Economia Italia

AICAL: ecco chi rappresenta il mondo della cannabis light Oltre 2.000 punti vendita serviti e un fatturato complessivo oltre i 6,5 milioni di euro

Dieci giorni fa è stata fondata a Roma l’Associazione Italiana Cannabis Light (AICAL). Con oltre 2.000 punti vendita serviti e un fatturato complessivo oltre i 6,5 milioni di euro, l’Associazione senza scopo di lucro nasce con l’obiettivo di «promuovere e tutelare lo sviluppo di imprese grandi e piccole operanti nel settore della produzione, del commercio, dello studio e della ricerca relativa ai prodotti a base di canapa sativa e ai suoi derivati».

La firma dello statuto ha avuto luogo alla presenza dei soci fondatori: Call the Dealer – CTD Srls; CBD Collection – Optima Srl; Green Star distribution Srls; Hempire Italia SNC di Elvis Conti &c.; Hempmotive Srl; Il Germoglio S.S. Agr.; Cbweed Srl il cui fondatore, Riccardo Ricci, è il Presidente dell’Associazione mentre la Vice Presidenza è stata affidata a Giovanni Mario Falco. Il Consiglio Direttivo è composto da Christian Bruno Bini, Davide Calzolari, Luca Mattia Luigi Lorenzo, Daniele Vitaletti e Stefano Bresciani.

«AICAL» – ha dichiarato il Presidente – «nasce per garantire a produttori, distributori e commercianti al dettaglio, di poter beneficiare dei medesimi diritti di cui godono gli operatori che lavorano negli altri settori del commercio, attraverso una forte rappresentanza del comparto presso tutte le istituzioni pubbliche competenti. Si tratta di un mercato in grande ascesa, sia in Italia sia all’estero, e tutto quello che ad oggi produciamo e commercializziamo è sicuro e controllato. I nostri prodotti rispettano tutte le leggi attualmente in vigore».

La Legge 242/2016, titolata Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa, ha dato il via libera alla produzione e alla commercializzazione di piante con un principio attivo (THC) che non superi lo 0,2 per cento. Da quel momento, in Italia, il mercato della cannabis legale ha avuto un vero boom. Centinaia di aziende e startup sono nate e le coltivazioni sia in serra che all’aperto si sono moltiplicate: secondo la Coldiretti, gli ettari destinati alla coltivazione sono aumentati passando dai circa 400 nel 2013 ai più di 4mila nel 2018. E I dati di acquisto rivelano che una parte consistente dei consumatori di questi nuovi prodotti appartiene alla fascia degli over 50.

Ma molta incertezza, dal punto di vista legislativo, rimane. La ‘legge della canapa pur assumendo a limite di liceità lo standard europeo dello 0,2% di THC, identifica nello 0,6% il livello agronomico ‘di salvaguardia’ a tutela dei coltivatori. Se le verifiche effettuate in laboratorio su campioni di pianta attestano un tenore di THC superiore allo 0,6%, l’Autorità giudiziaria può disporre il sequestro o la distruzione delle piante, senza che l’agricoltore (che abbia agito nel pieno rispetto della legge) sia ritenuto in qualche misura responsabile (Art. 4, commi 5 e 7). La Legge non disciplina tutti i casi possibili relativi alla canapicoltura, senza che ciò comporti un divieto legale, che non può essere implicito, ma deve risultare da una disposizione espressa.

Inoltre, Il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, con una Circolare del 22 maggio scorso sui possibili usi della canapa, ha stabilito che, «con specifico riguardo alle infiorescenze della canapa», «queste, pur non essendo citate espressamente dalla legge n. 242 del 2016 né tra le finalità della coltura né tra i suoi possibili usi, rientrano nell’ambito dell’articolo 2, comma 2, lettera g), rubricato ‘Liceità della coltivazione’, ossia nell’ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo, purché tali prodotti derivino da una delle varietà ammesse, iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole».

