della cannabis americana a breve esploderanno, dimenticando tutto quello che riguarda il Canada visto che la proibizione non è più un fattore che entra in gioco nel processo degli Stati Uniti. Al contempo, alcune delle più grandi multinazionali del mondo quali Coca Cola, Pepsi e le società che operano nel campo dei super alcolici stanno via via lasciandosi sempre più coinvolgere dall’industria della cannabis. Questo è ciò di cui l’industria della cannabis ha bisogno proprio adesso per giocare il proprio ruolo nel campo del business internazionale di vasta portata. Tutto ciò servirà anche a legittimare ulteriormente il settore. Ma tutti sanno già che – quando tutto questo accadrà – non sarà certo paragonabile a quanto accadde negli anni della caduta del proibizionismo negli Stati Uniti.

 

USA

Sempre più donne in gravidanza usano la cannabis per combattere la nausea

Le preoccupazioni, gli allarmi e le recriminazioni hanno fatto seguito alla notizia per la quale lo scorso anno, il numero donne incinta hanno usato la cannabis fin dal 2002 è praticamente raddoppiato. Un clamoroso 5 per cento di donne in gravidanza è stato acclarato con studi di settore oggi usano marijuana durante la gravidanza, come peraltro riportato da uno studio pubblicato da JAMA e di 12.000 donne sottoposte a studio, 3.500 hanno usato la cannabis durante il primo trimestre.

Considerando che vi sono 6.2 milioni di stati di gravidanza ogni anno in America, qualche migliaio di utilizzatrici di cannabis non possono certo denominarsi come una messa in crisi del sistema di salute pubblica, specialmente se si considera che il 10 percento delle donne gravide si segnala usino anche fumare sigarette durante la gravidanza, seppure in presenza di un divieto netto da parte della classe medica che opera in questo settore e che ha in cura le donne in stato di gravidanza.

A differenza dell’uso di tabacco durante la fase prenatale che tutti noi sappiamo essere dannoso, c’è da constatare che allo stato attuale nessuno può dire chiaramente cosa faccia l’uso di marijuana al feto in fase di sviluppo, sebbene secondo alcuni studi molto famosi realizzati in Giamaica, l’uso di marijuana in fase prenatale non svolge effetti apprezzabili sullo sviluppo di persone giovani, il cui sviluppo invece ha molto a che fare con l’anno successivo alla nascita del bambino. Quel gap nelle conoscenze scientifiche non ha fermato il proibizionismo nel settore che accusa l’industria della marijuana di avvelenare in modo organizzato i nascituri e che tratta duramente ogni madre che faccia uso di marijuana in modo indistinto.

Perché allora, ci si chiede, a fronte di così tali incertezze e così tanti avvertimenti, le donne continuano in tali comportamenti ed adottano costumi che possono risultare dannosi ai propri feti? Poiché essere incinta le fa sentire spesso deboli e così usare un po’ di cannabis le fa stare meglio, secondo uno studio scientifico condotto sul tema, pubblicato il 1° marzo 2018 ed intitolato ‘Dipendenza da alcool e dalle Droghe.

A conferma di report aneddotici e a completamento di quello che è il comune sentimento popolare, i ricercatori del Kaiser Permanente Northern California, guidati da Kelly C. Young-Wolff, hanno indagato ai dati di una ricerca svolta su 510 donne che hanno usato il sistema ospedaliero per le cure natali tra il 2009 ed il 2016. Di esse, il 17 per cento è stato rilevato avere manifestato nausea e vomito con una sintomatologia severa abbastanza da essere qualificati fattori patologici, nella categoria ‘nausea e vomito in gravidanza’ (o NVP). Mentre NVP è il più delle volte accettata come cosa spiacevole e non connessa a difetti da sopportare legati alla nascita, questa sintomatologia può diventare così pesante can è difficile persino l’idratazione e si perde fino al 5 per cento del proprio peso corporeo.

L’11 per cento circa di donne con NVP sono state registrate come utilizzatrici di marijuana durante la gravidanza comparato con il 5.8 per cento di donne che non la usavano. «La elevata presenza di utilizzatrici di marijuana negli anni tra le donne incinta con NVP è ragguardevole», scrivono gli autori nel report della ricerca. Una ragione per la quale le donne adottano questa scelta è che esse hanno manifestato poca consapevolezza dei pericoli, «nonostante i rischi potenziali e le linee guida nazionali che mettono in guardia circa l’uso della marijuana durante la gravidanza». In altre parole, sembrerebbe che quando si trovano a dover affrontare la scelta di sentirsi spiacevoli e brutte nel fumare un po’ di erba, un numero crescente di donne preferiscono comunque farlo.