E poi, con una Circolare datata 31 luglio 2018, il Ministero dell’Interno ha istruito le Forze dell’ordine autorizzandole ad eseguire controlli e, se i controlli avessero esito positivo, a sequestrare i prodotti commerciati come ‘cannabis light’. Sono le infiorescenze della canapa Cannabis Sativa, nonché di olii, resine e altri derivati, per i quali il provvedimento individua il confine tra sostanza lecita e «idonea all’azione stupefacente» nello 0,5% di tetraidrocannabinolo (o THC, la molecola psicoattiva contenuta nella pianta), rifacendosi agli orientamenti espressi dalla Corte di Cassazione ben prima del 2016.

Nella stessa Circolare, è scritto che «il contesto di presunta legalità nel quale avviene la vendita e l’acquisto delle infiorescenze da parte, rispettivamente, del titolare e del consumatore, non può portare all’automatica esclusione di una qualunque forma di consapevolezza psichica della commissione dell’illecito». La stessa descrizione dei prodotti sull’etichetta e gli avvisi dei rivenditori costituirebbero una sorta di incentivo all’ «abuso (…), paradossalmente evidenziato agli utenti». Pertanto, «nel caso (…) venga in evidenza la cessione delle infiorescenze separate dalla pianta in ragione della sola presenza del THC (…) tale condotta dovrebbe (…) rientrare nel perimetro sanzionatorio della normativa antidroga» (Testo Unico 309/1990). Ci sono poi le restrizioni imposte alle aziende nelle transazioni online su prodotti.

Va ricordato che, in un parere richiesto a febbraio dal segretariato generale del ministero della Salute, il Consiglio superiore di sanità (Css) ha sostenuto «che siano attivate, nell’interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione, misure atte a non consentire la libera vendita dei suddetti prodotti». I due quesiti: se questi prodotti siano da considerarsi pericolosi per la salute umana e se possano essere messi in commercio ed eventualmente a quali condizioni. Alla prima domanda, il Consiglio «ritiene che la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di ‘cannabis’ o ‘cannabis light’ o ‘cannabis leggera’, non può essere esclusa». Perché? «La biodisponibilità di THC anche a basse concentrazioni (0,2%-0,6%, le percentuali consentite dalla legge, Ndr) non è trascurabile, sulla base dei dati di letteratura; per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, THC e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili; tale consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine». Al Css «non appare in particolare che sia stato valutato il rischio al consumo di tali prodotti in relazione a specifiche condizioni, quali ad esempio età, presenza di patologie concomitanti, stati di gravidanza/allattamento, interazioni con farmaci, effetti sullo stato di attenzione, così da evitare che l’assunzione inconsapevolmente percepita come ‘sicura’ e ‘priva di effetti collaterali’ si traduca in un danno per se stessi o per altri (feto, neonato, guida in stato di alterazione)».

Rispetto al secondo quesito, il Css ha ritenuto che «tra le finalità della coltivazione della canapa industriale” previste dalla legge 242/2016 – quella che ha ‘aperto’ al commercio, oggi fiorente, della cannabis light – “non è inclusa la produzione delle infiorescenze né la libera vendita al pubblico; pertanto la vendita dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di ‘cannabis’ o ‘cannabis light’ o ‘cannabis leggera’, in forza del parere espresso sulla loro pericolosità, qualunque ne sia il contenuto di THC, pone certamente motivo di preoccupazione».

Al momento, le norme – ha sostenuto il Presidente di AICAL in una recente intervista – «disciplinano solo parte del fenomeno, in sostanza la coltivazione della canapa a fini industriali, senza invece tenere conto della diversa realtà del mercato che richiede fortemente un prodotto di consumo». Da questo punto di vista, «la politica commette l’errore di considerare i prodotti della canapa, a base di CBD o con basso tenore di THC, come qualcosa da cui prendere le distanze. In altri Paesi non è così».

«Siamo tuttavia consapevoli delle migliorie che si possono e si devono apportare a livello normativo; da un lato per sostenere un settore e una filiera in assoluta espansione e dall’altro lato per tutelare al massimo i consumatori. Per questo ci rendiamo sin da subito disponibili a un confronto costruttivo con le Istituzioni» ha affermato il Presidente Riccardo Ricci.

AICAL: ecco chi rappresenta il mondo della cannabis light Oltre 2.000 punti vendita serviti e un fatturato complessivo oltre i 6,5 milioni di euro">