Gli autori dello studio suggeriscono che i medici informino le donne in stato di gravidanza che le scelte nella dieta ed altri interventi potrebbero essere utili per risolvere lo stato di vomito e nausea e non fumare erba anche se la medicina non è completamente certa che possa creare dei danni. In alcuni stati questo trend ha condotto i legislatori ed i parlamentari a proporre di applicare delle etichette chiare e vistose a proposito della marijuana. Nel Michigan, le etichette dicono chiaramente e senza troppi giri di parole: fumare erba potrebbe danneggiare il feto.

Nel caso specifico, sembrerebbe che le energie sono a tutt’oggi meglio focalizzate sul prevenire tra le madri in attesa l’uso di tabacco, dando per fatto accertato che più donne fumano sigarette durante la gravidanza rispetto a quelle che usano la marijuana e sapendo tutti che ciò fa male comunque. Fino a quando non sapremo qualcosa di più sulla marijuana, quando è probabile che ci sarà maggior cognizione di causa nell’aggiornare le mamme in attesa anche sull’uso di marijuana ma è questione parecchio dibattuta quando si ha a che fare con donne in stato di forte nausea e vomito e cercano solo una soluzione che possa alleviare tutto questo.

 

Israele

Fare la guerra alla cannabis porta via i voti: il calo drammatico di voti alle primarie per il Likud soprattutto per il Ministro che più fieramente si era opposto a ogni forma di legalizzazione

Nella comparazione dei voti conseguiti alle primarie tenutesi l’altro ieri, il più grande calo registrato nel Likud rispetto al 2015 è quello del Ministro Gilad Erdan, il quale ha perso 4.200 voti, circa l’11% del proprio elettorato personale. «Non suona bene per il suo futuro per quel che riguarda il Likud nell’era post Netanyahu» si è affermato nel suo partito. Facile immaginare la preoccupazione del Ministro, in considerazione del fatto che si sta sforzando in ogni modo per farsi spazio e raggiungere visibilità all’interno del Likud e in specie nella prossima Knesset.

Mentre nelle primarie del Likud del 2015, Arden ottenne il sostegno di 38.517 voti da parte dei membri del partito, nella giornata di ieri nelle primarie del 2019 Erdan ha ricevuto solo 34.232 voti e si è ritrovato ben distanziato dalla prima posizione, anzi, attualmente lo si ritrova alla terza posizione. Questo significa una discesa di 11 (4.285) rappresentanti nel numero dei sostenitori nel suo partito, un numero che nel Likud si attribuisce tra altre cose e forse principalmente alla sua indefessa lotta contro la cannabis ed i suoi consumatori.

Per i più alti esponenti ufficiali di partito, si ritiene che la maggior parte di questo declino nei numeri possa essere attribuito a coloro che il partito chiama liberi votanti’, cioè coloro che non appartengono ad alcuna formazione politica e votano secondo la propria personale coscienza.

«E’ possibile affermare con certezza che ci sono 4.000 supporter ‘forti’ di Galicia all’interno del Likud», ha affermato un esponente anziano del partito. «Sono elettori da ritenere appartenenti ai “liberi votanti” che non sono organizzati e non seguono alcuna regola per i quali la cannabis era tema importante ed essi affermano che Arden sia stato il più strenuo oppositore di tale tematica».

Questa contrazione nel sostegno è ancor più significativa se si tiene conto del fatto che nelle elezioni dell’altro ieri hanno votato 69.888 membri del Likud rispetto ai soli 53.247 del 2015. «Il Likud è cresciuto di decine di migliaia di persone fin dalle precedenti elezioni, così si sperava che i numeri andassero su e non certo giù, il che significa che 4.200 che sono andati via sono migliaia di nuove persone che non hanno votato per il partito», ha aggiunto l’esponente anziano del partito.

Inoltre, ha spiegato che l’analisi dei dati dimostra che a differenza di molti altri ministeri cresciuti in popolarità, in questo caso specifico si deve constatare il più drastico declino. «Poiché aveva lo stesso andamento e la stessa progettualità politica del 2015, ciò significa che il declino deriva dai liberi votanti. E’ chiaramente logico che la storia della cannabis è la ragione fondante».

In conclusione, ha sottolineato che Erdan è ancora considerato una figura di spicco tra gli esponenti politici maturi del Likud ed è posizionato alla terza posizione ma ha anche affermato che «Chiunque si veda candidato alla guida del Likud dopo Bibi, ciò non depone favorevolmente per le sue chance».

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